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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

sabato 1 ottobre 2011

Signoraggio bancario, parla il professor Ezio Sciarra


Signoraggio bancario, parla il professor Ezio Sciarra

Paperblog, 30 settembre 2011 da Corradopenna
Ezio Sciarra professore ordinario di Sociologia, Università di Chieti parla del signoraggio bancario ad una iniziativa tenutasi a Teramo pochi giorni fa. Si ringraziano gli amici di LoSai per l'iniziativa e la registrazione video.
Segnalate questi video a chi vuole approfondire la tematica in questione.
Dal canto mio spero prima o poi di riuscire a rendere scaricabili anche questi due video.

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Segreti di Stati Cap.13 - L'ammiraglio Falco Accame

(Segreti di Stati - torna all'indice)


Capitolo 13. L'ammiraglio italiano Falco Accame

"A questo punto si impone una precisazione sull'organigramma della "Organizzazione". In alto vi sono i servizi segreti (italiani ed americani) e importanti militari, ma al vertice, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non vi sono uomini politici che dettano legge a loro discrezione, bensì alcune potenti società multinazionali (in questo caso molte americane, una tedesca, diverse italiane). Sono queste organizzazioni finanziarie che manovrano, questa volta sì a loro discrezione, certi uomini politici italiani."
Dal memoriale di Roberto Cavallaro, autunno 1974 (Tratto da: "Lo Stato parallelo", di Cucchiarelli e Giannuli, Gamberetti Ed., 1997)

Ho conosciuto l'ammiraglio Accame nel 1999, durante una conferenza in Sardegna sul tema dell'uranio impoverito, dove entrambi eravamo relatori. All'epoca svolgevo alcune ricerche su una struttura semi-legale che di tanto in tanto emergeva nei casi italiani di spionaggio: l'UAR (Ufficio Affari Riservati), poi rinominato UCSI (Ufficio Centrale Sicurezza Interna), che aveva, come funzione ufficiale, lo smistamento della posta tra i vari ministeri..In realtà mi appariva come una struttura di collegamento tra l'intelligence americana e quella nostrana. Falco mi è stato d'aiuto per la sua notevole conoscenza delle problematiche relative alla questione del Segreto di Stato. In effetti, a ben guardare, non è raro scoprire che questo istituto venne utilizzato per nascondere dietro una cortina fumogena, informazioni che avrebbero imbarazzato i governanti di turno. Ma anche per proteggere interessi privati di personaggi legati a strutture di potere autarchiche, ovvero non elette democraticamente, ma autonominatesi per ereditarietà, appartenenza a confraternite "speciali", o semplicemente facenti parte della stessa banda. Le telefonate che ci siamo fatti, negli ultimi anni, penso abbiamo reciprocamente contribuito ad ampliare la conoscenza del mondo segreto parallelo. La sua ricerca lo ha portato a svelare, in parte, come funzionava la struttura di Gladio-Stay Behind. Ho deciso di riportare intatta una sua lettera ed un suo rapporto, per permettere al lettore di farsi un'idea personale:

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

e p.c.: Al Presidente del Senato Sen. Marcello PERA - Al Presidente della Camera On. Pierferdinando CASINI

Signor Presidente,

Le scrivo in qualità di Presidente dell’ANAVAFAF, un’Associazione che tutela le famiglie delle vittime del personale con le stellette e anche come ex Presidente della Commissione Difesa della Camera nella VII^ Legislatura.
Fin dal 28 marzo 2000 ho segnalato al Presidente del Consiglio, al Presidente della Commissione Stragi, al Presidente del Copaco (vedi allegati gruppo B) l’esistenza di una organizzazione di Gladio che aveva caratteristiche particolari ed era descritta in un sito internet (ww.geocities.com/pentagon/4031) e ho inviato la trascrizione cartacea di quanto contenuto nel sito alle predette Autorità.
Dopo la lettera del 28 marzo 2000 sono ritornato sull’argomento il 28.10.2000, il 7.12 2000, il 22.2.2001 e infine l’8 marzo 2002.
Tra l’altro si legge in questa documentazione che dei gladiatori avevano eseguito delle operazioni di guerra non ortodossa in Tunisia per la destituzione del Presidente Bourghiba ed avevano avuto contatti con organizzazioni terroristiche nel Medio Oriente. E ciò, in particolare, con riferimento ad operazioni per la liberazione dell’On. Moro che erano state decise il 2 marzo 1978, cioè due settimane prima del rapimento e della strage di Via Fani in cui vennero uccisi gli agenti Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. A questi uomini va il nostro più commosso ricordo, che si unisce oggi all’interrogativo se la loro morte potesse essere stata evitata.
Circa le operazioni di Gladio per la liberazione dell’On. Moro descritte negli allegati (Gruppo A) emergono ora alcuni documenti che implicitamente richiamano il tipo di attività non istituzionali attuate da Gladio (o da una componente di Gladio) e di cui non si era a conoscenza. Operazioni di questo tipo hanno riguardato la esercitazione Delfino del 1966 e l’attività degli Ossi (Operatori Speciali Sicurezza e Informazioni).
A proposito dell’attività degli Ossi si è pronunciata in due sentenze la Magistratura. Nella sentenza del 21 marzo 1997 della II^ Corte d’Assise di Roma si legge della ‘esistenza di una organizzazione costituita anche da appartenenti alle forze armate e preordinata al compimento di azioni di guerra ancorchè non ortodosse al di fuori della unica istituzione che in base all’ordinamento costituzionale deve legittimamente ritenersi incaricata dello svolgimento di attività di difesa della Patria e cioè al di fuori delle forze armate e al di fuori di un qualsiasi controllo da parte del Capo dello Stato che, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, di queste ha il Comando’.
Nella sentenza del 1 febbraio 2001 della Corte Suprema di Cassazione si legge che, in merito al contenuto del documento OSSI ‘la Corte territoriale ha puntualmente argomentato come esso riguardasse l’impiego di ‘operatori speciali’ del servizio italiano nella organizzazione della ‘guerra non ortodossa’ mediante una struttura di comando finalizzata ad azioni di guerra e di sabotaggio sull’intero territorio nazionale collocata al di fuori dell’ordinamento delle forze armate e esclusivamente preposta alla difesa della patria, anche mediante il coinvolgimento occulto di personale adibito ad altri compiti, sottratta infine ad ogni controllo istituzionale. Siffatto documento concerneva fatti eversivi dell’ordine costituzionale e doveva quindi conseguentemente considerarsi sottratto alla garanzia della tutela del segreto di Stato”.
Da queste due sentenze appare chiaramente che vi è stato del personale militare impiegato al di fuori da quanto previsto dalla Costituzione. Una simile problematica era stata già sollevata anni or sono a proposito del contenuto della pubblicazione DC2 (‘La cooperazione civile-militare’, Ed. 1983), dal settimanale ‘Punto critico’ e dalle interrogazioni del Senatore Pollice e dell’On. Dorigo rispettivamente in data 18 gennaio 1991 e 13 giugno 1995. Infine, come segnalato in precedenza, nella operazione Delfino (Vedi allegati Gruppo C) erano state pianificate attività di tipo terroristico come lancio di bombe a mano contro sede di partiti politici a scopo intimidatorio, azioni di provocazione come aggressioni e pestaggi di sacerdoti e militari con provocazioni che giustificassero l’intervento militare per ristabilire l’ordine (destabilizzare per stabilizzare).
Le operazioni precedentemente citate della componente di Gladio non compresa nel gruppo dei 622 ufficialmente dichiarati hanno caratteristiche similari a quelle sopra accennate; si tratta di operazioni a cui hanno partecipato militari, operazioni non rientranti in quanto previsto dall’ordinamento costituzionale, poichè le operazioni di guerriglia sono regolate dalle Serie Dottrinali n. 300 e seguenti dell’Esercito.
Signor Presidente a tutte le lettere sopra citate non è stato dato alcun riscontro da parte dei destinatari. Eppure, in quegli scritti, emergevano dei fatti molto gravi come i seguenti:
- L’esistenza di una componente mai resa nota dell’organizzazione Gladio S/B che operava tra l’altro dalla sede della Direzione Generale del Personale della Marina Militare (X^ Divisione S/B) alle dipendenze del Ministero Difesa Marina e ciò a differenza della ‘Gladio conosciuta’ che dipendeva dalla Sezione SAD dell’Ufficio R del SISMI (che dopo la riforma del 1977 divenne una Divisione del Servizio alle dirette dipendenze del Direttore del Servizio).
Per quanto concerne l’impiego di operatori di Gladio in operazioni di guerra non ortodossa non si può non ricordare quanto emerse, dopo il ritrovamento delle carte di Via Monte Nevoso, in due passaggi del memoriale Moro in cui si parlava “dell’attività antiguerriglia dello Stay Behind” (vedi relazione sulla documentazione di Via Monte Nevoso in ‘Commissioni Stragi’ p. 85). E non si può non ricordare altresì che durante i 55 giorni del sequestro dell’On. Moro, presso il Ministero della Marina si riuniva un gruppo ristretto (il cosiddetto Comitato Ombra).
- L’esistenza di un apparato per la mobilitazione dei gladiatori facente capo al Comando Subacqueo Incursori di La Spezia che svolgeva compiti certamente non compresi tra quelli istituzionali.
- L’esistenza di un servizio informazioni della Marina (SIMM) mai conosciuto fino ad oggi.
- L’esistenza di questa componente di Gladio (forse circa 280 persone) di cui non si conoscono i nomi, che operava con compiti anche all’estero; compiti che non sono stati mai resi noti al Parlamento, compiti di destabilizzazione di governi esteri e di collegamento con il terrorismo medio-orientale.
- La dipendenza della componente di Gladio dalla Direzione Generale del Personale del Ministero Difesa Marina. Questa Direzione, come sopra accennato, impartiva ordini il 2 marzo 1978 (cioè 14 giorni prima della strage di Via Fani) e inviava un ‘gladiatore’ a Beirut per prendere contatti con gruppi terroristici locali per la liberazione dell’On. Moro affidando l’incarico ad un esponente della Gladio e dei Servizi dislocato a Beirut. A Beirut operava il Colonnello Stefano Giovannone.

