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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

lunedì 26 settembre 2011

Segreti di Stati - Cap. 10 Il clown-attivista

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Capitolo 10 - Il clown-attivista Jacopo Fo

"...Basta essere abbastanza grossi e potenti per non doversi preoccupare delle leggi. In questo caso d'altronde, non si tratta nemmeno di leggi ma di accordi sottoscritti fra Stati all'insaputa della cittadinanza. Il bello è che si chiamano "accordi" anche se quasi sempre la gente è contraria. Perciò i negoziati di questi accordi sono segreti, perché finiscono con l'accrescere diritti e privilegi per gli investitori, ledendo direttamente la sovranità popolare e la democrazia." da: Noam Chomsky, "Due ore di lucidità", Baldini & Castoldi, 2003.

Ho deciso di dedicare questo decimo capitolo a Jacopo. A proposito di decimo: mi viene in mente quando lessi per la prima volta: X-MAS. Dato che nell'infanzia avevo avuto delle baby-sitter americane, ero convinto che x-mas volesse dire: Christmas (Natale). A trentacinque anni suonati, trovai un'altra interpretazione: decima MAS (Memento Audere Semper, il motto che le aveva dato D'Annunzio). Un corpo speciale che, d'accordo coi Partigiani, avrebbe liberato l'Italia dagli stranieri (tedeschi ed americani). Qualcosa andò storto, la mafia venne ricattata e... venimmo "liberati". Anche i tedeschi tornarono a frotte, soprattutto sulla riviera adriatica, Rimini e dintorni, pertanto il tutto non è molto chiaro. In cambio del salvataggio dell'intellighenzia fascista-nazista, vennero fatti accordi segreti bilaterali che prevedevano tra l'altro le basi nucleari sul nostro territorio. Un'altra parte degli accordi prevedeva che alcuni "mafiosi" avrebbero goduto per sempre dell'impunità. Ma torniamo ad Jacopo: preferisco lasciargli la parola per raccontarsi come meglio saprà fare lui. Quanto segue, il resto del capitolo, è, quindi, farina del suo sacco.

