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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

venerdì 16 settembre 2011

VENTI REGIONI E MILIONI DI CITTADINI ASPETTANO UN CONDONO TOMBALE


ECONOMIA. SCILIPOTI (MRN) - VENTI REGIONI E MILIONI DI CITTADINI ASPETTANO UN CONDONO TOMBALE PER LE CARTELLE ESATTORIALI EQUITALIA


ROMA, 16/09/2011: “Tutti i contenziosi tributari, passati in giudicato e già affidati ad Equitalia per le riscossioni coattive, ammontanti a  non meno di 5 miliardi, che ormai soffocano inesorabilmente tanti, troppi cittadini e imprese d’Italia, in particolare della Sicilia e della Sardegna, devono essere spazzati via. Ribadisco fortemente la necessità di un condono tombale per tutte le cartelle di Equitalia!”. Così l’On. Dott. Domenico Scilipoti, segretario politico del Movimento di Responsabilità Nazionale, in riferimento alla impossibilità, per i più, di riuscire a pagare le esose cartelle che da più tempo tormentano cittadini e impresari.  “Pagando una somma il più possibile equa – continua il deputato MRN - equivalente  ad un costo che va dal 1% al 5% di interessi sommati alla somma iniziale dovuta(e non a quella derivante dal cumulo di interessi composti), con la possibilità di rateizzare gli importi contenenti somme importanti, si permetterebbe a tante famiglie e tantissime imprese di ritornare ad una vita normale, fatta di lavoro e di sudore, ma foriera di risultati economici appaganti”. “Il condono tombale sulle cartelle esattoriali – conclude l’On. Scilipoti – è sempre più necessario. Mi auspico un interessamento trasversale e convergente delle forze politiche di maggioranza e di opposizione che, in Parlamento, abbia a cuore le sorti di tanti nostri concittadini usurati”.

Segreti di Stati - Capitolo Uno

(Segreti di Stati - torna all'indice)


Capitolo I - Antonino Arconte, il Gladiatore cancellato

"...in quei sei mesi del 1980, quando in Italia successe il finimondo... io avevo contatti solo con i sorci del carcere di piazza Manno ad Oristano. "Madronas", in sardo, grandi come conigli, che entravano nelle celle seminterrate d'isolamento. Entravano la notte, attraverso il buco del gabinetto alla turca, a fianco al lavandino. L'unico modo per fermarle era tapparlo infilandoci una bottiglia piena d'acqua. Non riuscivano a spostarla!"
Antonino Arconte, "L'ultima missione - G-71 e la verità negata", 2001.

USA, 1994, 28 Dicembre. Il presidente Clinton ha declassificato e resi pubblici 43 milioni di documenti raccolti dalla CIA. Tra questi il settimanale l'Espresso ne ha rintracciati alcuni inerenti alla struttura Gladio. Da essi emerge che Gladio esisteva già molto prima della sua data ufficiale di nascita nel 1956, che il Gladio fu scelto come simbolo perchè il nucleo iniziale era costituito da una formazione clandestina di ex appartenenti alla X MAS della Repubblica fascista di Salò. La CIA aveva inoltre raccolto una descrizione dettagliatissima della struttura della X MAS e i nomi dei suoi appartenenti comandati da Junio Valerio Borghese, dato che intendeva utilizzarli in funzione anticomunista. Infatti tutti gli appartenenti alla X MAS su cui gli americani riuscirono a mettere le mani furono "arrestati" ed inviati immediatamente dopo la fine della guerra in un campo di addestramento in USA. La struttura clandestina degli appartenenti alla X MAS nei documenti viene già chiamata "Stay Behind", prima ancora che tale struttura venisse estesa a tutti i paesi europei sotto controllo USA.

Per introdurre la storia di Arconte, riproduco un articolo recente che evidenzia il problema sempre più pressante del cannibalismo giornalistico. In breve: un giornalista si interessa alle ricerche di qualcun altro, si appropria delle fonti, ci scrive sopra un articolo e nemmeno tiene di conto chi aveva aperto il vaso di Pandora. Sarà per distrazione? Ma ecco l'introduzione del caso Arconte:

TIBEREIDE - Rivista socio-culturale
LO SCOOP CHE NON C'E'; da "Liberazione" a "Famiglia Cristiana"
di Maria Lina VECA,17/05/2002
http://www.tibereide.it/articoli_dettaglio.asp?articolo_id=250&articolo_categoria=1

Antonino Arconte, 47 anni, nome in codice G-71: fu arruolato personalmente dal Generale Miceli nel SID e fece parte di quella Gladio militare chiamata "Gladio delle Centurie". Alcuni esplosivi documenti in possesso di G71, relativi al sequestro Moro, furono "portati alla luce" da un ricercatore dell'Istituto Europeo di Milano, Marco Saba, poi comunicati all'ex presidente della Commissione Difesa, Falco Accame, che impiegò quasi un anno ad accertarne la veridicità e l'affidabilità, prima di renderli pubblici, attraverso la stampa. E qui viene il bello, perché furono diversi i giornalisti che, in rapida successione, si occuparono dei "segreti" del "gladiatore": Piero Mannironi su "La Nuova Sardegna", a novembre del 2000, che titolava "Caso Moro, i carabinieri interrogano Arconte"; poi Stefano Mannucci, de "Il Tempo" con "Gladio, le carte sparite nei giorni di Moro" nel marzo 2001, che riportava anche un intervento di Accame su "Il vero segreto: missioni armate oltre confine dei nostri agenti". Poi , a fine 2001, le interviste di Marco Gregoretti su G.Q., due servizi su "Le guerre segrete". E a gennaio 2002, "Rinascita" pubblicò , con grande risalto, una lunga intervista di quattro pagine con Nino Arconte, dove venivano toccati i molti segreti di cui il "gladiatore" è depositario, segreti che tracciano un filo rosso che collega terrorismo internazionale, fondamentalismi, guerre, un filo rosso che unisce anche molte morti misteriose. Arconte ci fornì risposte a grandi interrogativi irrisolti della storia di questi ultimi venti anni, ed alcune rivelazioni tratte dal dossier che lui stesso aveva preparato e consegnato nel 1998 alla C.I.A e al F.B.I. nonché l'anticipazione del contenuto del suo libro "L'ultima missione", ora pubblicato negli Stati Uniti.Nello stesso mese una versione ridotta dell'intervista ad Arconte, sempre a firma di Maria Lina Veca, comparve in rete sul nostro sito Tibereide, con l'aggiunta delle osservazioni di Falco Accame sulla riforma dei servizi segreti, e con una ampia anticipazione del libro di Arconte , "L'ultima missione". Ciò premesso, in questi ultimi giorni, molti giornali si sono improvvisamente accorti dell'esistenza di Arconte, scatenandosi in una serie di articoli sul caso Moro - e fin qui tutto bene. Quello che va meno bene, è che questi "cacciatori" di scoop dell'ultim'ora , viaggiano, evidentemente, dentro la macchina del tempo. Infatti, siamo a maggio 2002, dunque settimane e mesi dopo l'uscita dei primi titoli che riguardavano la "Gladio segreta" di Arconte - titoli e rivelazioni di Marco Saba, Mannironi, Mannucci, Gregoretti, Veca - senza considerare che tutto questo è uscito fuori solo per la volontà caparbia di Accame di ricercare la verità. Ma "Liberazione", uscendo il 9 e 10 maggio 2002, con il titolo "Moro, i dubbi di Andreotti", parla di proprie "rivelazioni", in seguito alle quali si sarebbe mosso il Senatore Andreotti. Non solo, "Liberazione" annuncia anche, con un pizzico di trionfalismo di troppo, che il fatto di essersi occupata del "presunto gladiatore " ha rotto "il vero e proprio muro di gomma della carta stampata"! Per essere un muro di gomma, doveva essere molto morbido, perché, come abbiamo visto, eravamo già stati in parecchi ad attraversarlo. Ma non finisce qui: il 16 maggio è in edicola "Famiglia Cristiana" con "Lo strano caso di G 71", un dossier di "grandi rivelazioni", non tanto "grandi" in verità, perché le domande e le risposte sono assai simili a quelle dell'intervista pubblicata da "Rinascita" e da Tibereide nel gennaio di quest'anno. Solo per rinfrescare la memoria a questi "cacciatori" di scoop , riportiamo alcune righe della nostra intervista a Nino Arconte, tuttora leggibile in rete:

"Nino Arconte, che cosa è stata e cosa ha rappresentato la Gladio delle Centurie?