A proposito di questo Ufficiale non si può non ricordare quanto scrisse l’On. Moro in due sue lettere agli On. Piccoli e Pennacchini in cui menzionava i contatti con i palestinesi e le vicende dell’aereo di Gladio, Argo 16, con il quale erano stati rimpatriati i terroristi arabi scoperti a Fiumicino. Scrive l’On. Moro: “Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, col mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare....Di fronte a quella situazione oggi non si può dire perciò che sia del tutto nuova.... E’ un intermezzo di guerra o di guerriglia che sia da valutare nel suo significato. Lascio alla tua prudenza quali altri protagonisti avocare. Vorrei che, comunque, Giovannoni fosse su piazza... Tra l’altro ricordi quando l’allarme ci giunse in Belgio?”
Per quanto riguarda quindi la vicenda della strage di Via Fani occorre conoscere se vi fu questo preavviso (forse legato a informative venute in precedenza dal Medio Oriente) e perché di conseguenza non sia stato possibile evitare la strage stessa. E infine perché in Italia nessuno è venuto a sapere dell’esistenza di questo preavviso.
Con grande preoccupazione quindi si rilegge oggi quanto venne scritto sul settimanale ‘L’Observer’ il 7 giugno 1992 in cui si affermava che, quanto al rapimento Moro la più grave accusa contro Gladio è “che vi ha cooperato o almeno non ha fatto nulla per prevenire “...”le Brigate Rosse erano profondamente infiltrate da agenti dei Servizi Segreti occidentali.”.
Secondo quanto riportato sul quotidiano ‘La Stampa’ dell’8 giugno, nell’articolo de ‘L’Observer’ viene citato il Colonnello Oswald Lee Winter, un agente della CIA, secondo il quale ‘la Direzione strategica delle Brigate Rosse era composta da agenti dei Servizi Segreti’.
Viene nuovamente da chiedersi come è possibile che ‘L’Observer’ alludesse a fatti che solo oggi a distanza di 10 anni, apprendiamo in Italia.

Ad ogni modo, per quanto concerne i legami tra Gladio e il caso Moro anche sulla nostra stampa erano emerse delle ipotesi in merito. Ad esempio, in un articolo di Antonietta Calabrò su ‘Il Corriere della Sera’ del 20.2.2001, dal titolo “Gladio: esiste un nuovo elenco. Forse un collegamento con Moro. Gli iscritti sarebbero più e diversi dai 622 noti”, si avanza l’ipotesi che l’elenco dei nomi possa essere stato acquisito dalla DIGOS in quella occasione e quindi che esso, conservato nel covo milanese all’epoca del sequestro dello statista D.C., fosse in possesso delle stesse Brigate Rosse. Si può pensare, insomma, che tra il caso Moro e il caso Gladio ci sia un legame molto più concreto che il riferimento critico fatto da Moro durante il suo interrogatorio sulla struttura post-invasione della NATO. Di qui l’interrogativo: Moro ricevette quell’elenco durante i 55 giorni? I due faldoni della Digos che erano classificati ‘segretissimo’ recano le intestazioni: A-4 sequestro Moro - Covo di Via Monte Nevoso - Rinvenimento del 9 ottobre (?) 1990 - Carteggio e sequestro Moro. Elenco appartenente ad organizzazione Gladio”.
Signor Presidente, devo infine segnalarLe che nella risposta ad una interrogazione (n. 4 1821) rivolta al Ministero della Difesa dal Sen. Russo Spena si nega l’esistenza di questa Gladio che non poteva sfuggire neppure alla più superficiale attenzione del Ministero della Difesa, visto che figurava addirittura sulla carta intestata del Ministero Difesa Marina, direzione di Maripers, ‘X^ Divisione S/B'. Sono state dunque negate al Parlamento delle conoscenze di fatti di grande rilevanza che hanno attinenza alla struttura democratica del Paese.
La materia oggetto di questo scritto è stata resa nota alla Procura Militare di Roma.
Le sarò grato di un cenno di risposta a quanto segnalato.

Roma. 23.4.2002


Falco Accame
Presidente ANAVAFAF
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ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ESISTENZA DI GLADIO ALL’ESTERO

Premessa

Non è mai stata fatta chiarezza sulle deposizioni dell’On. Moro durante la sua prigionia. E’ emerso comunque che il “grande segreto” attorno a cui ruotavano gli interrogatori delle Brigate Rosse era Gladio, Gladio in quanto struttura di guerriglia e contro-guerriglia. Questa è la questione che interessava alle Brigate Rosse di conoscere, ma è anche ciò che doveva rimanere segreto perché coinvolgeva i rapporti con gli USA e in particolare con le disposizioni del Field Manual 30/31 (NdA: FM 30-31 Stability Operations-Intelligence, gennaio 1970. Secondo Chomsky, il manuale sarebbe una fotocopia del manuale nazista di controinsorgenza. Noam Chomsky dice che la prima versione venne redatta negli anni '50, da ufficiali americani aiutati da ex gerarchi nazisti che trovarono asilo negli USA) . Dunque l’impiego di Gladio all’estero in operazioni di guerriglia e di addestramento alla guerriglia in operazioni come quella nel Magreb, mirante alla deposizione del presidente Bourghiba , erano di grande interesse. Infatti la Gladio non ha operato solo in Italia, in casa nostra,, al di qua dei confini (dietro i nostri confini), ma anche al di là dei confini. In questo quadro il trafugamento delle carte dell’On. Moro è un problema che è stato a lungo oggetto di analisi. Forse il Gen. Dalla Chiesa era in possesso di alcune delle carte non venute alla luce, forse considerava il possesso di queste carte come un’assicurazione sulla vita, forse le possedeva nella cassaforte in Sicilia e forse sono state la causa della sua morte. Per molti motivi è dunque importante riuscire a capire cosa era Gladio nella sua interezza e non solo in quanto abbiamo conosciuto di questa organizzazione; oggi si apre qualche spiraglio di conoscenza. Le autorità italiane, peraltro, sono state messe a conoscenza dell’attività di Gladio all’estero fin dal 28 marzo del 2000. Alcune considerazioni sulle questioni sopra accennate sono esposte nei paragrafi seguenti.

