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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

venerdì 12 agosto 2011

La proprietà popolare della moneta

Il professor Auriti realizzò il SIMEC (Simbolo Econometrico di valore indotto) che ebbe notevole risonanza, tanto che le idee dell’illustre accademico si diffusero nel mondo

La proprietà popolare della moneta
di: Antonio Pimpini, RINASCITA
A 5 anni dall’11 agosto 2006, la figura e le idee del prof. Giacinto Auriti risultano sempre più vive e ciò, circostanza piacevole, non solo per chi lo ha conosciuto ed affiancato, ma, come evidenziato in altra sede, anche per molti che non hanno avuto il beneficio di conoscerlo, così come addirittura per quanti non lo hanno condiviso, ma oggi ne riconoscono il profondo valore innovativo e rivoluzionario e, non ultime, l’integrità e la coerenza del suo pensiero.
Il signoraggio e la proprietà popolare della moneta sono ormai argomenti trattati in molti convegni, dove non può omettersi il rinvio all’opera e alla testimonianza dell’insegnamento auritiano, sviluppatesi in sede accademica e sul piano dell’esperienza vissuta con il famoso esperimento dei Simec, cui si coniuga il percorso repressivo subito dal prof. Auriti con la lotta al sistema bancario nel suo complesso.
Molti, da quel momento, si sono interessati alla materia ed hanno sviluppato iniziative e varianti applicative o meramente teoriche, più o meno conformi all’idea originaria, fornendo, in ogni caso, un contributo alla divulgazione della proprietà popolare della moneta e della persona del prof. Auriti. Da ultimo va ricordata l’apprezzabile – anche se, per vero, doverosa – intitolazione all’insigne giurista del largo antistante l’abitazione della Famiglia Auriti, in Guardiagrele (Ch).
Il tributo formale, tuttavia, deve coniugarsi a quello sostanziale, non basta la strada, occorre la scelta di campo: si è o non si è per la proprietà popolare della moneta? Altrimenti le iniziative diventano esperienze di facciata, come una casa che ha solo il muro frontale, ma non si sviluppa sui quattro lati e non erige alcun piano nella parte retrostante. La risultante è il mostrarsi fine a se stesso, senza riservare alcuna importanza al contenuto.
In altri termini, il rischio – da eliminare sin da subito – è quello di utilizzare la figura e le teorie del prof. Auriti per iniziative che nulla hanno a che fare con le sue idee e che addirittura si collocano in contrasto con la sua scuola giuridica.
A cinque anni dalla sua prematura scomparsa, pare di sentirlo come si sarebbe espresso oggi dinanzi al crack delle borse e alle paure dei governi: «Ma quale aumento delle tasse e riduzione delle spese. Qui ci vuole la proprietà popolare della moneta.»
In questo momento di crisi mondiale, l’unica possibilità per uscirne, evitando che il perverso meccanismo dell’emissione monetaria, della paura per l’aumento del debito pubblico (inesistente) e della sempre maggiore pressione fiscale (oggi riconducibile alla restituzione del debito contratto con le banche centrali) abbiano il sopravvento, comportando unicamente un esponenziale arricchimento del sistema delle banche centrali e della grande finanza, è, infatti, l’introduzione della proprietà popolare della moneta. Con l’applicazione del più semplice ed elementare principio di diritto, quello di riconoscere alla collettività la proprietà della moneta in circolazione, si eliminerebbero tutte le drammatiche problematiche che attanagliano gli stati di mezzo mondo e sconvolgono i governi asserviti al potere bancario e alla grande usura delle banche centrali.
Ed allora ben vangano convegni sul signoraggio, intitoliamo strade al prof. Auriti, ma non eludiamo il legame indissolubile e sacro che vi è tra l’Uomo Auriti e la proprietà popolare, non cerchiamo, in altri termini, di introdurre discorsi che addirittura lo contraddicono o si pongono in chiara contrapposizione con i suoi principi, unicamente per darsi lustro.
Il prof. Auriti è la proprietà popolare della moneta, con la conseguenza che non possono essere scissi l’uno dall’altra, per cui se si parla di lui deve parlarsi anche della sua teoria monetaria che ha collocato l’uomo al centro della vita e inibisce alle società strumentalizzanti di arricchirsi a danno della collettività.
L’unica alternativa accettabile – da sempre auspicata - è il dibattito tra chi la condivide e chi la disapprova, perché con la dialettica, civile ma ferma, si ottiene crescita e approfondimento, ma non si può accettare che la figura del prof. Auriti venga dissociata dalla sua idea per mere esigenze populistiche o di ritorno d’immagine Questo è quello che, nel V anniversario della sua scomparsa, sento il dovere di affermare. Manteniamo saldo il legame con l’idea auritiana, per l’introduzione della proprietà popolare della moneta, perché lì vi è l’Ideale che ha superato le ideologie e non può subire strumentalizzazioni di sorta.
Un atto d’amore che non ha chiesto alcuna contropartita e che, per ciò stesso, non può essere utilizzato per fini diversi da quello del raggiungimento bene comune.