"La Gladio delle Centurie non era niente di più che una delle 32 branche in cui era stato suddiviso il Servizio Informazioni Difesa (SID) - per volontà del nostro legittimo Governo - per ciò che mi è dato di sapere- dal 1970. Un corpo di volontari, super addestrati e con compiti istituzionali, agli ordini del Governo Italiano. Come lo stesso Generale Vito Miceli, sotto giuramento, in un aula di Tribunale, testimoniava il 14 Dicembre 1977, durante un udienza del processo per il presunto Golpe Borghese.

"Lei afferma che, già prima del rapimento Moro, circolavano delle voci su questa vicenda , e che si cercavano notizie in Medioriente...ci può dire qualcosa di più preciso in merito?"

"Non ne so molto di più - ma è indubbio che gli ordini che fui inviato a portare in Medioriente, ed in particolare a Beiruth, riguardavano quell'atto terroristico. Seppi del sequestro e della strage di Via Fani, attraverso un fonogramma di Roma-radio (all'epoca non c'erano i telefonini) durante la navigazione verso Alexandria d'Egitto, già partito da Beiruth, dove avevo consegnato a G-219 (G-219 era il codice con il quale, su quei documenti veniva indicato l'allora capitano Mario Ferraro, suicidatosi nell'estate del 95, impiccandosi alla maniglia del suo bagno...non era un nano, mi superava di vari centimetri, cioè era un uomo di 1,90 mt., ed aveva appena deciso di unirsi ad altri in una denuncia pubblica... almeno così ci aveva detto..."

E riportiamo alcune parole di Accame, citate nel nostro articolo: "In un documento (numero di repertorio 122627) autenticato dal notaio Pietro Angozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978 - e cioè 14 giorni prima del rapimento dell'On. Moro e dell'uccisione della sua scorta - la X Divisione "S.B." (Stay Behind) del Ministero della Marina, inviava l'agente G71 appartenente alla Gladio "Stay Behind" (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beiruth, per consegnare documenti all'agente G 219, ivi dislocato, dipendente dal capocentro, Colonnello Stefano Giovannone, affinché prendesse contatti con i movimenti di liberazione nel vicino Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro". Qui sorgevano spontanee alcune domande: "Perché la X Divisione non avvertì l'On. Moro e le forze dell'ordine il 2 marzo? Si poteva evitare la prigionia di Moro e la morte dei suoi agenti di scorta?"

Questo, tanto per aiutare la memoria di molti potenziali "Premi Pulitzer", erano le domande che ci ponevamo già nel gennaio del 2002.
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Maria Lina è una giornalista straordinaria, nipote di un Generale della Guardia di Finanza, con la quale mi riprometto da tempo un viaggio nei teatri delle guerre "umanitarie" - Kosovo, Afganistan - ma che per un motivo od un altro viene sempre rimandato. Per non lasciare il lettore con la curiosità in merito al documento a distruzione immediata su Moro, lo pubblico sotto:
Per dovere di cronaca, "terzo grado e più" indica che si possono usare mezzi estremi, fino al decesso dell'obiettivo.

Mentre mi occupavo della vicenda Arconte, stavo costruendo un sito Internet dove archiviare il materiale che mi interessava conservare e divulgare. Una specie di enciclopedia che raggiunse la dimensione di 110 MB. Paragonabile ad 11.000 pagine. Una sezione del sito riguardava Gladio ed i servizi. Ad un certo punto venni messo in contatto con Francesco Gironda, il portavoce ufficiale dei 622 gladiatori che erano emersi a seguito dello scandalo del 1991. Poiché con Arconte la corrispondenza - che col tempo è diventata una solida amicizia - continua tutt'ora, via via egli mi narrava dei suoi colleghi gladiatori. La cosa curiosa è che questi NON erano compresi nella lista dei 622 allora diffusa dagli organi d'informazione. Per questo nel 1997 ero diffidente, sennonché la riprova l'ebbi col tempo - il tempo rende giustizia - infatti altri gladiatori "cancellati" ebbero la fine più strana: "suicidati", scomparsi nel nulla, colpiti da pallottole vaganti in Somalia, etc. Via via il quadro mi divenne più chiaro: si trattava di un corpo di guerra non-ortodossa che veniva impiegato per azioni di supporto alla politica estera americana - mentre ai suoi membri si parlava di "patriottismo", di guerra al comunismo. Ricordo, in merito alla mia interpretazione, una lunga polemica con lo stesso Nino che nei momenti clou mi vedeva come una specie di agente del KGB - posso capire la sua irritazione. Nino venne reclutato, come altri, a 16 anni: un'età in cui è facile riempirsi la testa di ideali ed avere una visione deformata della realtà. Molti agenti dell'est avranno seguito un iter simile. La mia idea oggi, a seguito delle prove raccolte, è che la guerra fredda non sia stato altro che un "gioco" di spartizione di aree di influenza tra gli USA e l'URSS al fine di non ammettere altri "giocatori" nella conquista del dominio globale. Per capirne le basi teoretiche, occorre leggere: "A two-person cooperative game", John Nash, Rand Corporation, 31 agosto 1950 - reperibile sul sito di Nash, in Internet. Il problema è - e resta - che tutto è permesso pur di vincere. Le vittime del gioco - spesso intere popolazioni spodestate della loro sovranità - vengono completamente ignorate. Oggi il gioco si fa duro poiché, essendo rimasto un solo contendente, le cose che prima si facevano nell'ombra - Stay Behind - oggi avvengono alla luce del sole. I perdenti dunque sono i non-americani, all'apparenza. Ma non solo: lo stesso popolo americano è all'oscuro dei mezzi con cui viene portata avanti la politica estera del suo governo. Rimane dunque come strumento d'indagine, per capire chi sono i mandanti, chiedersi: chi ci guadagna? Cui prodest? Ma veniamo a Nino: al di là di quali fossero le sue missioni, ricordiamoci che era un militare che obbediva agli ordini dei suoi superiori, resta il fatto che un bel giorno del 1986, tornando al quartier generale di Roma, in via XX settembre n.8, non trova più niente. Sparito l'ufficio, sparite le persone che lo occupavano. Dopo tanti anni di servizio, l'agente Arconte rimane improvvisamente solo: senza una spiegazione, un congedo od un pensionamento. Usato e gettato. Negli anni a venire, da Roma arriveranno solo dei killer a contratto per cercare di eliminarlo, nella sua splendida Sardegna, come fosse un testimone scomodo e non un uomo che, alla nostra Patria, aveva dato tutto, comprese le sue giovanili illusioni e speranze. Per questo gli dedico un capitolo, mentre la sua storia completa, di 650 pagine e cento documenti allegati, la potrete trovare in parte nel suo sito "The Real Story of Gladio". Ma torniamo un attimo a Gironda: lo conobbi in un periodo in cui facevo ricerca con una serba geniale, Dana, che mi disse subito che aveva scoperto che Francesco Gironda era un generale. Lei si era collegata in qualche modo con fonti della BND, il servizio segreto tedesco, e l'informazione non dava adito a dubbi. Incontrai Gironda nella bouvette di un Grande Albergo di Milano e, davanti a due aperitivi, cominciammo ad "annusarci". Lui era molto scettico sulla storia di Arconte ed io cercavo di capire perché quella storia gli fosse completamente oscura. Dopo vari incontri ho deciso che probabilmente non ne era a conoscenza perché certe strutture della NATO, o adiacenti alla NATO o contigue, come avrebbe detto il giudice Giovanni Falcone, alla NATO, usano strutture a compartimenti stagni, così come fanno le cellule terroristiche o le forze non-convenzionali annidate nei reparti delle varie "Protezioni Civili". Tant'è che Nino, molti dei colleghi che conosceva solo col nome in codice, li riconobbe attraverso le foto dei necrologi pubblicati sui giornali. E', ad esempio, il caso di Mario Ferraro, "suicidato" il 16 luglio 1995, di cui sopra nell'articolo della Veca. Ma anche di Gardini e di tanti altri. Il caso sollevato da Arconte ha generato due interrogazioni parlamentari, una del senatore Andreotti e l'altra del senatore Malabarba, a tutt'oggi (25 aprile 2003) senza risposta. Riportiamo quella di Malabarba:

SENATO - INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/02291
Primo Firmatario MALABARBA (MISTO) - Data Presentaziona: 04/06/2002 (Seduta n.0181)
Stato iter: * ITER IN CORSO * Ministro delegato : PRES. CONSIGLIO Destinatari: PRESIDENZA CONSIGLIO
Materia: - Classificazione con termini TESEO --ASSOCIAZIONI SEGRETE. ATTENTATI.
MINISTERI. MARINA MILITARE. SERVIZI DI SICUREZZA.
- Indicizzazione : geopolitica e sigle -- OPERAZIONE GLADIO. MINISTERO DELLA DIFESA.

Testo:
Al Presidente del Consiglio dei ministri. Per conoscere, in relazione a quanto emerso circa la cosiddetta "Gladio delle centurie" o Gladio militare e alle indicazioni circa l'esistenza di un preavviso nel rapimento dell'on.le Moro, di cui si è occupata una componente di Stay Behind finora non conosciuta: quali comunicazioni risultino esservi state circa la eventualità di un rapimento e di un imprigionamento dell'on.le Moro e circa l'incarico alla Gladio di prendere contatti con movimenti guerriglieri del Medio Oriente (che avevano fornito armi alle Brigate Rosse) per un loro intervento a favore della liberazione dell'on.le Moro, intervento che in effetti, sia pur tardivamente, vi è stato; se le informazioni di cui sopra siano state comunicate o meno al Ministero dell'interno e agli organi di sicurezza, nonché alla magistratura, al fine di prevenire per quanto possibile l'effettuarsi della strage di via Fani, dove trovarono la morte 5 agenti della scorta; se risulti che la gestione di tali informazioni avvenisse attraverso la Direzione del personale della Marina Militare (Maripers) in collegamento con il Comando Subacquei Incursori (Comsubin) di La Spezia; quale ruolo svolgesse la 10 Divisione Stay Behind di Maripers nel gestire le operazioni all'estero della Gladio militare che, fra l'altro, aveva punti di appoggio in numerosissimi paesi esteri tramite persone facenti capo alla stessa direzione di Maripers; quale ruolo svolgesse il comando Subacquei Incursori (Comsubin) di La Spezia nella mobilitazione e addestramento del personale della Gladio militare tenendo anche presente che personale di Comsubin ha operato, tra l'altro, a Maripers proprio alla 10 Divisione come ad esempio il capitano di fregata Giuseppe Rasenti; quale ente di Commissariato provvedesse al compenso di tutto il personale operante all'estero e con quali fondi visto che si trattava di operazioni clandestine e di compiti non previsti dall'ordinamento militare italiano; chi abbia affidato al personale militare italiano compiti di guerriglia implicanti operazioni armate all'estero al di fuori della conoscenza dei Capi di Stato che, in base all'art. 87 della Costituzione, hanno il comando delle Forze Armate; se i Ministri della difesa, visto che questa Gladio operava agli ordini del Ministro della difesa, siano stati informati della esistenza di questa Gladio oppure se le operazioni fossero condotte al di fuori della conoscenza dei Ministri della difesa; se vi fossero ruoli congiunti tra Ministero della difesa e servizi segreti militari dipendenti non direttamente dalla Difesa ma dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, in base alla legge 801/77, legge che, tra l'altro, implica che i servizi segreti compiano esclusivamente operazioni di intelligence e non operazioni armate (da affidarsi eventualmente ai corpi speciali delle Forze Armate e della Polizia), anche perché figurano ordini a firma congiunta del capo della 10 Divisione, Remo Malusardi, e del capo del SISMI Fulvio Martini; chi abbia ordinato operazioni con "ordini a distruzione immediata", ordini non previsti dall'ordinamento militare e che rendono responsabile il solo esecutore scaricando di ogni responsabilità chi ha impartito gli ordini stessi; in che consistesse il servizio S.I.M.M., Servizio informazioni della Marina Militare, fino ad oggi non conosciuto e che appare come un doppione del SIOS Marina; quali verifiche siano state eseguite daqli organi competenti tenendo conto del fatto che l'esistenza di questa Gladio militare è stata segnalata dall'ex parlamentare Falco Accame fin dal 28 marzo 2000 al Presidente del Consiglio, on.le Amato, al Presidente prò tempore della Commissione Stragi sen. Pellegrino, al Presidente del COPACO prò tempore on.le Frattini, e che anche la magistratura militare è stata messa al corrente della Gladio militare e infine che la magistratura ordinaria ha provveduto fin dal novembre 2000 ad interrogare due appartenenti a tale Gladio. (4-02291)

Oltre a questa interrogazione, ve ne fu una analoga, ma più breve de Senatore Andreotti. Eccone la risposta:

Ministero della Difesa - Risposta alla interrogazione a risposta scritta del Senatore Andreotti del 9 maggio 2002:

Il Servizio per le informazioni e la Sicurezza Militare nel confermare che non disponeva di alcuna notizia preventiva circa il sequestro dell'Onorevole Moro, ha verificato il contenuto del libro "L'Ultima Missione", pubblicato su un sito Internet statunitense da Antonino Arconte. Nel libro è effettivamente riportato che, in merito alla vicenda Moro, i Servizi italiani ed americani sarebbero venuti a conoscenza del rapimento prima che lo stesso avesse luogo. Per avvalorare questa tesi, l'autore presenta un "documento a distruzione immediata" che lo avrebbe autorizzato, in data 2 marzo 1978, "...ad ottenere informazioni di 3° grado e più, se utili alla condotta di operazioni di ricerca di contatto con gruppi del terrorismo M.O. (NdA: mediorientale) al fine di ottenere collaborazioni ed informazioni utili alla liberazione dell'On. Aldo Moro...". Su questo ed altri documenti pertinenti il citato libro, sono stati richiesti approfondimenti a tutte le Amministrazioni /undici) interessate o che potevano comunque essere in possesso di notizie utili a chiarire la vicenda (NdA: quali sono queste magnifiche undici?). Queste hanno giudicato i documenti "visibilmente modificati" e/o "palesemente falsi". Inoltre, i risultati delle ulteriori verifiche e degli accertamenti interni effettuati, hanno confermato l'infondatezza di quanto asserito dall'Arconte. Dai riscontri, infatti, è emerso che non può esservi alcun collegamento tre il personaggio (G219), asseritamente incontrato in Libano dallo stesso Arconte, e quello che egli indica quale Ten. Col. Mario Ferraro, (nel SISMI solo dal 1980 e deceduto nel 1995). All'epoca del sequestro, infatti, il Ferraro non apparteneva al SISMI e, soprattutto, la descrizione resa delle caratteristiche antropometriche diverge totalmente da quella riferibile allo stesso Ferraro. I Servizi statunitensi, da parte loro, hanno formalmente smentito di aver intrattenuto qualsiasi tipo di rapporto con l'Arconte, asserendo, peraltro, che egli è sconosciuto anche all'FBI ed all'US Immigration and Naturalization Service. La circostanza costituisce un ulteriore, significativo indicatore della inattendibilità dell'affermazione dell'Arconte che, nel suo libro, fra l'altro, afferma che la veridicità di alcuni dei documenti annessi alla pubblicazione era stata riscontrata proprio dai Servizi statunitensi. Trova, dunque, piena conferma quanto già rappresentato nella relazione che il SISMI predispose sulla base degli specifici quesiti posti dalla "Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di Via Fani e sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro" ed in cui si afferma che "...nel periodo antecedente alla strage di Via Fani non risulta che il SISMI abbia mai raccolto elementi che potessero far in qualche modo prevedere l'insorgere della vicenda Moro, sia sotto il profilo dell'acquisizione di informazioni su possibili e dirette azioni terroristiche, sia dal punto di vista dell'esistenza di semplici minacce ed avvertimenti nei confronti del Parlamentare". Firmato: Il Ministro della Difesa, Antonio Martino.