Gladio all’estero e il Centro Incursori Subacquei Teseo Tesei di La Spezia

La Gladio all’estero è stata strettamente legata all’attività di CONSUBIN e operava sotto la direzione del Ministero della Difesa Marina e specificamente sotto la direzione della 10^ Divisione S.B. (Stay Behind) di Maripers.
Un punto di interesse riguarda le operazioni congiunte tra CONSUBIN e personale della VII Divisione del SISMI (già V Reparto). Infatti nella base di Capo Marargiu si sono svolte esercitazioni combinate con il personale della VII Divisione del SISMI e reparti della Marina, Esercito ed Aeronautica ed in particolare di CONSUBIN, del 9° Battaglione di assalto del Col Moschin, e del 399° storno dell’Aeronautica. Circa l’impiego degli incursori va ricordato che il blitz sul litorale romano (operazione Smeraldo) che l’On. Cossiga rese noto il 5 giugno 1991 a La Spezia alla Festa della Marina ha comportato l’impiego di personale di CONSUBIN. In particolare vi partecipò l’addestratore di Gladio Decimo Garau, che si era offerto anche come ostaggio in caso di scambio con Moro. Nel piano Victor (da mettere in atto nel caso di ‘Moro vivo’) il reparto medico degli incursori di marina avrebbe avuto il compito di trasferire immediatamente Moro in un centro clinico, prima di ogni incontro con i familiari e colleghi di partito.

L’impiego di Gladio all’estero

L’impiego di reparti di gladiatori all’estero durò fino al 1986 e fu improvvisamente interrotto. La smobilitazione improvvisa è legata principalmente al fatto che l’inchiesta del Magistrato Mastelloni a Venezia sulla caduta (nel 1973) dell’aereo Argo 16 (l’aereo che trasportava i gladiatori) aveva fatto scoprire nell’86 l’esistenza della base di Capo Marargiu in quanto l’aereo Argo 16 operava per il trasporto verso e da quella base di personale in addestramento. Si trattò di un colpo durissimo per la clandestinità della Gladio. Alla indagine del Magistrato Mastelloni fu opposto il segreto di stato. Il segreto di stato fu peraltro opposto anche ad un’altra indagine del Magistrato Mastelloni che incideva sul caso Moro e cioè sul rifornimento di armi dalla OLP alle Brigate Rosse.
Quanto all’aereo Argo 16 e al suo sabotaggio furono avanzate due ipotesi: la prima ne addebitava la responsabilità al Mossad in quanto si riteneva possibile che vi fosse stato un gesto di ritorsione da parte di Israele rispetto alla fuga di terroristi che avevano operato a Fiumicino ed erano stati trasportati dall’Argo 16; la seconda ipotesi formulata tra l’altro dal Gen. Serravalle già comandante di Gladio, addebitava la caduta a personale italiano.
Un altro fattore che probabilmente ha operato nel senso della smobilitazione di Gladio è probabilmente legato al fatto che nell’86 la posizione di Craxi al governo si fece difficile e fu costretto a dimettersi. C’era tra l’altro il timore che venissero modificate le norme di copertura che Craxi, anche in difformità da quanto previsto dalla legge 801/77 aveva assicurato ai Servizi Segreti con il documento M 2001 5/707 del 30 luglio 1985.
Questo documento copriva anche l’attività dei gladiatori. Il provvedimento fu pubblicato in parte da ‘Panorama’ il 15.10.1985 in un articolo di Antonio Carlucci. Craxi aveva apposto il timbro di ‘riservato’ a questa direttiva e Carlucci subì un processo, ma venne assolto perché fu ritenuto che l’attribuzione della classifica ‘riservato’ a questo documento non era in alcun modo giustificata.

Legami tra BR e KGB

A suo tempo sorsero dei sospetti sui legami tra le BR e il KGB. Nell’autunno 1978, in una nota pubblicata sulla rivista ‘OP’ di Mino Pecorelli si legge: “Franco Piperno. Università di Arcavacata di Cosenza. Qual’è l’intreccio CIA - KGB e BR? La mafia era anticomunista e non aveva certo simpatia per Moro che voleva aprire ai comunisti; su questo punto era certamente d’accordo la CIA. Ma anche Mosca era ostile al connubio DC-PCI, quindi anche il KGB poteva avere interesse a bloccare il tentativo di Moro."

Le fonti di notizie nell’OLP

E’ probabile che varie informazioni provenissero da Abu Abbas e dall’OLP. Abu Abbas aveva dei motivi per essere riconoscente all’Italia per il fatto che dopo l’episodio di Sigonella era stato fatto espatriare in Jugoslavia nonostante le pressioni USA. Vi erano anche legami con l’OLP che tra l’altro aveva procurato delle armi alle BR; c’è chi anzi sostiene che le armi usate a Via Fani fossero di provenienza OLP. A questo riguardo si può ricordare la vicenda dei missili di Michele Pifano a Ortona. Pifano venne trovato in possesso di due missili terra-aria e si suppose che fossero destinati alle BR. A Beirut operava come capo centro (pare anche con un incarico in Gladio, visto che gli si attribuisce la sigla G.216) il Col. Stefano Giovannone, responsabile per il Medio Oriente, iscritto alla P2 e ai Cavalieri di Malta.
E’ possibile che Giovannone abbia convinto l’ambasciatore italiano a chiarire in una lettera che le armi trovate ad Ortona fossero destinate al Fronte Popolare di Liberazione Palestinese e che fossero soltanto in transito nel territorio italiano. Il Col. Giovannone fu arrestato in rapporto all’inchiesta sul traffico di armi (inchiesta del Magistrato Carlo Paderno nel quadro dei rapporti fra i palestinesi e le BR). Giovannone è morto il 18 luglio 1985 mentre si trovava agli arresti domiciliari.

I preavvertimenti sul rapimento Moro

Il preavvertimento per cui venne inviato un gladiatore a Beirut datato 2 marzo 1978, per la presa di contatti con le BR, nasce da soffiate e preavvisi di cui peraltro si è già avuto notizia in passato. Si tratta di materia che è agli atti della Commissione Stragi. Di particolare interesse in proposito il ‘Memorandum Ravasio’ che fu portato in Commissione Stragi dall’On. Cipriani di Democrazia Proletaria con cui Ravasio si era confidato. Come si è menzionato prima un canale privilegiato con l’OLP si era creato nel 1985 quando l’Italia aveva fatto fuggire Abu Abbas, l’attentatore dell’Achille Lauro. L’attentato fu del 7 ottobre 1985 e il 10 ottobre vi fu il dirottamento su Sigonella dell’aereo egiziano che aveva a bordo quattro dirottatori. Ravasio fornì a Cipriani (ci fu in proposito anche una intervista di Bettini e Gandus su ‘Panorama’) vari elementi anche concernenti dei preavvisi. Negli atti presso la Commissione Stragi si legge in proposito che 15 giorni prima del rapimento sarebbero stati informati i dirigenti del PSI, ma solo dopo il 16 Craxi lo avrebbe convocato. Si legge inoltre che Renzo Rossellini, l’animatore di Radio Città Futura: “incontra De Michelis prima del rapimento Moro
per esporgli la teoria sui paesi dell’Est come fautori del terrorismo in Italia”. Si legge anche che: “il 16 febbraio 1978 dal carcere di Matera, Salvatore Senatore fa arrivare al SISMI una soffiata secondo la quale si stava preparando il rapimento di Aldo Moro”. Quanto a Renzo Rossellini, alle 8 del mattino del 16 marzo, su Radio Città Futura venne data notizia di un’azione terroristica ai danni dell’On. Moro.
Ravasio parla anche della presenza del Col. Camillo Guglielmi a Via Fani, la mattina dell’attentato. Guglielmi faceva parte dell’Ufficio Centrale di sicurezza del SISMI. La mattina del 16 marzo Guglielmi avrebbe ricevuto una telefonata di Musumeci: “Corri a Via Fani a vedere cosa sta succedendo. Un informatore mi ha detto che le BR vogliono rapire Moro”.
Il 15 marzo 1978, un giorno prima del rapimento Moro, il sistema di emergenza della SIP fu messo in stato di allerta. E’ possibile che ciò sia avvenuto in relazione all’azione del giorno seguente.