IO TERRORISTA

Nel 1973 ci fu il congresso del Gruppo Gramsci, la nostra potente organizzazione, che contava circa 300 militanti in tutta Italia. In questo grande convegno decidemmo di scioglierci. Avevamo capito che i tempi storici erano lunghi, il comunismo non sarebbe arrivato di lì a poco e un partitino rivoluzionario non sarebbe servito a niente. Disperdetevi per il mondo e fate qualcosa di utile! Praticamente avevamo preso una decisione di un'intelligenza mostruosa che precedeva di tre anni lo scioglimento di Lotta Continua e di quattro la fine della fase di "piazza" del Movimento. Il dramma fu che la relazione con la quale Nanni Arrighi concluse la nostra storia politica era troppo intelligente perché la capissimo. Quindi, sciolto il Gruppo Gramsci, la maggioranza dei capi e dei militanti continuò a fare quel che aveva sempre fatto. E visto che Nanni Arrighi ci aveva spiegato che i tempi non erano maturi, decidemmo di farli maturare noi con un po' di bottiglie molotov. Questo passaggio fu aiutato da un qui pro quo linguistico di proporzioni bibliche. I nostri programmi parlavano di "autonomia operaia". Anche i testi di Potere Operaio parlavano di "autonomia operaia", e anche loro si erano sciolti come organizzazione. Poco importava se con quelle due parole "autonomia operaia" intendessimo concetti completamente diversi. Nessuno si preoccupò del fatto che noi, che eravamo mezzi hippie, ci fossimo sciolti per darci a piccole iniziative locali mentre loro si erano sciolti per darsi alla lotta armata. Certamente pensate che io stia esagerando. Invece andò proprio così. Noi non sapevamo cosa fare e restammo affascinati dalla semplicità dei loro propositi: fare un gran casino. Si discusse della situazione politica, della necessità di difendere il movimento, di superare gli schemi organizzativi dei vecchi servizi d'ordine. Così, a 18 anni, mi ritrovai a essere il "commissario politico" della struttura militare degli studenti delle scuole medie superiori ("i medi"). Il responsabile militare era un gigante ex Potere Operaio. A puro scopo teorico iniziammo a studiare da terroristi. Si trattava di apprendere "nuove modalità di comportamento" in vista di un attacco repressivo. In effetti la polizia aveva nuovamente cambiato tecnica di combattimento. Indossavano una tenuta da battaglia più leggera, stavano adottando nuove autoblindo "da città" che resistevano al fuoco delle bottiglie molotov e usavano tattiche più moderne di quelle della fanteria egiziana del V° secolo Avanti Cristo. Noi cominciammo ad andare ai cortei vestiti bene, in giacca e cravatta. Capelli corti, barba appena fatta. Invece di stare in cordone stavamo "sciolti", sui lati, così se c'erano casini eravamo più rapidi a piombare come falchi. Usavamo bottiglie molotov ultramoderne (dette "chimiche", perché grazie a un innesco chimico si accendevano da sole rompendosi). Poi iniziammo a studiare come si usano le armi, come si fa una bomba incendiaria a tempo (l'esplosivo era considerato fascista perché poteva colpire persone innocenti). Nota: i giornali borghesi parlavano sempre di "bombe molotov che esplodevano" ma le molotov non possono esplodere, la benzina si limita a incendiarsi. C'erano però dei pirla che, convinti dalla propaganda reazionaria, mettevano bulloni e chiodi nelle bottiglie molotov pensando che quando la bottiglia "scoppiava" i pezzi di ferro scagliati dall'esplosione avrebbero colpito gli avversari (come succede appunto con le bombe). L'unico risultato che ottenevano era che le bottiglie, che sono di vetro, spesso si rompevano durante il trasporto a causa dello sbatacchiare dei pezzi di metallo. Ma non era importante quello che facevamo quanto come lo facevamo. Avevamo nomi falsi, ci incontravamo in chiese, cinema o giardini pubblici. La puntualità "al secondo" era d'obbligo. Per questo Sergio non è mai entrato nella "struttura", era refrattario alla puntualità. "Perché nella guerriglia urbana il fattore tempo è fondamentale per la riuscita degli attacchi," spiegava l'improvvisato insegnante, "se ti servono i soldi e devi fare una rapina in banca hai solo tre minuti sicuri prima che arrivi la polizia." E soprattutto, anche se non facevamo in realtà nulla di più di un qualsiasi servizio d'ordine "legalitario", vivevamo come un gruppo di partigiani nascosti in città durante l'occupazione nazista. Eravamo