Amen. Ma rimane un problema scottante: la perizia di Maria Gabella, commissionata da Famiglia Cristiana, Liberazione e TG3 - Primo Piano, dice:" Non è un documento recente ma ha almeno oltre i tre anni, tre anni e mezzo; non è un manufatto dozzinale; anche se per ipotesi fosse un falso, è opera di persone esperte". E poi ancora: "La carta - appunto - è un modello di non facile imitazione". E' infatti di una qualità particolare, una pasta composta da metalli pregiati, proprio con funzioni identificative. E la dottoressa Gabella se ne intende: a lei vennero affidate, dalla Procura di Roma, le analisi sulla documentazione firmata BR rinvenuta nel 1978 in alcuni covi dei "brigatisti". Attualmente la Dott.ssa Gabella è una dei periti di riferimento del tribunale di Torino.

Segreti di Stati - indice

(Addendum 2011: Questo libro, completato nel 2003, si è rivelato profetico. Ogni capitolo -  o quasi - trova conferma nella cronaca dei seguenti anni. Peccato che all'epoca, e fino ad oggi, nessun editore sia stato abbastanza lungimirante da volerlo pubblicare....)

Segreti di Stati

Dedico questo libro a tutte le vittime della guerra fredda, da quelle della filiera nucleare - centrali nucleari, test nucleari, incidenti e traffici nucleari vari, satelliti che rientrano in atmosfera disperdendo materiale radioattivo, cancro, AIDS, sindrome del Golfo, etc. - e a quelle delle varie guerre, più o meno cinquanta, più o meno umanitarie, dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Lo dedico inoltre ai miei figli, Michele e Lucia, ad Antonella ed alle future generazioni.

A proposito dell'autore: Marco Saba è un ricercatore dell'Osservatorio sulla Criminalità Organizzata di Ginevra (O.C.O. - www.ocdbgroup.net) e si occupa di segreti dal 1999, quando fondò il Comitato "STOP U-238!". Nel 2000 entra nell'Advisory Board di IDUST (International Depleted Uranium Study Team). Lo stesso anno, ispira la creazione dell'Osservatorio Etico Ambientale. Ha collaborato con l'ANA-VAFAF (una organizzazione che cura gli interessi dei familiari delle vittime delle Forze Armate) per l'informazione a proposito dell'uso militare e civile dell'Uranio Impoverito. Il 18 gennaio 2000 relazionò alla Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera, sul problema delle armi all'Uranio Impoverito. In quell'occasione denunciò gli accordi riservati, tra la AIEA e l'OMS, sulla conduzione degli studi sugli effetti delle radiazioni sulla salute umana. Dal 2001 svolge una ricerca sulle connessioni tra industria nucleare, servizi segreti, banchieri e governanti.
Marco Saba può essere contattato via: http://marcosaba.be

Indice

Premessa

22. Lo strano caso della Deutsche Bank

Conclusione e suggerimenti
Indice analitico

La battaglia di Goffi contro Equitalia

La battaglia di Goffi contro Equitalia diventa un libro 
Blitz, 15 settembre 2011

 TORINO, 15 SET – La battaglia contro Equitalia dell'avvocato Alberto Goffi, segretario dell'Udc in Piemonte, è diventata un libro scritto con la collaborazione di Antonio Lubrano. Il volume, il cui ricavato finanziera' un osservatorio sul fenomeno, e' stato presentato questa sera a Torino in una intervista pubblica con Paolo Bonolis. In sala, alle Ogr, un parterre di vip, con il presidente del Csm, Michele Vietti, il sindaco di Torino, Piero Fassino, il Presidente del Piemonte, Roberto Cota, il presidente del Consiglio regionale, Valerio Cattaneo. La scelta di Torino per la presentazione non è casuale perché la protesta del capoluogo piemontese contro la società pubblica di riscossione di proprietà dell'Agenzia delle Entrate e dell'Inps è da tempo diventata un caso nazionale. Goffi in questi anni ha aiutato oltre 300 aziende, coadiuvato dal presidente del Palermo Calcio, Maurizio Zamparini, che ha messo a disposizione un numero verde e uno staff di professionisti che hanno fornito assistenza gratuita a 4.300 persone. ''Lo Stato – ha spiegato Goffi – applica interessi del 40% che possono salire fino al 120% sui debiti di persone che hanno sempre pagato le tasse ma si trovano improvvisamente in difficoltà. Oggi ci sono in Italia un milione e 700 mila abitazioni ipotecate da Equitalia, e questo significa che circa sei milioni di persone stanno vivendo un grave dramma. Se non si interverrà subito, l'esito sarà un immenso disastro sociale. La prima cosa che lo Stato deve e puo' fare e' la distinzione fra evasori e persone in difficolta'. Vessare le seconde facendo loro perdere la casa, l'accesso al credito bancario e anche il diritto a lavorare con il blocco degli strumenti della loro attivita' non serve a recuperare il credito''. Il libro, intitolato 'E' qui l'Italia'? e' un manuale informativo a uso dei contribuenti, per guidarli nell'intricato mondo della tassazione e tutelarli dalle conseguenze del pagamento tardivo. Contiene storie di ''casi concreti di ingiustizie'', e il suo ricavato finanziera' un fondo di garanzia per le ''vittime di Equitalia'', la cui istituzione e' prevista da una legge regionale che Goffi intende far approvare presto dal Consiglio regionale del Piemonte.

Debito Pubblico: tutti zitti!

Con l’introduzione dell’euro il cittadino ha perso circa il 50% del suo potere d’acquisto