I sospetti sorti in passato sulla vera natura di Gladio

Sospetti che la natura di Gladio non fosse quella ufficialmente dichiarata vennero a suo tempo al Magistrato Felice Casson e ai magistrati del Tribunale Militare di Padova Benedetto Roberti e Sergio Dini. Meno note le preoccupazioni espresse dal Magistrato Giovanni Falcone che nacquero circa la esistenza della Gladio siciliana. La Gladio siciliana non operava presso il confine nord-est e nessuno dei compiti ufficialmente attribuiti a Gladio poteva applicarsi alla componente siciliana che aveva il suo luogo di maggior interesse nel ‘Centro Scorpione’ di Trapani. Il Centro Scorpione era dotato di mezzi veloci, un aereo superleggero che poteva volare a bassissima quota fuori dalla possibilità di intercettazione dei radar e un motoscafo veloce.
Il Centro Scorpione era a due passi dalla Tunisia e quindi dal Magreb dove ha operato la Gladio militare. Come ci ricorda ‘Il Corriere della Sera’ del 15.4.193, “Falcone volle indagare anche su un altro centro di addestramento speciale, quello di Trapani chiamato ‘Scorpione’. Lì gli agenti segreti avevano a disposizione un aeroporto ben nascosto (S. Vito Locapo, n.d.r.) e un velocissimo battello d’altura. Falcone chiese autorizzazione a indagare sulle probabili Spy Mission in Libia, Tunisia e Algeria. Ma il Procuratore Capo di Palermo, Giammarco, gli negò l’autorizzazione”. Falcone aveva tentato di indagare sulla Gladio siciliana anche in relazione al delitto La Torre; infatti la parte civile di La Torre voleva chiamare in causa Gladio, ma come ci ricorda il Magistrato Caponnetto nel libro ‘I miei giorni a Palermo’ (Garzanti Editore, pp. 100-101), Falcone riteneva che su questo punto si dovesse indagare, ma si trovò di fronte ad un muro di NO, quelli del Procuratore Capo e dei suoi sostituti. Falcone lasciò Palermo e andò a Roma alla Direzione Generale degli Affari Penali.

Gladio e la vicenda Moro

Per quanto riguarda i rapporti tra BR e terrorismo mediorientale è bene ricordare che nel 1973 un gruppo di terroristi arabi vennero riportati in Libia con un aereo (l’Argo 16). Il colonnello Stefano Giovannone assistette l’On. Moro in questa operazione.
Per quanto concerne le operazioni di guerriglia e antiguerriglia è bene ricordare che nel primo memoriale Moro erano mancanti proprio delle parti relative a queste operazioni. Gli scritti ritrovati a Via Monte Nevoso vennero resi pubblici dalla Commissione Stragi il 18 ottobre 1990. Il successivo 24 ottobre il Presidente del Consiglio in relazione alla scoperta dei documenti rilevò l’esistenza di una “rete di salvaguardia sia informativa sia di reazione, e tutto nel quadro dell’alleanza”.
Per quanto riguarda i riferimenti al colonnello Stefano Giovannone contenuti nelle lettere all’On. Moro si legge nella lettera indirizzata all’On. Flaminio Piccoli: Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo rientrare) il colonnello Giovannone che Cossiga stima”. E nella lettera a Erminio Pennacchini: “Vorrei che comunque Giovannone fosse su piazza”.
Per quanto riguarda la strategia antiguerriglia si legge negli interventi dell’On. Moro in Commissioni Stragi (Relazione sulla documentazione rinvenuta il 9 ottobre 1990 in Via Monte Nevoso: CS 140-147, pag. 1 e 2, prima stesura): “Fin quando essendo ministro degli Esteri avevo un minimo di conoscenza della organizzazione militare alleata nessuna particolare enfasi era posta sull’attività antiguerriglia che la NATO avrebbe potuto in certe circostanze dispiegare. Ciò non vuol dire che non sia stato previsto un addestramento alla guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti e dalla controguerriglia a difesa delle forze nazionali”.
Si legge inoltre nella seconda stesura (CS 161-164, pag. 1 e 4): “Fin quando essendo ministro degli Esteri avevo una certa conoscenza della organizzazione militare alleata, nessuna particolare enfasi era posta sulla attività antiguerriglia che la NATO avrebbe potuto in certe circostanze dispiegare. Con ciò non intendo ovviamente dire che non sia stato previsto ed attuato in appositi o normali reparti un addestramento alla guerriglia in una duplice forma: o guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti o controguerriglia da condurre contro forze nemiche impegnate come tali sul nostro territorio”.

Le operazioni di guerriglia in relazione al Field Manual (FM 30-31)

Alcuni brani del Field Manual furono pubblicati nell’ottobre 1978 da ‘L’Europeo’. L’importanza della guerriglia e antiguerriglia pr la NATO è chiaramente definita nel Field Manual USA (manuale che Gelli ricevette e che aveva grande importanza per la P2). Il Field Manual parla chiaramente di ‘azioni clandestine’, del fatto che ‘un coinvolgimento PIU’ PROFONDO DELL’ESERCITO NON PUO’ IN ALCUN CASO ESSERE CONOSCIUTO’ del fatto che le stesse agenzie del paese amico (i Servizi Segreti, la Polizia, le Forze Armate, i corpi civili e amministrativi) sono obiettivi di azioni clandestine della Intelligence militare americana, di azioni e infiltrazioni dirette a forzare la politica di un governo. Il manuale suggerisce di far scattare le operazioni clandestine quando un governo “mostra passività di fronte alla sovversione comunista”.
Tra le attività violente che possono essere attuate vengono citate le seguenti: assassinio, omicidio indiscriminato, tortura, rapimenti, estorsioni, incendio, sabotaggio. Le azioni di guerriglia evidentemente erano di interesse per le BR, Nel settimanale ‘L’Europeo’ del 25.10.1978, pag. 22, si legge nel sottotitolo dell’articolo: “Nel caso Moro si parla sempre più di un complotto internazionale”.
A proposito del Field Manual è scritto che: “Il documento è autonomo ed ancora in vigore come dimostra l’inchiesta degli Stati Uniti che pubblichiamo in altra parte”. C’è di più, le tesi sostenute ufficialmente dal Pentagono hanno trovato in questi mesi riscontro nelle opinioni di quegli esperti che, a proposito della vicenda Moro, sono stati ascoltati soprattutto in America. Secondo Norman Birnbaum: “La possibilità di iniziative di agenzie della NATO non può essere esclusa e di Brian Jenkins che sostenne che la qualità dell’operazione presupponeva interventi di organismi ufficiali anche se non della CIA”.
Per quanto riguarda i rapporti tra BR ed elementi del terrorismo mediorientale Emanuele Santillo, interrogato dalla Commissione Moro, afferma che il colonnello Giovannone che operava a Beirut mantenga importanti contatti con le varie organizzazioni di Al Fatah e di Arafat. Dice Santillo: “Credi che fosse molto utile per il nostro paese poter avere delle notizie E PREVEDERE CERTE SITUAZIONI”. Santillo ricorda anche che attraverso certi personaggi dei gruppi palestinesi si sarebbe potuti arrivare ad avere delle pressioni nei confronti di elementi terroristici italiani (documento allegato alla Relazione Moro, Vol. 4, pag. 4.8.3). Ne ‘L’Europeo’ del 7.7.1984, pag. 16, si legge che Giovannone faceva da tramite per consegne di armi ed esplosivi tra l’OLP e le BR. Su ‘La Repubblica’ del 16.4.1980 in un articolo di Guido Passalacqua si legge che apparve uno scritto dal titolo “I palestinesi fornirono a Moretti le armi per la strage di Via Fani. Moretti prese contatti con la guerriglia palestinese. La fornitura di quelle armi un ano prima di Moro fa supporre che qualcuno in Medio Oriente sapesse dei progetti delle BR (forse si allude al colonnello Giovannone).