circondati, i nostri telefoni potevano essere controllati, potevamo essere seguiti, si doveva stare attenti a eventuali infiltrati, e i messaggi telefonici in codice si sprecavano. In quell'anno e mezzo il mio sonno divenne leggero, ero tirato come la corda di un violino e, alla fine, mi venne pure una cistite mostruosa. Dopo quell'esperienza so esattamente cos'è un lavaggio del cervello e come funziona una setta o un nucleo terrorista. Si crea una coesione di gruppo spaventosa, vivificante e ansiogena nello stesso tempo. Non pensi più ad altro. Hai una doppia identità, c'è un superman dentro di te e questo ti esalta. Un giorno incontrai una mia ex fidanzata. Anche lei era "un'autonoma". Dopo un po' che le facevo un comizio sulla rivoluzione lei mi disse: "Jacopo, ho capito... è la terza volta che mi ripeti che bisogna passare dalle parole ai fatti! Ho capito!". Era vero, ripetevo quella frase ossessivamente. Mi scattò un campanello d'allarme, qualche cosa nel mio cervello era andato in tilt. Come autoascolto e senso critico ero ormai allo zero assoluto. In quel periodo decidemmo di passare all'azione contro i professori reazionari. La componente ex Potere Operaio dell'organizzazione voleva SPARARE ALLE GAMBE A UN PRESIDE! Noi ci rifiutammo. La mediazione fu di sporcarlo con della vernice rossa, ma preparando l'azione come se fosse stato un attentato vero. Ci lavorammo per sei mesi in venti persone. Il gruppo dell'"informativo" lo pedinò, sapevamo i suoi percorsi, quando andava dall'amante. Avevamo tutte le foto. Il "logistico" aveva trovato due garage "amici" dove nascondere le moto, le targhe false... Noi sei dell'operativo avevamo studiato il piano nei minimi dettagli con tanto di tamponamento finto per bloccare la strada ed eventuale incendio diversivo per creare il caos nelle forze dell'ordine. Arriviamo alla riunione fatidica nella quale si doveva decidere il giorno dell'azione. Erano pronti anche i volantini da lasciare alla solita cabina telefonica (per rivendicare l'attentato). Come commissario politico toccava a me fare la relazione iniziale per riassumere i motivi dell'azione. Partii dalla situazione internazionale e arrivai alle lotte operaie sostenendo che agire era cosa buona e giusta. Però, giusto in quel periodo, mi ero perdutamente innamorato di una ragazzina coi riccioli neri che mi faceva impazzire e avevamo deciso di partire per il Portogallo. Così, con il cuore in gola, dissi ciò che sentivo: era tutto giusto, ma io ero sicuro che ci avrebbero presi tutti e mi ero innamorato e dovevo partire. Quindi proposi di rimandare tutto di due mesi, a settembre. Mentre dicevo quelle parole ero sicuro di commettere un atto infamante: codardia davanti al pericolo, tradimento della rivoluzione, comportamento piccolo borghese, vetero romantico. Ero sicuro che mi avrebbero linciato, almeno verbalmente. Invece niente. Quando finii ci furono 40 secondi di silenzio tombale e poi qualcuno disse: "Qual'è il secondo punto all'ordine del giorno?". Per me fu più scioccante che se m'avessero caricato di botte. Capii che per loro la rivoluzione comunista non era una cosa seria. Aver avuto il coraggio di seguire i miei sentimenti mi aveva salvato l'anima. Poi in effetti partii per il Portogallo e approdai in una comune della "rivoluzione dei fiori" (in Portogallo era da poco caduto il regime fascista). La mia ragazza si innamorò di un brasiliano più alto, più bello, più grande e più intelligente di me e mi mollò. Ritornai a Milano con un ascesso a un dente e il viso sfigurato dal gonfiore. Sì, era un vero e grande amore. Poi decisi di uscire dalla lotta armata e dall'organizzazione, perciò per mesi io e sergio bloccammo, con le nostre obiezioni, i lavori della "segreteria milanese" di Rosso e poi uscimmo in un centinaio, tutti studenti medi (gli operai erano già usciti quasi tutti pochi mesi prima). Era l'autunno del 1974. Dei sei presenti a quella riunione del nucleo operativo, due uscirono con me. Roberto Serafini, commissario militare, fu ucciso a freddo dalle forze dell'ordine nel 1981. Gli altri due erano Ferrandi e Barbone, poi diventati tristemente noti per l'omicidio di Walter Tobagi e vari ferimenti. Quando li presero si pentirono e denunciarono circa 200 pesone. Venni indagato per 11 "atti terroristici", processato per uno e poi assolto. Il procedimento penale durò più di dieci anni.