Debito Pubblico: tutti zitti! Parla il Mercato

di: Lorenzo Chialastri, Rinascita

A settembre è tempo di spremitura. La spremitura è l’arte che trasforma la materia in potenza nel suo compimento: l’atto. Nel caso della viticultura è quindi il passaggio dal prodotto naturale, uva, a quello compiuto, vino.
A nessuno di buon senso verrebbe in mente di schiacciare l’uva solo per diletto, sarebbe un puro atto vandalico. Ogni spremitura pertanto non è di per sé un fine, ma un mezzo, ovvero la tecnica attraverso la quale arriviamo allo scopo propostoci. Anche se questa vendemmia fa ben sperare per un buon vino, la spremitura, purtroppo, di questi tempi evoca altri sentimenti lontani da Bacco.
Effettivamente le manovre fiscali alle quali vogliono abituarci, cambiando i termini sopracitati, sono senz’altro delle forme di spremitura. Di questa ultima spremitura, tra pressione fiscale, finanziaria, manovra bis con correttivo, sono molti a chiedersi quali siano le giuste “uve” da spremere per avere il massimo gettito e quindi la risposta più appropriata. La Cgil, primo sindacato dei lavatori e pensionati, vuole allargare e distribuire il peso della manovra attraverso una “tassazione sulle grandi ricchezze, tassazione sui grandi immobili e lo spostamento del peso verso chi ha pagato molto meno di quel che ha o che non ha mai pagato”. Per gli evasori chiede la fine del loro privilegio di non pagare, che paghino tutti si grida, solo così pagheremo meno. Tutto vero, condivisibile, e giusto. Ma la domanda non è solo quella di sapere chi sono e quanto devono pagare. Il punto non è solo stabilire il gradiente del peso fiscale in modo differenziato legandolo senza altro a qualche indicatore di ricchezza che sia il più reale, vero, possibile.
C’è una domanda che deve precedere ogni domanda: Pagare per cosa? Non si tratta d’accettare supinamente una disgrazia e poi cercare di condividerla in base al principio: male comune mezzo gaudio.
Agli albori di molte civiltà si cercava di dare forma istituzionale al potere, o alla prepotenza, alla razzia o alle scorribande del più forte che prendeva quello che gli capitava a tiro, si pretendeva un tributo in cambio del quale “il signore” dava “protezione”. Di quanto dato, strappato, il vassallo non si chiedeva dove andava a finire, l’importante che il padrone saziato lo lasciasse in pace per un po’. Relazioni reciproche tra le parti, tra quella che deteneva il potere e quella che lo subiva, si svilupparono nei secoli a venire, trovando nei diritti dei secondi un maggiore equilibrio di giustizia, nonché una maggiore rintracciabilità di quanto dato e dovuto.
Nel “Contratto Sociale” del 1762, Rousseau scriveva:
“Più i pubblici contributi si allontanano dalla loro fonte, più sono pesanti. Non è sulla quantità delle imposte che bisogna misurare questo carico, ma sul percorso che esse debbono fare per tornare nelle mani da cui sono uscite. Quanto questa circolazione è rapida e ben stabilita, che si paghi poco o molto, il popolo è sempre ricco e le finanze vanno sempre bene. Al contrario, per quanto sia poco ciò che il popolo dà, se questo poco non torna a lui, continuando sempre a dare, ben presto si esaurisce: lo Stato non è mai ricco e il popolo sempre miserabile”. Il vivere in una società avanzata, effettivamente organizzata, comporta il nostro concreto aiuto, partecipazione economica, alla cassa comune dello Stato, e ciò dovrebbe essere sufficiente a garantire la disponibilità di servizi in una forma di gratuità o semi-gratuità. Questo non è lo Stato dei Soviet, ma un normalissimo Stato in cui i suoi cittadini contribuiscono al bilancio con delle entrate al fine di costruire una ricchezza sociale che sia in grado di far star bene tutti.
Torniamo alla domanda di cui sopra: Pagare per cosa? Molti di quelli che fino a qualche decennio fa erano considerati servizi pubblici sono stati, parzialmente o a volte totalmente, rivisti in chiave privata. Persino i fondamentali della cosa pubblica, salute-sanità, scuola-istruzione, nella loro degenerazione qualitativa sottolineano un impoverimento che lascia spazi solo a finanziatori privati. Se prima potevamo avvalerci di servizi più o meno discutibili, ma comunque per tutti, ora spesso siamo costretti a pagare servizi peggiori.
Qualcosa non torna, aumenta la pressione fiscale sul contribuente stremato, da parte di uno stato che è sempre meno stato, e allo stesso tempo il cittadino è costretto a pagare servizi fondamentali. Questo ci rende tutti più deboli e vulnerabili perché veniamo a dipendere dal denaro. Il denaro, in qualunque sua forma (cartacea, digitale), diventa lo spartiacque tra gli uomini, tutti ne siamo più dipendenti, quindi tutti siamo meno liberi, con l’aggravante che il nostro lavoro diventa superfluo e insufficiente al nostro sostentamento. Negativamente a questo aggiungiamo che con l’introduzione dell’euro, questa è una stima di questi giorni da parte degli istituti competenti, il cittadino ha perso circa il 50% del suo potere d’acquisto.
Rousseau si sta senz’altro preoccupando per questa povertà: i contributi pubblici si allontanano sempre più dalla loro fonte, ovvero da noi stessi. Ma non basta, il tutto assume un rivoltamento generale quando, nel tentativo di “migliorare” la situazione, gli esperti del settore hanno la pretesa di curare il male con la malattia stessa. E’ un fatto che a questo punto si dà la responsabilità del disastro attuale non al nuovo corso liberista, ma bensì alla forma residuale di stato sociale sopravvissuta, e alla sua precedente gestione “statalista” della cosa pubblica.
Il debito pubblico è ciò che resta delle scellerate politiche precedenti, ora è tempo di serietà e di rigore, così ci viene detto. Il debito va onorato, costi quel che costi. Per questo motivo, e non per altri, che negli ultimi anni ci hanno abituati a finanziarie, correttivi, manovre bis, riduzione delle spese pubbliche, tutto nel tentativo, per altro vano, di saziare, colmare, quel benedetto buco. Tutto il resto sembra non contare più, anzi diventa persino una colpa aver pensato che in passato la sanità, l’istruzione, la ricerca, abbiano contato tanto. E’ tempo di guardare in faccia la realtà, e quello che abbiamo davanti è soltanto il debito pubblico, la nostra realtà sta prendendo la forma che il debito pubblico esige, ovvero quello della povertà e del baratro. Questa volta, almeno a detta dei nostri politici, gli italiani non volteranno le spalle, è una questione di onore, di credibilità, i mercati, le banche mondiali, ci guardano.
Ha ragione Susanna Camusso, il segretario generale della Cgil, che siamo sull’orlo dell’abisso. L’unica osservazione da fare è purtroppo che l’abisso non è la finanziaria di turno, il baratro purtroppo non è Silvio Berlusconi, magari fosse così, in tal caso basterebbe che a vincere le elezioni fosse un Bersani, ma lo ripetiamo purtroppo non è così. Crederci significa attirare soltanto uno spostamento dell’attenzione.
Angelino Alfano, qualche settimana fa, al suo esordio alla Camera in qualità di segretario politico del partito di governo, scaldando i banchi del Pdl esordisce: “Noi siamo contrari a fantomatici governi tecnici. Chi è stato eletto e governa poi torna al popolo e si fa giudicare. Chi invece presiede un governo tecnico mette le tasse e poi dal popolo a farsi giudicare non ci torna”. Ancora Alfano, rivolgendosi all’opposizione che chiedeva la fine della legislazione perché i mercati lo comandano, risponde: “Autorevoli esponenti del Pd, hanno detto che il governo deve dimettersi perché i mercati lo chiedono. Siamo sgomenti: ma da quando in qua sono i mercati a scegliere il governo o a stabilire che debbono andare a casa?”.
La risposta è veramente facile, perché ciò avviene da quando l’opera di flagellazione dello stato è chiamata “autorevolezza”.
Se non è in malafede, l’ingenuità di Alfano è raccapricciante. E’ ormai da anni che i mercati, questi fantomatici mercati, esercitano un potere autoritario, assoluto, verso tutti i governi e stati, al punto di stabilirne le conformazioni, le finanziarie e le riforme, figuriamoci se non sono in grado di mandarli a caso quando non più utili ai propri scopi. Non sono forse i mercati ad esercitare un potere talmente forte nei confronti di ogni paese al punto d’espropriarli della loro autorità legittima? L’autorità legittima di ogni nazione, indipendentemente dalla sua storia o organizzazione costituzionale, quando c’è si chiama sovranità. L’economia di mercato, per sua connaturale fisiologia, ha prodotto una società di mercato nella quale la politica abdica dal suo ruolo. Viviamo tutti in un mondo a sovranità nazionale limitata, siano paesi del terzo, quarto mondo, o industrializzati, in tutti si ha una dipendenza esplicita ed implicita dal mercato, che è in grado di stabilire, pretendere riforme strutturali (demolizioni strutturali), così come quella di accordare prestiti provenienti dalle stamperie di falsari. Quello di Alfano non è un abbaglio, è soltanto l’interpretazione del ruolo politico formale, ma di una politica, e di politici, che ormai hanno perso oltre che la dignità, l’indipendenza dal grande potere apolide economico.
Ma poi questo mercato, a cui tutto e tutti dobbiamo, cos’è? Chi è?