La segretezza di Gladio

La grande segretezza è dovuta al fatto che al personale militare che componeva Gladio venivano affidati quei compiti di guerriglia che erano stati precisati nel Field Manual 30-31 degli USA, datato 8.11.1970, che regolamentava la guerra non ortodossa e che quindi si poneva fuori del dettato costituzionale. Tra i compiti della Gladio militari vi erano quelli di addestrare forze guerrigliere all’estero e mantenere contatti con queste forze, compiti che negli Stati Uniti spesso venivano affidati alla CIA (Panama, Cile, ecc.).
In proposito nel Field Manual si legge che: “Le operazioni in questo settore specifico devono essere clandestine perché il fatto che l’esercito statunitense è coinvolto negli affari di un paese alleato deve essere conosciuto solo da una ristretta cerchia di persone... L’intelligence statunitense deve essere preparata a dare assistenza al di fuori di quello che è definito dalla politica”.
La particolare segretezza attribuita a quei passi delle deposizioni di Moro che alludevano a operazioni di guerriglia è da mettersi sicuramente in collegamento con quanto delle operazioni previste dal Field Manual poteva essere messo in connessione con l’attività della Gladio militare.

Sul nome ‘Gladio’

Nel suo libro ‘Ulisse’ (pag. 225) l’Ammiraglio Martini parla della struttura: Stay Behind precisando che “in Italia venne chiamata Gladio (da un nome iniziale di cui si è poi persa traccia)”.
E’ probabile che il nome di Gladio che ovviamente nulla ha a che fare con la denominazione anglo-americana Stay Behind fosse proprio la denominazione molto ‘latina’ della “Gladio delle centurie” che ora appare come il nucleo operativo all’estero della Stay Behind.
Nel luglio 1996 la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del caso Gladio precisando che a partire dal 1972 (si tratta dell’anno in cui furono svuotati i depositi delle armi detti NASCO) si esclude che la struttura sia stata utilizzata per finalità penalmente rilevanti.
Quanto all’attività all’estero va osservato che questa comportava l’uso delle armi. Si prevedeva, infatti, l’addestramento di personale appartenente a movimenti di liberazione. Ai rapporti con movimenti di liberazione si accenna anche nel memoriale Moro (vedi F.M. Biscione, Il memoriale Moro ritrovato a Via Monte Nevoso, Ed. Coletti, 1993, p. 54), dove Moro parla di ‘proficui contatti con vari movimenti di liberazione’.
Nel libro di G. Fasanella e C. Sestieri (Il segreto di Stato, intervista col Sen. Pellegrino), Einaudi 2000, p. 214-216) in risposta alla domanda: “se Gladio che conosciamo è a tal punto giustificata e inoffensiva, non potrebbe essere stata in qualche modo la copertura ‘pulita’ di qualche altra struttura? Insomma una sorta di Gladio parallela?” si legge: “Questo è il problema. Io non posso dire se sia esistita una Gladio parallela. Quello che posso dire con certezza è che la Gladio che conoscevo non esaurisce questo mondo segreto sotterraneo. Anzi più siamo andati avanti nelle indagini, più quello di Gladio ci è apparso come un ruolo minore”....”quindi abbiamo l’impressione o la quasi certezza che di questo mondo sotterraneo non sappiamo tutto”...”Da qui nascono le due ipotesi a cui accennavo: o esisteva un livello più sotterraneo della Gladio che non siamo riusciti a scoprire, oppure la Gladio era stata pensata con una testa grande e un corpo esile perché il suo compito doveva essere quello di attivare altre strutture operative”...Non vorrei violare segreti istruttori, tuttavia posso dire che da una indagine giudiziaria sta emergendo una ipotesi clamorosa, cioè che quando Andreotti parlò per la prima volta di Gladio, voleva in realtà gettare in qualche modo un osso all’opinione pubblica per coprire qualcosa di più occulto, e probabilmente anche di più antico, rispetto a Gladio”.

La Gladio all’estero e le operazioni in Libia

Che la Gladio abbia operato in Libia, oltre che dall’accenno a cui si è fatto sopra a proposito del memoriale di Moro, può desumersi da quanto afferma il Sen. Pellegrino nel citato libro ‘Il segreto di Stato’, pag. 90.
In risposta alla domanda: ‘Dunque il golpe di Gheddafi (che avvenne l’1 settembre 1969, n.d.r.) al di là di Re Idris andava a colpire forti interessi economici e strategici. L’Italia poteva trarre dei vantaggi da quel cambio radicale di situazione?’, si legge: ‘Sì certamente, ho addirittura il sospetto che l’Italia abbia aiutato Gheddafi a impossessarsi del potere, credo che il Colonnello sia stato messo proprio da noi alla guida della Libia. Certo la storia del colpo di stato libico è ancora da scrivere, tuttavia sono convinto che assomiglia molto a quella che ci ha raccontato l’Amm. Martini sul golpe Ben Ali in Tunisia”...Qualche giorno prima del golpe, in codice ‘Operazione Gerusalemme’, il suo piano fu perfezionato in Italia ad Abano Terme dove furono addirittura decisi i ministri del futuro governo”.
In questo contesto si può pensare che l’organizzazione Gladio all’estero avesse origini lontane. Va tenuto presente che il personale armato italiano è stato impiegato a supporto di forze ribelli per il “colpo di stato”, la deposizione del Presidente Bourghiba. Non si sa chi abbia ordinato questo intervento, di cui comunque il Parlamento non è stato informato.

I motivi che possono aver portato all’impiego della Gladio all’estero

I servizi segreti operano naturalmente anche all’estero, ma le operazioni dei servizi segreti sono attività che prevedono solo la raccolta di informazioni e non l’attuazione di operazioni armate. In alcuni casi, forse su sollecitazione USA, sono stati decisi interventi armati all’estero (del tipo di quelli che gli Stati Uniti conducono attraverso la CIA), ma che non sono previsti nel nostro ordinamento costituzionale. Si sono affidate operazioni, di conseguenza ovviamente clandestine, a personale armato che veniva impiegato all’estero. Tra gli interessi italiani all’estero vi sono stati certamente, in larga misura, quelli legati all’acquisto di petrolio e alla vendita di armi. Basti pensare alla vendita di carri armati e armi leggere, di elicotteri e aerei a paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Pensiamo ad esempio alla fornitura di armi (navi, sommergibili tascabili, aerei, mezzi blindati) contro petrolio in Libia.
Alla Libia sono stati venduti, tra l’altro, circa 300 aerei da addestramento che furono trasformati in aerei antiguerrigglia. Sulla vendita di armi vedi l’inchiesta del Magistrato Carlo Palermo e la inchiesta del Giudice Istruttore Maria Cordova (in proposito il libro di A. De Feo ‘I misfatti della politica in Italia’, L’Autore Libri, Firenze 1993). A questo riguardo l’Italia si era cacciata tra due fuochi: quello di Gheddafi e quello degli americani. Gheddafi reclamava la fornitura di armi in cambio di petrolio. Molti nostri armamenti erano costruiti su licenza USA. Gli Stati Uniti condizionarono l’esportazione di armi prodotte in Italia su licenza USA a determinate contropartite. Ad esempio, a un certo momento (1972), dagli USA venne messo in essere un ricatto: o l’Italia acquista missili Tor e Lance, o nessuna deroga a vendere armi alla Libia sarebbe mai stata concessa. Il governo italiano si lasciò tentare anche perché da un lato c’era la fornitura di 5° milioni di barili di petrolio all’ENI. Si creava così un giro di interessi che portava anche a supportare (o contrastare) gruppi armati esistenti in vari paesi (guerriglia o controguerriglia).