LA STORIA UFFICIALE

La Storia Ufficiale mi irrita in mod smodato. Nel bene e nel male i fatti storici si svolgono in una confusione bestiale, in mezzo a errori, malintesi, fobie e paranoie di ogni genere. Tutto è a misura di uomo e di donna, della nostra infinita stupidità. Siamo esseri umani, soffriamo di manie, tic, qui pro quo e di quella goffaggine esilarante, di quella comica idiozia che non ci abbandona mai: né nell'esecuzione di efferati delitti né nell'esperienza di strazianti martirii. Nei verbali dei giudici e dei pentiti, nelle dichiarazioni dei grandi interpreti (da Scalzone, a Negri e Capanna), nei libri dei giornalisti e romanzieri si perde un elemento fondamentale per capire quei fatti in particolare e la storia umana nel suo complesso. Si perde il ridicolo che gli attori di questi eventi disseminavano in ogni loro azione. Sono passati decenni e ancora tutti si sforzano di descrivere gli avvenimenti catastrofici di quegli anni come fatti seri, compiuti sotto la spinta razionale della bontà o della malvagità. Nessuno racconta la tracotante idiozia, l'obsoleta imbecillità. I protagonisti sembrano usciti dai film di John Wayne... Spartacus contro Ercole... Invece la realtà vide all'opera tanti Stanlio e Ollio, Buster Keaton, Ridolini e Charlot. John Wayne non esiste nella storia vera dell'umanità, è un personaggio letterario, inventato... inventato come il Tony Negri dipinto da Enzo Biagi, da Fioroni e da Toni Negri stesso. Nota: Fioroni, mitico pentito ante litteram. Rapì il compagno Saronio che era danaroso ma che non sopravvisse al sequestro. Pare che lo abbiano narcotizzato e che lui sia morto di crepacuore. Almeno così dicono, ma forse Fioroni & c. lo hanno ammazzato a martellate. La cosa incredibile è che, per organizzare il colpo, Fioroni approfittò della carica di comandante operativo della struttura militare di Rosso (che dopo la fusione con un gruppo di Potere Operaio - diretto da Tony Negri - era diventato militarmente decente). Fioroni presentò l'azione al gruppo di "operativi" che dirigeva, come un gesto rivoluzionario. Tacendo ovviamente che Saronio era a sua volta dirigente di un'altra colonna militare. Compiuto il crimine, Fioroni incassò i soldi del riscatto ma venne preso e allora, bontà sua, si pentì e denunciò più di 100 persone. Il risultato è che si finisce per anebbiare la capacità di giudicare e capire e ci si mette nella condizione di rifare sempre gli stessi errori. Gli storici sperano di passare anch'essi alla storia e desiderano, nel loro piccolo, essere grandi. Tacciono la verità, riscrivono tutto, cancellano le meschinità, perché non c'è onore, non c'è gloria a raccontare l'insensato agire di tanti Stallio e Ollio. Così stanno facendo per i gloriosi anni settanta. E tutti i protagonisti danno loro ragione. Perché tutti, alla fine, adorano l'idea di non aver recitato in una comica alla Woody Allen, ma di aver interpretato un colossal come "Giù la testa" o "La battaglia di Fort Alamo". E lo stato è perfettamente d'accordo. La sua tesi fondamentale è che ci doveva essere un vasto piano e una efficientissima organizzazione sovversiva dietro le efferate imprese dei gruppi armati, e tutte le inchieste sono state impiantate sulla ricostruzione di questa organizzazione tentacolare, l'individuazione dei capi e di tutti i centri di potere. La loro idea portante è che lo stato (oggi e sempre) è forte, grande e luminoso e che soltanto qualcuno molto forte, organizzato e cattivo può metterlo in difficoltà. Se avessero detto che i brigatisti erano stupidi si sarebbe capito subito che lo stato era formato da una congrega di rincoglioniti. Così i giornali per primi iniziarono a chiedersi: "Ma da dove vengono questi geni? Chi li ha addestrati? Chi gli ha insegnato tutte queste tecniche fantastiche? Come hanno fatto a trovare le armi, i soldi, le informazioni, ecc. ecc.? Si faceva finta di non vedere che le istituzioni italiane erano dilaniate dalle risse tra bande rivali di politicanti, piduisti, intrallazzatori, mercanti d'armi e roga; che la polizia era semianalfabeta, brutale e miope, incapace di condurre un'indagine con metodi più moderni di quelli borbonici. Le armi a Roma, Milano e Napoli si compravano nei bar, lo stato non aveva la stima di nessuno, e le condizioni tecniche dell'azione terroristica erano ben più facili in una metropoli moderna che, ad esempio, sotto l'occupazione nazista. Vi ricordate il mito dei postini delle BR? Certo che la loro puntualità era incredibile in un paese dove una lettera espresso da Roma a Milano ci impiegava 15 giorni e una volta su dieci non arrivava... e sì che per mettere una lettera in un bidone della spazzatura e fare una telefonata da una cabina telefonica non ci vuole mica la laurea da 007... ma ai media sembrava impossibile. "Dove avranno imparato?" si chiedevano i geni dei giornali. Pazzesco. Chiunque in vita sua abbia presenziato anche soltanto una volta a una riunione di un comitato di quartiere, può benissimo immaginarsi il casino che regnava in un nucleo comunista combattente. La teoria della lotta armata (teoricamente, appunto) era una cosa chiarissima e durissima. Ogni militante doveva conoscere unicamente i nomi di battaglia dei soli membri del suo gruppo. Un solo membro del gruppo (generalmente formato da cinque o sette persone) aveva rapporto con ognuna delle altre strutture collegate; a volte si trattava di un nucleo piccolo, con solo tre squadre: operativo (azioni), informativo (si occupava di raccogliere le informazioni necessarie per progettare le azioni militari) e logistico (depositi di armi, mezzi, case, contatti