ale la pena farci queste domande, perché anche se le risposte possono essere complesse, aprendo interi trattati da parte degli esperti, c’è una banale, incontrovertibile, verità che va ricordata, e sotto questa luce, se ricordata, molte cose assumerebbero un aspetto completamente differente e la matassa troverebbe il suo bandolo.
Nell’ultimo libro di Galbraith, il quale, nell’arco della sua vita oltre ad essere un economista e tanto altro non è stato di certo un estremista, ci viene ricordata una sostituzione di parole da parte della “Economia della truffa”. C’è stato un momento nella nostra storia contemporanea in cui gli esperti favorevoli hanno praticamente asportato nelle loro esternazioni economiche, previsioni, la parola capitalismo, sostituendola sistematicamente con quella di mercato. Il capitalismo era, ed è, ancora in grado d’evocare sentimenti negativi, legati allo sfruttamento, quindi può comunque innescare fenomeni di resistenza. Per Galbraith il mercato ha un vantaggio rispetto alla parola capitalismo in quanto assume una forma impersonale, che spinta dalla propaganda, alla sua massima bontà, porta a far credere che il gioco nel mercato è condotto dal consumatore. Il consumatore è il vero, l’unico, uomo nuovo, altro che quello delle ideologie “totalitarie”, egli è l’ultimo esemplare evoluto  dotato di massima intelligente, è in grado in base alle sue scelte di premiare il migliore, e quindi è lui attraverso la democratizzazione del consumo globalizzato, a decidere le sorti stesse del mercato. Il mercato è cosa buona e giusta, provate a sostenere il contrario, vi tacceranno di essere perlomeno antidemocratici mandandovi a corsi di rieducazione sostenuti da Oscar Fulvio Giannino. 
Ora poniamo l’uguaglianza tra mercato e capitalismo, proviamo a fare tutti i ragionamenti che volete, o che fanno gli esperti, utilizzando non il primo, ma il secondo temine.
Non siamo in grado, tra chi esercita una qualunque forma di potere locale, nazionale, di trovare uno straccio d’uomo in grado di criticare il mercato. Sapete perché? Semplicemente perché politicamente, sindacalmente, culturalmente, giornalisticamente, a quei livelli sono irreperibile forme umane anticapitaliste.
In quest’ottica però assumono un aspetto inquietante certe pretese sindacali, che nel convincere gli operai sulle nuove fasce malattia, sulla flessibilità, sulle pensioni, sulle privatizzazioni, per anni hanno invocato le necessità del mercato. Quei sindacati, tutti tranne quelli di base, in altre parole chiedevano sacrifici ai lavoratori, come del resto sono stati fatti, a favore e per conto del capitalismo. Da questa prospettiva tutto è più chiaro.
D’altronde il maggiore partito di “sinistra”, il Pd, rinfaccia all’attuale governo di non fare abbastanza per i mercati, quindi gli rinfaccia di non essere abbastanza servizievole nei confronti delle aspettative del capitalismo finanziarizzato.
Ovviamente il partito di governo non è d’accordo, una diatriba feroce nell’estenuante tentativo di affermare: io sono più servizievole e a favore del mercato di te.
Difatti il ministro Maurizio Sacconi asserisce che “la decisione del governo di confermare l’articolo 8 nell’impianto della manovra, introducendo la possibilità di derogare alla contrattazione aziendale gli eventuali licenziamenti, rientra nelle richieste che la Banca Centrale ha avanzato al governo”. Ed ancora “ nella lettera nella parte riguardante il mercato del lavoro la Bce, secondo quanto s’apprende, ha infatti chiesto d’agire sulla flessibilità in uscita, togliendo le rigidità”. Il governo per questo e per altro risponde: obbedisco.
Una cosa è certa sicuramente, non c’è scranno parlamentare occupato da qualcuno che non si scaldi in favore del mercato, ed esprima certezze di come sia giusto dare risposte serie allo stesso. Tutti d’accordo, tutti convergono verso lo stesso punto, possono starci divergenze minime di metodo, ma il loro faro è il mercato, altrimenti detto in modo più esplicito: capitalismo mondializzato. Stridente certamente è la loro convinzione democratica nel voler invece servire a tutti i costi un potere che oltre estraneo al popolo mandatario, è pure privato. Probabilmente il concetto di democrazia nell’universo liberista assume proprio queste fattezze. 
L’impressione che abbiamo è quella che tutti sono d’accordo sulla necessità di trovare “uva” per una corposa spremitura. L’unica cosa che cambia tra le parti è solo se spremere più un tipo d’uva o un’altra, e in questo confuso riempire il torchio, nessuno ha più interesse del fine, ovvero: per quale vino? 
In questa spremitura, malgrado la giusta reazione all’ultima finanziaria, troviamo pure la Cgil. Di fatto il sindacato, anche se per una più equa spremitura, non sembra voler mettere il dito nella piaga. In questo non ci riferiamo soltanto alla circostanza che la Camusso, nel tentativo di indicare altri settori alternativi dove spremere e tagliare sui sprechi, scavalchi a piedi pari l’esorbitante spesa militare che l’Italia consuma per le sue missioni di guerra, pardon di pace. Far rientrare i militari su suolo patrio ci farebbero risparmiare svariati milioni di euro al giorno, compresi i festivi, evidentemente le missioni da parte della Cgil non sono da considerare degli sprechi, e comunque parlarne sarebbe cosi poco politicamente corretto visto che i finanziamenti, rifinanziamenti, sono stati votati, rivotati, all’unanimità, anche, e con la gioia, del partito di riferimento del sindacato stesso. Meglio buttarla in caciara e cantare “Bella ciao”. 
Ma non è su questo che si voleva attirare l’attenzione, ma bensì sul fatto, molto più grave, che dal sindacato non parte una seria critica nei confronti del mercato e del capitalismo finanziarizzato in generale. Sarebbe opportuno, condizione minima, che il sindacato non si preoccupasse di saldare il debito, o di costruire credibilità di fronte ai mercati, il capitalismo ha già troppi impavidi paladini.
Per decenni abbiamo assistito a sindacati completamenti ammutoliti, quando non entusiasti, di fronte ai Lanzichenecchi. Mentre le operazioni di liberalizzazione, privatizzazione delle aziende pubbliche, avvenivano non uno sciopero generale è stato intrapreso. Eppure di quella lunga catena di svendite e riforme strutturali, nulla è servito per ridurre il famigerato debito pubblico, anzi.
Questa deve diventare una consapevolezza per ogni sindacato che voglia intraprendere seriamente il proprio ruolo, bisognerebbe iniziare con un mea culpa, e il resto, compreso i lavoratori inscritti verrebbe da se. 
Tutti i nostri sforzi da onesti cittadini e lavoratori, intesi proprio come porzioni di salario, di tasse, proventi delle svendite del patrimonio pubblico, sono risucchiati dal buco nero del debito pubblico. In esso si trovano le ragioni prime e ultime delle nostre disgrazie così come del dissesto finanziario dell’ultimo comune d’Italia. Di essi, dei nostri sforzi, si perde ogni rintracciabilità e niente ne abbiamo di ritorno.
Il sistema capitalistico finanziario ha posto le sue strutture “legali”, quale le banche centrali, quella mondiale, i fondi mondiali, come sportelli di riscossione e di gestione, sono loro i novelli arcigni esattori.
Non permettetevi di chiamarlo sfruttamento capitalistico, sono solo le libere, sane, giuste, leggi del mercato, non cercate socialismo e neanche un novello Robin Hood, tutto sotto controllo, è la democrazia del libero mercato.
Nella grande filiera del debito pubblico ci sono due estremi, da una parte chi detiene il potere del denaro e lo perpetua arbitrariamente battendo moneta dal nulla, signoraggio, dall’altro ci sarà sempre uno stato, o meglio il suo popolo eternamente indebitato, che fintanto rimarrà soggiogato dal ricatto resterà trafelato nell’inutile rincorsa dietro al debito.
“Quando si arriva a controllare la moneta, la sua creazione, il suo prestito, i tassi d’interesse, si ha in pugno lo stato, l’economia, la gente”... “l’essenza del potere non è la proprietà, il dominio delle cose, ma il dominio dei comportamenti delle persone” (da Euro schiavi di Della Lula e Miclavez). 
Ricapitolando: è importante pagare le tasse, non è importante se tanto o poco, ma l’importante è quanto di quello dato rientra nella comunità come servizi (Rousseau).
La spremitura attuale non è finalizzata ad un “nostro “ vino, ma persegue lo scarico del tino nel buco nero chiamato debito pubblico. Il debito pubblico è lo spettro dei mercati, che più propriamente è il caso che torniamo a chiamare capitalismo (Galbraith). 
L’economia di mercato, il capitalismo, produce una società di mercato, la quale presuppone la perdita d’ogni sovranità per gli stati nazionali, ogni forma di potere è commissariata da un unico committente. Nel mercato assoluto, totale, non è il consumatore, e tanto meno l’uomo, il soggetto della società casomai è l’oggetto, in esso l’unico dio e protagonista è il profitto. Il profitto privato è il nemico d’ogni giustizia e istituzione sociale.
Il debito pubblico è inestinguibile, per sua legge connaturale, le banche battono carta straccia che diventa moneta, e gli stati (popoli) diventano debitori eterni degli istituti privati. L’indebitamento pubblico è il più eccellente sistema di controllo sui popoli.
Il millantato debito pubblico è stato il pretesto, passato e presente, delle liberalizzazioni, privatizzazione, precarizzazioni e svendite dei gioielli di stato. 
Queste traiettorie, così sommariamente riproposte, possono essere condivise in parte o completamente, magari corrette, ma rimane comunque certo che tutte passano, incrociano, per uno stesso punto. Questo punto è il vertice di una ostilità ragionata nei confronti del mercato globale, integrale, altrimenti e più propriamente detto capitalismo finanziarizzato.