Rapporti tra le operazioni eseguite da Gladio e quelle eseguite dalle forze armate

Il Gen. Inzerilli che è stato per 12 anni a capo di Gladio (fino al 1986) in un capitolo del suo libro: ‘Gladio, la verità negata’, Ed. Analisi, 1995, parla delle operazioni che sono state svolte congiuntamente da Gladio e da componenti delle forze armate; le operazioni UMO, operazioni militari non convenzionali. Secondo SHAPE, il comando militare della NATO, che agiva nel settore delle operazioni dei servizi clandestini (OCS), le attività compiute da forze armate non ortodosse dovevano adeguarsi alle direttive emanate appunto da SHAPE. Nel settore delle operazioni dei servizi chiamate OCS, SHAPE ribadiva la competenza delle singole autorità nazionali.
In Italia si tenta di realizzare un coordinamento delle due forme di guerra non ortodosso, quello delle UMO di responsabilità dello Stato Maggiore Esercito e quella delle OCS, di responsabilità del Servizio Segreto.
Nel 1980 il CAG (Centro Addestramento Guastatori di Alghero) aprì le porte alle forze armate, dapprima all’esercito e poi alle altre armi. Il 9° Battaglione paracadutisti di assalto a Livorno del resto si addestrava da anni all’impiego dell’esplosivo al plastico. Anche la Marina inviò i suoi incursori da La Spezia e l’Aeronautica cominciò a partecipare alle esercitazioni di Gladio.
E’ prevedibile quindi che non vi fosse un rigido muro di separazione tra i reparti adibiti ad azioni di guerriglia/controguerriglia in Italia e all’estero.
L’esistenza di una Gladio militare facente capo a Comsubin non deve stupire più di tanto. In proposito si può ricordare che operazioni di Comsubin si sono svolte congiuntamente ad operazioni del SISMI. Presso Comsubin era in funzione una unità di pronto intervento (UNIS) con compiti armati; dopo il sequestro dell’On. Moro entrò in funzione presso il Ministero dell’Inter o un gruppo operativo speciale denominato G.O.S.
Il 21.3.1978 veniva esegita una operazione sul litorale presso Cerveteri mirante alla liberazione dell’On. Moro, operazione che venne resa nota tra l’altro dall’On. Cossiga a La Spezia nel giugno 1991. Gli operatori dipendevano congiuntamente da Comsubin e dalla 7^ Divisione del SISMI (già 5^ Sezione). In quella occasione fu effettuata anche una prova di ‘esfiltrazione’ con un ufficiale nascosto in una cassa situata nell’automezzo utilizzato per l’operazione. L’automezzo fu fermato a un posto di blocco ma la cassa non venne notata. Si trattava dell’ “Operazione Smeraldo” svolta in cooperazione tra SISMI e Comsubin.

Il Field Manual 30/31 e le disposizioni degli USA per la guerriglia/controguerriglia

Si legge nel libro di A. Cipriani e G. Cipriani: “Sovranità limitata”, ed. Associate, 1991, p. 202: “Due numeretti per racchiudere il senso di 50 anni di storia della Repubblica Italiana: 30 e 31. 30, secondo i codici usati dalla Intelligence americana vuol dire che l’area di interesse sono i servizi segreti militari, 31 è il tipo di lavoro previsto: “le operazioni speciali”. Così il Field Manual compilato l’8 novembre 1970 e intitolato ‘Operazioni di stabilizzazione dei servizi segreti" (NdA: su internet è disponibile l'originale: Field Manual FM 30-31 Stability Operations-Intelligence, January 1970) rappresenta la summa teorica della guerra non ortodossa per gli anni ’70. Un documento scottante come dimostra la sua storia ricostruita da Giuseppe de Lutiis (‘Le direttive degli USA nelle carte top-secret’, Inserto de ‘L’Unità’ sull’operazione Gladio, 14 novembre 1990): “Predisposto nel 1970 dallo Stato Maggiore statunitense (Capo di Stato Maggiore era all’epoca il Gen. Westmoreland) perviene qualche anno dopo al giornale turco ‘Baris’ che ne annunciò la pubblicazione, mai più avvenuta perché il giornalista che ne era in possesso scomparve con tutte le sue carte, senza che di lui si sia mai più avuta notizia. Qualche anno dopo, per altra via, il documento pervenne al giornale spagnolo ‘Triunfo’ che lo pubblicò. In Italia fu pubblicato il 27 ottobre 1978 dal settimanale ‘L’Europeo’, nonostante vi fossero pressioni affinchè il documento non venisse pubblicato. Successivamente lo stesso documento fu ripubblicato dal periodico ‘Controinformazione’ vicino alle Brigate Rosse”.
Il Field Manual prevede di realizzare all’estero la strategia della tensione; Parla infatti chiaramente di azioni clandestine e del fatto che in relazione a queste, “Un coinvolgimento più profondo dell’esercito non può in alcun modo essere conosciuto”, forse anche per rispettare quanto stabilito dal Field Manual l’Italia non voleva rivelare il coinvolgimento di militari in operazioni clandestine e con compiti di destabilizzazione come è accaduto nel caso della destituzione del Presidente Bourghiba.
Nel citato articolo dell’ ‘Europeo’ si riporta una dichiarazione del sottoscritto che riteneva che la P2 potesse utilizzare le rivelazioni delle norme del Field Manual come una minaccia e quindi come un’arma di difesa della P2: in sostanza una intimidazione del tipo: “O chiudiamo l’affare P2, o altrimenti....”.
Ricordiamo che una copia del Field Manual fu trovata nel sottofondo di una valigetta della figlia di Gelli. Le operazioni previste dal Field Manual si riferivano anche ad attività da svolgere all’estero come quelle effettuate dalla CIA e quelle presumibilmente effettuate dalla GLADIO militare. E’ bene precisare che la legislazione italiana non prevede l’impiego di personale armato in operazioni clandestine. La legge 801/77, sancisce all’art. 10: “nessuna attività comunque idonea per l’informazione e la sicurezza può essere svolta al di fuori degli strumenti, delle modalità, delle competenze e dei fini previsti dalla presente legge”.
E’ opportuno anche ricordare che l’art. 288 del Codice Penale stabilisce la illegalità di chiunque, senza approvazione del Governo, arruoli e armi dei cittadini perché militino in operazioni armate a favore dello straniero.
Circa l’impiego di Gladio il Ministro Formica così si espresse in una intervista su ‘La Repubblica’ il 5.12.1990: “Nell’Italia repubblicana si è costituito un esercito assolutamente incompatibile con il nostro ordinamento; uno stato democratico può certamente avere dei piani segreti, è suo dovere, ma non può assolutamente avere una milizia clandestina. Persino Benito Mussolini per istituire una milizia fece una legge”.

Le rivelazioni di Brenneke sui finanziamenti della CIA all’Italia per operazioni clandestine

Nell’estate 1990 in una inchiesta televisiva (28 e 30 giugno, 1 e 2 luglio 1990) dell’inviato del TG1 Ennio Remondino emerse che un ex dipendente della CIA, Dick Brenneke, aveva rivelato che finanziamenti della CIA negli anni ’70 passavano da Panama attraverso società finanziarie belghe e lussemburghesi a banche svizzere e quindi finivano ai referenti italiani della CIA, cioè ad esponenti della P2. Brenneke parlò di 10 milioni di dollari al mese che servivano a finanziare traffici e per la destabilizzazione e la crescita del terrorismo in Italia.(NdA: Francesco Pazienza ricevette da Noriega documentazione fotografica che ritraeva "brigatisti rossi" mentre si recavano in banche off-shore, a Panama, a ritirare lo "stipendio". La documentazione venne consegnata al generale Santovito del SISMI.)
Andreotti (intervento alla Camera dei Deputati, 1 agosto 1990) disse: “Ritengo del tutto privo di senso comune immaginare che il Congresso degli Stati Uniti d’America abbia potuto autorizzare o comunque tacitamente avallare una operazione di destabilizzazione condotta contro un paese amico e alleato come l’Italia”.