Una lunga buona strada

AVVENIRE, 12 agosto 2011

Per ritrovare la fiducia (e il suo senso). Per un nuovo mercato, equo

Una lunga buona strada

Dietro la crisi che stiamo attraversando c’è soprattutto una grave crisi di fiducia: non si sa più dove trovare investimenti affidabili, e quindi si vendono titoli preferendo liquidità (o oro e beni rifugio). Oggi è chiaro come non mai quanto sia vero che credito deriva da "credere", dal fidarsi. Il grande economista inglese J. M. Keynes nel 1936 aveva ben descritto, nella sua sostanza, quanto sta accadendo ora, un fenomeno che dipende poco dai sofisticati strumenti finanziari e molto da semplici meccanismi psicologici: siamo caduti in una «trappola delle aspettative negative», una situazione nella quale per una grave crisi di fiducia (in questo caso nei debiti pubblici degli Stati "sovrani") gli operatori hanno una fortissima preferenza per la liquidità e una grande sfiducia nei titoli finanziari. E quando si cade in queste trappole la sola politica efficace è ricreare quella fiducia che manca, ricreare aspettative positive. L’attuale sistema economico capitalistico non ha – e qui sta il punto – le risorse antropologiche ed etiche, prima che tecniche, per poter rilanciare queste aspettative, perché mancano prospettive culturali all’altezza delle sfide poste.

Nei momenti di crisi la memoria è sempre una risorsa importante per immaginare e tracciare scenari di speranza. Fiducia proviene dal latino fides, una parola che significa insieme fiducia, affidabilità, legame (corda) e fede religiosa. Mi fido di te, ti faccio credito (sei credibile), perché condividiamo la stessa fides, quella fede che era la principale garanzia di affidabilità e di restituzione del prestito, soprattutto quando si scambiava con forestieri. Su questa fides-fiducia-affidabilità-credibilità-legame-fede è nato il primo mercato unico europeo tra Trecento e Modernità. Con la riforma protestante questa fides entra in crisi, la corda si spezza (non bastava più la fides cristiana per i commerci e per la pace); l’Europa trovò allora nuove forme di fiducia per poter sostenere i nascenti mercati: è infatti nel Seicento che nascono le le banche centrali, le borse valori, che diventano le nuove garanzie "laiche" del nuovo mercato senza-fides. Parallelamente a queste nuove istituzioni economiche nascono anche gli Stati nazionali, che diventano, i nuovi "luoghi della fiducia", le grandi garanzie per i mercati e per le monete, come lo erano state le città nel Medioevo. Questo breve excursus storico solo per dire che l’economia moderna laica nasce da uno strettissimo rapporto tra economia e politica nazionali, tra finanza e Stati-nazione. Dietro scambi e finanza c’erano gli Stati, i popoli, le comunità nazionali, i territori, l’appartenenza. Anche la democrazia politica ed economica che conosciamo si è fondata su mercati e istituzioni economiche sostanzialmente nazionali. Questo capitalismo nazionale, nelle sue due grandi versioni anglosassone e europea, ha retto fino a pochi decenni fa, quando siamo entrati in modo via via più accelerato nell’era della globalizzazione e del capitalismo finanziario.

Questa crisi ci sta dicendo che ancora non sappiamo né capire né governare il capitalismo globalizzato, perché mentre l’economia e la finanza sono radicalmente cambiate, la politica e i suoi strumenti sono ancora quelli del primo capitalismo, compresa la creazione senza controlli e garanzie di enormi debiti pubblici, espressione dell’antica idea di sovranità e signoraggio degli Stati-nazione. Per non parlare poi del tema fiscale: per combattere seriamente l’evasione fiscale dovremmo almeno riconoscere che esiste una mega "questione fiscale" e di giustizia che si gioca sui mercati finanziari globali, dove si creano enormi profitti e rendite che di fatto sfuggono ai sistemi fiscali ancora troppo ancorati alla dimensione nazionale, che al più può ricorrere ex post al pericoloso e immorale trucco dei condoni.

In Europa l’euro è in profonda crisi perché non abbiamo ancora trovato un rapporto tra l’euro e l’Europa. Resta sempre un effetto credibilità del singolo Paese (non sarà certo un caso che Piazza Affari è quasi sempre la peggiore!), ma non è quello decisivo per capire e affrontare la crisi. Basti osservare quanto siano divenute inadeguate le garanzie offerte dagli Usa di Obama, poiché in realtà servirebbe una politica a dimensione della globalizzazione, una politica che ancora non c’è, e soprattutto non si intravvede. Sarebbe necessaria una nuova Bretton Woods mondiale, per dar vita a una economia di mercato post-capitalistica dove la finanza è regolata e tassata come (e forse più di) tutte le attività che producono reddito, dove si creano authorities indipendenti di controllo dei debiti pubblici, dove si regolano anche la governance delle grandi imprese multinazionali (alcune oggi più ricche e influenti di piccoli Stati-nazione), e molto altro ancora. Ecco perché in questa crisi è in gioco la nuova economia di mercato nell’era della globalizzazione, che dovrà essere diversa da quella che abbiamo creato fin qui. L’economia finanziaria globalizzata ha bisogno di fiducia ma, come nel caso dell’energia, la consuma senza essere capace di ricrearla, perché i suoi strumenti creano reputazione (che è un normale bene di mercato) che tende a spiazzare la fiducia (che è invece un bene relazionale).