Lorenzo Chialastri 
ale la pena farci queste domande, perché anche se le risposte possono essere complesse, aprendo interi trattati da parte degli esperti, c’è una banale, incontrovertibile, verità che va ricordata, e sotto questa luce, se ricordata, molte cose assumerebbero un aspetto completamente differente e la matassa troverebbe il suo bandolo.
Nell’ultimo libro di Galbraith, il quale, nell’arco della sua vita oltre ad essere un economista e tanto altro non è stato di certo un estremista, ci viene ricordata una sostituzione di parole da parte della “Economia della truffa”. C’è stato un momento nella nostra storia contemporanea in cui gli esperti favorevoli hanno praticamente asportato nelle loro esternazioni economiche, previsioni, la parola capitalismo, sostituendola sistematicamente con quella di mercato. Il capitalismo era, ed è, ancora in grado d’evocare sentimenti negativi, legati allo sfruttamento, quindi può comunque innescare fenomeni di resistenza. Per Galbraith il mercato ha un vantaggio rispetto alla parola capitalismo in quanto assume una forma impersonale, che spinta dalla propaganda, alla sua massima bontà, porta a far credere che il gioco nel mercato è condotto dal consumatore. Il consumatore è il vero, l’unico, uomo nuovo, altro che quello delle ideologie “totalitarie”, egli è l’ultimo esemplare evoluto  dotato di massima intelligente, è in grado in base alle sue scelte di premiare il migliore, e quindi è lui attraverso la democratizzazione del consumo globalizzato, a decidere le sorti stesse del mercato. Il mercato è cosa buona e giusta, provate a sostenere il contrario, vi tacceranno di essere perlomeno antidemocratici mandandovi a corsi di rieducazione sostenuti da Oscar Fulvio Giannino.
Ora poniamo l’uguaglianza tra mercato e capitalismo, proviamo a fare tutti i ragionamenti che volete, o che fanno gli esperti, utilizzando non il primo, ma il secondo temine.
Non siamo in grado, tra chi esercita una qualunque forma di potere locale, nazionale, di trovare uno straccio d’uomo in grado di criticare il mercato. Sapete perché? Semplicemente perché politicamente, sindacalmente, culturalmente, giornalisticamente, a quei livelli sono irreperibile forme umane anticapitaliste.
In quest’ottica però assumono un aspetto inquietante certe pretese sindacali, che nel convincere gli operai sulle nuove fasce malattia, sulla flessibilità, sulle pensioni, sulle privatizzazioni, per anni hanno invocato le necessità del mercato. Quei sindacati, tutti tranne quelli di base, in altre parole chiedevano sacrifici ai lavoratori, come del resto sono stati fatti, a favore e per conto del capitalismo. Da questa prospettiva tutto è più chiaro.
D’altronde il maggiore partito di “sinistra”, il Pd, rinfaccia all’attuale governo di non fare abbastanza per i mercati, quindi gli rinfaccia di non essere abbastanza servizievole nei confronti delle aspettative del capitalismo finanziarizzato.
Ovviamente il partito di governo non è d’accordo, una diatriba feroce nell’estenuante tentativo di affermare: io sono più servizievole e a favore del mercato di te.
Difatti il ministro Maurizio Sacconi asserisce che “la decisione del governo di confermare l’articolo 8 nell’impianto della manovra, introducendo la possibilità di derogare alla contrattazione aziendale gli eventuali licenziamenti, rientra nelle richieste che la Banca Centrale ha avanzato al governo”. Ed ancora “ nella lettera nella parte riguardante il mercato del lavoro la Bce, secondo quanto s’apprende, ha infatti chiesto d’agire sulla flessibilità in uscita, togliendo le rigidità”. Il governo per questo e per altro risponde: obbedisco.
Una cosa è certa sicuramente, non c’è scranno parlamentare occupato da qualcuno che non si scaldi in favore del mercato, ed esprima certezze di come sia giusto dare risposte serie allo stesso. Tutti d’accordo, tutti convergono verso lo stesso punto, possono starci divergenze minime di metodo, ma il loro faro è il mercato, altrimenti detto in modo più esplicito: capitalismo mondializzato. Stridente certamente è la loro convinzione democratica nel voler invece servire a tutti i costi un potere che oltre estraneo al popolo mandatario, è pure privato. Probabilmente il concetto di democrazia nell’universo liberista assume proprio queste fattezze.
L’impressione che abbiamo è quella che tutti sono d’accordo sulla necessità di trovare “uva” per una corposa spremitura. L’unica cosa che cambia tra le parti è solo se spremere più un tipo d’uva o un’altra, e in questo confuso riempire il torchio, nessuno ha più interesse del fine, ovvero: per quale vino?
In questa spremitura, malgrado la giusta reazione all’ultima finanziaria, troviamo pure la Cgil. Di fatto il sindacato, anche se per una più equa spremitura, non sembra voler mettere il dito nella piaga. In questo non ci riferiamo soltanto alla circostanza che la Camusso, nel tentativo di indicare altri settori alternativi dove spremere e tagliare sui sprechi, scavalchi a piedi pari l’esorbitante spesa militare che l’Italia consuma per le sue missioni di guerra, pardon di pace. Far rientrare i militari su suolo patrio ci farebbero risparmiare svariati milioni di euro al giorno, compresi i festivi, evidentemente le missioni da parte della Cgil non sono da considerare degli sprechi, e comunque parlarne sarebbe cosi poco politicamente corretto visto che i finanziamenti, rifinanziamenti, sono stati votati, rivotati, all’unanimità, anche, e con la gioia, del partito di riferimento del sindacato stesso. Meglio buttarla in caciara e cantare “Bella ciao”.
Ma non è su questo che si voleva attirare l’attenzione, ma bensì sul fatto, molto più grave, che dal sindacato non parte una seria critica nei confronti del mercato e del capitalismo finanziarizzato in generale. Sarebbe opportuno, condizione minima, che il sindacato non si preoccupasse di saldare il debito, o di costruire credibilità di fronte ai mercati, il capitalismo ha già troppi impavidi paladini.
Per decenni abbiamo assistito a sindacati completamenti ammutoliti, quando non entusiasti, di fronte ai Lanzichenecchi. Mentre le operazioni di liberalizzazione, privatizzazione delle aziende pubbliche, avvenivano non uno sciopero generale è stato intrapreso. Eppure di quella lunga catena di svendite e riforme strutturali, nulla è servito per ridurre il famigerato debito pubblico, anzi.
Questa deve diventare una consapevolezza per ogni sindacato che voglia intraprendere seriamente il proprio ruolo, bisognerebbe iniziare con un mea culpa, e il resto, compreso i lavoratori inscritti verrebbe da se.
Tutti i nostri sforzi da onesti cittadini e lavoratori, intesi proprio come porzioni di salario, di tasse, proventi delle svendite del patrimonio pubblico, sono risucchiati dal buco nero del debito pubblico. In esso si trovano le ragioni prime e ultime delle nostre disgrazie così come del dissesto finanziario dell’ultimo comune d’Italia. Di essi, dei nostri sforzi, si perde ogni rintracciabilità e niente ne abbiamo di ritorno.
Il sistema capitalistico finanziario ha posto le sue strutture “legali”, quale le banche centrali, quella mondiale, i fondi mondiali, come sportelli di riscossione e di gestione, sono loro i novelli arcigni esattori.
Non permettetevi di chiamarlo sfruttamento capitalistico, sono solo le libere, sane, giuste, leggi del mercato, non cercate socialismo e neanche un novello Robin Hood, tutto sotto controllo, è la democrazia del libero mercato.
Nella grande filiera del debito pubblico ci sono due estremi, da una parte chi detiene il potere del denaro e lo perpetua arbitrariamente battendo moneta dal nulla, signoraggio, dall’altro ci sarà sempre uno stato, o meglio il suo popolo eternamente indebitato, che fintanto rimarrà soggiogato dal ricatto resterà trafelato nell’inutile rincorsa dietro al debito.
“Quando si arriva a controllare la moneta, la sua creazione, il suo prestito, i tassi d’interesse, si ha in pugno lo stato, l’economia, la gente”... “l’essenza del potere non è la proprietà, il dominio delle cose, ma il dominio dei comportamenti delle persone” (da Euro schiavi di Della Lula e Miclavez).
Ricapitolando: è importante pagare le tasse, non è importante se tanto o poco, ma l’importante è quanto di quello dato rientra nella comunità come servizi (Rousseau).
La spremitura attuale non è finalizzata ad un “nostro “ vino, ma persegue lo scarico del tino nel buco nero chiamato debito pubblico. Il debito pubblico è lo spettro dei mercati, che più propriamente è il caso che torniamo a chiamare capitalismo (Galbraith).
L’economia di mercato, il capitalismo, produce una società di mercato, la quale presuppone la perdita d’ogni sovranità per gli stati nazionali, ogni forma di potere è commissariata da un unico committente. Nel mercato assoluto, totale, non è il consumatore, e tanto meno l’uomo, il soggetto della società casomai è l’oggetto, in esso l’unico dio e protagonista è il profitto. Il profitto privato è il nemico d’ogni giustizia e istituzione sociale.
Il debito pubblico è inestinguibile, per sua legge connaturale, le banche battono carta straccia che diventa moneta, e gli stati (popoli) diventano debitori eterni degli istituti privati. L’indebitamento pubblico è il più eccellente sistema di controllo sui popoli.
Il millantato debito pubblico è stato il pretesto, passato e presente, delle liberalizzazioni, privatizzazione, precarizzazioni e svendite dei gioielli di stato.
Queste traiettorie, così sommariamente riproposte, possono essere condivise in parte o completamente, magari corrette, ma rimane comunque certo che tutte passano, incrociano, per uno stesso punto. Questo punto è il vertice di una ostilità ragionata nei confronti del mercato globale, integrale, altrimenti e più propriamente detto capitalismo finanziarizzato.