Il ‘Comitato ombra’ al Ministero Marina

Nell'intervista di Rocco Tolfa ad Adriano Sofri: ‘La svolta di Via Fani’ pubblicata su ‘Il Sabato’ del 20 aprile 1991, si menziona una rivelazione di Sofri: “Mi è stato detto che durante i giorni del rapimento Moro c’era una specie di comitato ombra che si occupava delle emergenze. Questo gruppo di persone era insediato al Ministero della Marina Militare con la presenza di Licio Gelli, aveva a disposizione una stanza o un locale”.
Scrivono A. Cipriani e G. Cipriani nel libro citato ‘Sovranità limitata’, p. 297: “Nel 1978 la Marina era uno dei feudi più potenti della P2. Operavano in quella struttura l’Amm. Antonio Geraci che presentò il capo della P2 a Cossiga, e della Marina faceva parte il Capo di Stato Maggiore Giovanni Torrisi.
E’ stato scritto (L. Milella, La Repubblica 19.10.1987), che forse il piano Paters (Piano AntiTERrrorismo di Sinistra) poteva contribuire a salvare la vita di Moro. Il piano fissava le modalità di intervento delle parti sociali.

Il memoriale di Moro e le operazioni di Gladio all’estero
Su ‘Il Messaggero’ del 6 luglio1982 si legge che, oltre al memoriale e alle lettere note, Moro avrebbe scritto altro. Durante il processo a Moro, a nome di un gruppo di brigatisti, Anna Carla Brioschi “ha detto cose che richiedono una verifica pronta e non solo per motivi di ordine processuale”...dai corpi di reato sequestrati il 1° ottobre 1978 nel covo milanese di Via Monte Nevoso (sarebbe sparita) una cartellina contenente le fotocopie di tutto quello che Aldo Moro scrisse.
Su ‘Pagina’ (marzo 1982) si legge in uno scritto di Massimo Caprara: “Carlo Alberto Dalla Chiesa custodisce e centellina tutti i segreti del caso Moro...chi è stato a sparare su di lui?... Dove è finito il memoriale meticolosamente redatto in carcere? Dalla Chiesa, via Peci, conosce le risposte.”
Scrive Pellegrino nel libro su citato “Il segreto di Stato”, p. 210: “Dalla Chiesa aveva sottolineato di non aver ritrovato gli originali, le cassette con le registrazioni dell’interrogatorio e nemmeno la prima battitura dei dattiloscritti”.
Si legge a pag. 218: “’L’Espresso’ pubblicò brani di documenti che avevano fatto parte delle carte di Moro e che non erano tra i documenti di Via Monte Nevoso. Uno in particolare era molto interessante, riguardava le clausole di un trattato segreto NATO, in virtù del quale il Mossad avrebbe goduto piena libertà nel regolare alcuni conti con terroristi palestinesi in territorio italiano. Le attività di guerriglia e controguerriglia, dette anche operazioni non convenzionali, si inseriscono in un contesto come quello sopra descritto.

Il black-out delle comunicazioni in Via Fani

Nella zona di Via Fani, subito dopo il rapimento dell’On. Moro, si verificò un black-out delle comunicazioni. Fu spiegato come sovraffollamento della linea. Ma la SIP non ha spiegato come mai alle 16.45 del 15 marzo nell’azienda era scattato l’allarme e si era costituita la ‘cellula di risposta’, un Comitato di sicurezza con compiti a metà tra il militare ed i servizi segreti.
Questa vicenda richiama le problematiche dei possibili preavvisi circa il rapimento Moro.

L’abbattimento dell’aereo Argo 16 e la scoperta della base di Gladio

Il 18 maggio 1986, il Gen. Viviani in una intervista a ‘Panorama’ risuscitò il caso dell’Argo 16 (che era caduto nel 1973). Il Magistrato Mastelloni incriminò Viviani per reticenza. Successivamente entrò nell’inchiesta il vertice dell’Aeronautica. La Presidenza del Consiglio (Craxi, Goria, De Mita) pose comunque il segreto di Stato sulla questione, il che impedì la richiesta della documentazione. Nonostante l’opposizione del segreto, il Magistrato Mastelloni proseguì nella sua inchiesta che portò il 20 giugno 1989 all’invio di 8 mandati di comparizione al vertice del vecchio SID, cioè all’Ammiraglio Henke, ai Generali Miceli, Maletti, Viviani e Genovesi, al Col. Viezzer, all’Amm. Castaldo e all’Ufficiale addetto al centro controspionaggio di Padova Gerardo Capotorto. Mastelloni riteneva che l’abbattimento fosse dovuto al Mossad, ma il Gen. Serravalle, il primo capo di Gladio, in una trasmissione di ‘Telefono giallo’, disse a Corrado Augias che egli sospettava che l’attentato fosse stato compiuto contro di lui per fargli pagare la decisione di aver disarmato Gladio in Italia.

Le operazioni all'estero erano previste fin dal 1952

Il 24 giugno 1952 al comando dei capi di stato maggiore USA viene sottoposto il testo di un documento sulle ‘operazioni clandestine' in cui si definiscono i compiti e le responsabilità dello speciale comitato incaricato del coordinamento tra paesi alleati delle attività clandestine. “Il comitato europeo per la pianificazione clandestina è costituito per consigliare il comandante supremo alleato in Europa” spiega il documento. E più avanti continua: “La guerra non convenzionale, che include come parte integrante ‘operazioni clandestine' condotte dalle agenzie clandestine, consiste in tre tipi di campi di azione: 1) la guerriglia, e cioè operazioni, in territorio controllato dal nemico, condotte da forze per lo più indigene organizzate su base militare o paramilitare... 2) evasione e fuga, e cioè azioni predisposte a far fuggire personale militare della NATO e altri individui scelti da territori controllati dai nemici... 3) sovversione contro regimi ostili e resistenza, e cioè azioni in aree nemiche o controllate dal nemico da parte di gruppi di resistenza e individui di origine indigena per ridurre il potenziale militare, economico, psicologico e politico del nemico”.
Su questo vedi G. Gatti, “Rimanga tra noi” 1990, ed. Leonardo, p. 31-32.

La Gladio dei 622 (operazioni all'estero)

La Gladio dei 622 ha operato prevalentemente in Italia, tuttavia vi sono tracce anche di operazioni all'estero. Una operazione all'estero è la cosiddetta “Operazione LIMA” in cui personale di Gladio tra cui il maresciallo Vicenzo Li Causi si recò in Perù.
Si legge in proposito nella relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (documento della Camera dei Deputati XXIII n. 2 pp. 137): “All'inizio del 1987 il Maresciallo Li Causi aveva partecipato ad un'altra operazione delicatissima riconducibile ad una finalità di antiterrorismo ed effettuata a Lima in Perù. L'operazione a cura della struttura Stay Behind era stata direttamente ordinata dal Presidente del Consiglio Craxi ed era costata “un miliardo”... “...“ Non è questa la sede per valutare specificamente le modalità seguite in rapporto ai compiti istituzionali e alle norme regolatrici dei servizi. In base a ciò che sappiamo l'operazione sembra essere stata del tutto clandestina. Essa ha implicato il rapporto con uno stato estero al di fuori di ogni protocollo. Con ogni probabilità il Ministro degli Esteri e il Ministro della Difesa ne sono rimasti all'oscuro così come deve essere rimasto all'oscuro il CESIS.
Una clandestinità di questo genere significa anche illegalità dell'operazione. Se così è stato, si può credere che la scelta della struttura Gladio, in quanto al di fuori di ogni controllo, sia stata determinata proprio dal carattere illegale delle attività da compiere”. Si precisa in nota che “notizie sull'operazione emergono dalle deposizioni di Vincenzo Li causi, di Fulvio Martini e di Marcello Ingrosso davanti alla Procura Militare di Padova. Un'altra operazione di cui esiste traccia riguarda un'operazione con lo Stato Vaticano. Il Gen. Inzerilli (Vedi Corriere della Sera, 27.3.87 nell'articolo ‘C'era una Gladio ancor più segreta') afferma che una struttura di Gladio denominata OSSI avrebbe fatto da scorta in missioni del Vaticano. Ma il Vaticano replicò (vedi nota AGI del 27.3.97): “I servizi di scorta al Papa sono una responsabilità dei paesi che lo ospitano”. La sala stampa della Santa Sede ha commentato così le dichiarazioni del Gen. Inzerilli, secondo il quale una struttura di Gladio denominata OSSI avrebbe fatto da scorta al Papa in una non precisata occasione”.
Sulla legittimità del reparto OSSI si è espressa in due sentenze la Magistratura, la quale ha rilevato che questo reparto di uomini armati operava al di fuori del dettato costituzionale.
Nella sentenza del 21 marzo 1997 della II^ Corte d'Assise di Roma si legge della ‘esistenza' di una organizzazione costituita anche da appartenenti alle forze armate e preordinata al compimento di azioni di guerra ancorchè non ortodosse al di fuori della unica istituzione che in base all'ordinamento costituzionale deve legittimamente ritenersi incaricata dello svolgimento di attività di difesa della Patria e cioè al di fuori delle forze armate e al di fuori di un qualsiasi controllo da parte del Capo dello Stato che, ai sensi dell'art. 87 della Costituzione, di queste ha il Comando'.
Nella sentenza del 1 febbraio 2001 della Corte Suprema di Cassazione si legge che, in merito al contenuto del documento OSSI ‘la Corte territoriale ha puntualmente argomentato come esso riguardasse l'impiego di ‘operatori speciali' del servizio italiano nella organizzazione della ‘guerra non ortodossa' mediante una struttura di comando finalizzata ad azioni di guerra e di sabotaggio sull'intero territorio nazionale collocata al di fuori dell'ordinamento delle forze armate e esclusivamente preposta alla difesa della patria, anche mediante il coinvolgimento occulto di personale adibito ad altri compiti, sottratta infine ad ogni controllo istituzionale. Siffatto documento concerneva fatti eversivi dell'ordine costituzionale e doveva quindi conseguentemente considerarsi sottratto alla garanzia della tutela del segreto di Stato”.