con medici, avvocati etc.), a volte il nucleo aderiva (in modo più o meno stabile) a un'organizzazione più grossa (come i Nap o le BR) ma la legge della compartimentazione non cambiava. Questa della segretezza e della compartimentazione (NdR: vedi Capitolo XX) era una fissa, nessuno doveva conoscere nessuno all'infuori delle esigenze operative ("...on a need to know basis..." - cap. XX). Per questo ognuno aveva un nome di battaglia. Il primo ordine che si riceveva candidandosi ad entrare in un'organizzazione militare era di rendersi invisibile, aerire esteriormente alla massa anonima, non alzare mai la voce, dire a tutti che si mollava la politica, etc. Ed è chiaro che qualunque gruppo armato che volesse sopravvivere più di dieci minuti avrebbe dovuto fare così. Quello che succedeva in realtà era che tutti sapevano vita, morte e miracoli del loro gruppo, di tutti gli altri gruppi italiani e anche di qualche formazione straniera. Il delirio totale. Quando qualche terrorista faceva una cazzata mostruosa tutta la stampa cercava motivi misteriosi o macchinazioni fantapolitiche per spiegare i fatti, non riuscendo minimamente a pensare che un brigatista potesse essere stupido come un panda. Non so quanti terroristi furono arrestati perché avevano perso la carta d'identità o i piani per un'evasione, quanti covi furono trovati perché smarrirono le chiavi con la targhettina di plastichetta con su il loro indirizzo e quanti finirono dentro perché avevano in tasca cinque carte d'identità false tutte con la propria fotografia. Nessuno arrivava mai in orario, c'era quello che voleva portarsi la fidanzata in un'azione di fuoco, inciampava con le bombe incendiarie, bruciava l'auto sbagliata, sparava all'uomo sbagliato. Inneschi rotti, timer in ritardo, cacciaviti sdentati, bulloni stretti male, incidenti d'auto. Gente che prendeva un autobus che andava da un'altra parte, che scappava con i soldi, che voleva far fuori l'amante di sua moglie, andare a letto con quella del logistico, rubare a casa di un avvocato. Per non parlare di quanti non furono presi solo perché la polizia era ancora più distratta di loro, come Marco Barbone che perse una borsa piena di bottiglie molotov con su scritto nome, cognome, classe e scuola... lo presero solo cinque anni dopo, ma evidentemente di cazzate ne deve aver fatte un vagone. Mi ricordo quando per otto riunioni di seguito chiesi a Toni Negri: "Noi siamo, metti, anche 7.000, loro sono almeno 2 milioni e hanno l'aviazione, se qui si inizia a sparare come facciamo a vincere?". Lui si incazzava come una biscia e cominciava a dire cose che c'entravano come cavoli a merenda. Da qui iniziava il caos perché tutti cominciavano a litigare su tutto. Dopo tre ore la riunione finiva senza che peraltro Negri avesse risposto al mio semplice quesito numerico-militare-strategico. E non erano le riunioni del circolo del tennis ma quelle della mitica "segreteria cittadina clandestina" di Rosso, che secondo Fioroni dirigeva il nostro esercito. In un anno non si riuscirono a fare più i dieci riunioni perché, siccome eravamo fanatici della segretezza, nessuno ci diceva mai dove si dovesse tenere. Ci venivano dati appuntamenti clandestini, dove ci trovavamo in due o tre, e poi da lì si confluiva all'appuntamento centrale. La metà delle volte la riunione saltava perché tutti si perdevano e nessuno riusciva ad arrivare. Altro che barzellette sui carabinieri! In un anno non si riuscì neanche a decidere quali puntine da disegno usare. Certo che poi le BR facevano scalpore perché avevano la macchina da scrivere con le testine rotanti! I giornalisti hanno scritto chilometri quadrati di articoli su queste cavolo di macchine da scrivere delle BR, neanche avessero avuto le astronavi coi motori a fotoni. Questo fatto che avevano le testine intercambiabili li faceva impazzire. Non riuscivano a capacitarsi di come le BR facessero ad avere una cosa che si vendeva ovunque e costava pure quattro soldi... è chiaro che in una situazione simile anche venti coglioni che si perdono a Milano, possono convincersi di essere la segreteria clandestina dell'Armata rossa. Poi c'erano le fidanzate dei capi che erano le amanti di altri capi e che ogni tanto si facevano qualche gregario. Non potevi starnutire a Bari che loro a Torino lo sapevano ancora prima che tu ti fossi pulito il naso; e questo nonostante non facessero neanche parte di nessun gruppo militare. Si fossero pentite loro, altro che 200 per volta, ne finivano in galera. Ma si sa, le amanti dei capi sono sempre meglio dei loro uomini. E meno male che i terroristi erano così fessi e lo stato così demenziale. Un terrorista di "qualità" migliore avrebbe provocato disastri ancora più grandi. Saremmo ancora qui con la lotta armata e i morti per le strade. Certo, la classe operaia avrebbe potuto fermare questa ondata guerrigliera. Disgraziatamente, nella tradizione comunista italiana mancava totalmente una sana ideologia pacifista. La storia comunista è costellata di picconi e calci nei coglioni, miti partigiani, miti di guerriglia. Non una parola sull'orrore della morte, di chiunque sia, sui crimini perpetrati sotto le bandiere partigiane o nella guerra di Spagna. Un comunista con un fucile in mano era un santo, un asceta, si tacevano gli eccessi, gli isterismi, la drammaticità disumanizzante della guerra e la facilità con la quale un pazzo possa sembrare sano di mente se ha una pistola in mano. Così ci trovammo a combattere una guerra invincibile, armati soprattutto della nostra idiozia. Fu così che dimostrammo al mondo che un idiota a vent'anni è una potenza ormonale esplosiva.