Articolo letto: 294 volte (14 Settembre 2011)

17 settembre: Anti-Banks Day, tutti a Milano

Domani è la giornata mondiale antibanche, che nella sua versione italiana si apposterà in piazza Affari per simbolicamente protestare contro la finanza.



Appuntamento: ore 10 in Piazza Affari
Manifesto:

Noi cittadini riuniti davanti alla borsa di Milano: indignati per la dittatura economica che stiamo vivendo, vogliamo sottolineare che siamo persone pacifiche, che non hanno nessuna intenzione né provocare le forze dell'ordine, né di creare disordini, ma semplicemente fare le nostre richieste:
1) Chiediamo alla Banca Centrale Europea e alla Banca dItalia (che per il 95% è in mano a private società per azioni) di farsi carico del Debito Pubblico, che hanno generato a nostre spese. Non vogliamo che tale debito gravi sulle spalle dei cittadini. I governi di turno, per mantenere i patti con le banche, vengono obbligati ad effettuare tagli sulla spesa pubblica e ad innalzare le imposte. Il Signoraggio Bancario, ossia la truffa generata da questo sistema finanziario, è il male che vogliamo debellare dalla nostra società.

2) Chiediamo il ripristino della Sovranità Monetaria. Lo Stato deve avere il potere di gestire la propria politca monetaria e di emettere la moneta necessaria al soddisfacimento della spesa pubblica, in modo tale che tutti i beni e servizi utili al benessere della collettività siano garantiti, senza generare nuovo debito. Chiediamo quindi la Nazionalizzazione delle Banche Centrali. Vogliamo che il potere di emettere moneta sia esclusivamente nelle mani del popolo e non in quelle delle banche private. La moneta deve essere di proprietà del portatore.
3) Riteniamo che la politica rappresentativa sia un fallimento, in quanto non è più in grado di rappresentare il volere popolare. In una democrazia è il popolo che deve governare. Chiediamo quindi, che venga dato il giusto potere agli strumenti di democrazia diretta: proposte di legge e referendum. Vogliamo che in parlamento vengano discusse le iniziative popolari. A tal riguardo chiediamo l'introduzione di referendum propositivi e confermativi.
4) Chiediamo che lo Stato come Istituzione garante dei diritti dei cittadini, non subisca direttive da istituzioni sovra-nazionali, non elette democraticamente dalla popolazione (BCE:Banca Centrale Europea, FMI: Fondo Monetario Internazionale, BM: Banca Mondiale, OMC: Organizzazione Mondiale del Commercio, Commissione Europea), nè da altre istituzioni segrete, quali il gruppo Bilderberg o la Commissione Trilaterale .
IN SINTESI chiediamo:

- estinzione del debito pubblico e eliminazione del signoraggio bancario

- sovranità monetaria nelle mani del popolo

- democrazia diretta

- libertà culturale dai poteri economici
Programma:
- ore 11.30 Giulietto Chiesa http://www.giuliettochiesa.it/
- assemblea con tema “controinformazione ed economia”
- assemblea con tema “economia e lavoro precario”
- ore 16.00 Salvatore Tamburro http://www.democraziadirettasovranitamonetaria.it/
- assemblea con tema “economia, mafie e spazi pubblici”
- ore 18.30 Moni Ovadia http://www.moniovadia.it/
- assemblea con tema “cultura ed economia”

Backstage docufilm su moneta e sistema bancario

Backstage docufilm (9 di 9) su moneta e sistema bancario