Ciò che ad oggi è certo è che la vecchia politica basata sui governi nazionali, sugli equilibri partitici e sulla sovranità non funziona più. Che cosa uscirà da questo fallimento non lo sappiamo: possiamo solo prevedere alcuni anni di fragilità, di rischio sistemico, di incertezza, con sacrifici per tutti, speriamo con un po’ d’equità. E dobbiamo soprattutto rilanciare la speranza, che è la grande virtù in tutti i tempi di crisi, è il terreno fertile dal quale può rifiorire anche la fiducia.
Luigino Bruni

CRISI: ZINGARETTI, MOBILITARSI CONTRO MACELLERIA SOCIALE

CRISI: ZINGARETTI, MOBILITARSI CONTRO MACELLERIA SOCIALE GOVERNO

CRISI: ZINGARETTI, MOBILITARSI CONTRO MACELLERIA SOCIALE GOVERNO =
(AGI) - Roma, 12 ago. - "Usiamo la terminologia esatta: la
manovra proposta dal Governo nei confronti degli Enti locali e'
una vera e propria macelleria sociale. Gli Enti locali sono in
prima fila per fornire servizi alle fasce piu' bisognose della
popolazione. Questi stanziamenti sono stati gia' ridotti
all'osso e ridurli ancora, peraltro con percentuali
elevatissime, significa scardinare quasi completamente
qualsiasi intervento sociale nei confronti dei piu' deboli.
Tutto cio' e' inaccettabile, quindi sara' necessario
mobilitarsi in tutti i modi contro questa iniqua manovra del
Governo delle destre Bossi-Berlusconi che colpisce come al
solito i piu' deboli e i piu' bisognosi". Lo dichiara in una
nota il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.
(AGI)
Pgi
121527 AGO 11
CRISI. ZINGARETTI: MANOVRA È MACELLERIA SOCIALE ENTI LOCALI
"COLPISCE COME AL SOLITO DEBOLI E BISOGNOSI, MOBILITARSI"

(DIRE) Roma, 12 ago. - "Usiamo la terminologia esatta: la manovra
proposta dal governo nei confronti degli Enti locali e' una vera
e propria macelleria sociale". Lo dice il presidente della
Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.
"Gli Enti locali- aggiunge- sono in prima fila per fornire
servizi alle fasce piu' bisognose della popolazione. Questi
stanziamenti sono stati gia' ridotti all'osso e ridurli ancora,
peraltro con percentuali elevatissime, significa scardinare quasi
completamente qualsiasi intervento sociale nei confronti dei piu'
deboli".
"Tutto cio' e' inaccettabile, quindi sara' necessario
mobilitarsi in tutti i modi contro questa iniqua manovra del
governo delle destre Bossi-Berlusconi che colpisce come al solito
i piu' deboli e i piu' bisognosi", conclude Zingaretti.

(Com/Dip/ Dire)
16:06 12-08-11

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Giulietto Chiesa: due "grandi" notizie di agosto

Giulietto Chiesa: due "grandi" notizie di agosto

L’ITALIA METTE SOTTO ACCUSA LA BCE

THE GUARDIAN: L’ITALIA METTE SOTTO ACCUSA LA BCE

La Banca centrale europea starebbe cercando di rovesciare il governo italiano. A dirlo non è il premier e neppure Emilio Fede, bensì il quotidiano britannico conservatore The Guardian, dando conto delle accuse che ieri il Senatur Umberto Bossi ha lanciato nei confronti dell’istituzione europea, accusando anche il futuro presidente della Bce, Mario Draghi, “di nutrire ambizioni politiche”.

Si tratterebbe di una polemica nata dopo che l’attuale numero uno della Banca, Jean-Claude Trichet, e il suo successore designato, hanno presentato a Berlusconi le loro richieste in cambio dell’acquisto di obbligazioni italiane.

Secondo delle indiscrezioni circolate in questi giorni, tali richieste sarebbero state giudicate “umilianti”. Il premier , però, avrebbe già declinato diversi “inviti” da parte dell’opposizione e dei sindacati a rendere pubblica la lettera incriminata, anche se il suo ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, avrebbe fornito maggiori dettagli e, nel tentativo apparente di ingraziarsi i sindacati, avrebbe detto che il governo non si sarebbe mai inchinato dinnanzi alla richiesta della Bce di tagliare i salari del settore pubblico. Negare sempre e comunque. Anche l’evidenza.

(12 Agosto 2011)