La Gladio all'estero. Destabilizzare per stabilizzare?

Tra i compiti che si attribuiscono alla guerra non ortodossa è certamente quello di “destabilizzare per stabilizzare”. Un esempio tipico di questo tipo di operazione è la operazione Delfino del 1966 condotta nella zona di Monfalcone, una operazione di “Insurgency e Counter Insurgency”. Le operazioni condotte da Gladio all'estero si effettuano a fianco di forze di liberazione, cioè di forze che si opponevano ai governi locali. Potevano essere compiute operazioni di provocazione per suscitare un evolversi armato della situazione. Operazioni di questo tipo sono state condotte dalla CIA in tutto il mondo. Ricordiamo ad esempio quelle in Cile che ha portato al colpo di stato dell'11 settembre 1973. In Italia questa problematica ha assunto il nome di “strategia della tensione”. Si tratta di snidare l'avversario, farlo uscire allo scoperto e poi attaccarlo. Operazioni di questo tipo devono però avere la copertura a livello politico. Questo è il caso di Gladio all'estero.
E' bene ricordare che in queste operazioni si devono considerare tre dimensioni di intervento: la dimensione politica, l'unica in grado di “legittimare” l'operato delle forze alle dipendenze del Ministero della Difesa, chiamate ad operare in operazioni clandestine; la dimensione militare, che riguarda la conduzione dell'operazione, compreso lo studio e l'analisi che l'impostazione di queste operazioni richiede; la dimensione civile, che fiancheggia le operazioni e costituisce la rete di assistenza (conosciamo ad esempio la rete di assistenza creata nel Mediterraneo, area del Nord Africa, comprendente stazioni come Malta, Algeri, Tangeri, Tunisi, Djen Djen)

Le direttive per i gladiatori

Per quanto riguarda i gladiatori della “Gladio delle Centurie” nel libro ‘L'ultima missione' del ‘gladiatore' Nino Arconte si legge che questi gladiatori non operavano a difesa da una invasione, ma operavano all'estero con compiti diversi da quelli dell'antinvasione.
C'è da chiedersi chi ha ordinato loro di eseguire questi compiti all'estero e quali erano le modalità che dovevano seguire. Secondo Arconte, a pag. 258 del libro, si legge: “All'epoca io mi chiedevo soltanto ciò che mi fu insegnato essere legittimo chiedermi riguardo ad ogni ordine ricevuto: “gli ordini sbagliati non si eseguono”! All'ovvia domanda degli allievi: “Come facciamo a sapere quando un ordine ricevuto è sbagliato?” gli istruttori rispondevano: “Sono ordini sbagliati tutti quelli che violano i diritti e le convenzioni internazionali di Ginevra sui prigionieri di guerra e quelli comunemente definiti crimini contro l'umanità”.
Evidentemente nessuno ha informato esattamente questi gladiatori di quanto si legge nell'articolo 52 della Costituzione circa i compiti delle Forze Armate.
Da osservare che dal 28 marzo del 2000 la descrizione dell'attività della Gladio delle Centurie così come appariva su Internet al titolo ‘Real Gladio' è stata inviata dallo scrivente, alle principali autorità interessate, cioè alla Presidenza del Consiglio, alla Presidenza della Commissione Stragi, alla Presidenza del Comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti.
Sulla vicenda da parte delle Autorità risulta un chiarimento solo nelle lettere che l'On. Craxi ha scritto ad Arconte, riportate nel libro.

Il traffico di armi come una delle possibili cause delle operazioni di Gladio all'estero

L'Italia ha avuto un ruolo rilevante nel traffico di armi, tanto che il nostro paese veniva chiamato ‘l'albergo spagnolo del traffico di armi' per la facilità con cui le armi entravano nel nostro paese e ne uscivano.
Il traffico di armi ha dato luogo a varie inchieste della Magistratura tra cui vale ricordare quelle dei magistrati Carlo Palermo e Maria Cordova.
Tanto per citare un esempio tra tanti di come avveniva il traffico di armi, menzioniamo quanto è scritto nel libro ‘L'atto di accusa del Giudice Carlo Palermo' Editori Riuniti 1988, p. 114. In relazione alla deposizione di Glauco Partel si legge: “Nel 1979 la Libia era disperatamente alla ricerca di un carro Leopard e c'era il blocco degli Stati Uniti. La Oto Melara ne contrabbandò uno. Io ne parlai con il rappresentante della Oto Melara del settore commerciale. E' un iracheno, ex ufficiale della marina iraniana, di circa 40 anni, all'epoca abitava a Livorno (il suo nome è Bara Badi, n.d.r.). Lui mi disse che la Oto Melara aveva potuto fornire quell'esemplare certamente via mare. Da quanto mi disse i libici lo collaudarono nel deserto, poi vennero i russi, lo smontarono e lo portarono via. Dopo tale esemplare vi fu una vera e propria fornitura che partì nel 1978, mi pare che partì dal porto di La Spezia e agli effetti doganali figurò come carico di grano”. Beirut era uno snodo per il traffico di armi e il Col. Stefano Giovannone, che ha operato per molti anni a Beirut come capocentro del SISMI - avendo un raggio d'azione in tutto il Medio Oriente; fu interrogato in merito dal magistrato Carlo Palermo. Come si legge in un libro di M. Pugliese “perché nessuno fermò quel giudice?” (Adriatica editrice, Ancona), Giovannone precisò che ‘per il Libano transitavano armi destinate a movimenti di opposizione operanti in Libia, Arabia Saudita e negli Stati del Golfo; si trattava essenzialmente di pistole, fucili automatici leggeri che venivano inviati da esponenti in esilio dei vari movimenti di opposizione”.
Giovannone è stato a Beirut dal 72 al 76 e poi dal 78 all'81. Di particolare rilievo erano i suoi rapporti con l'OLP. Dopo che Giovannone lasciò Beirut il 12 ottobre 1983 venne inviato ad operare presso l'OLP, che nel frattempo aveva la sua sede a Tunisi, un altro ufficiale. Vale la pena ricordare che a Giovannone si rivolse l'On. Moro in una lettera scritta durante il suo sequestro nel 1978. Moro voleva spingere il governo a barattare la sua vita con il rilascio dei brigatisti in carcere. Egli scriveva: “Tu forse già conosci direttamente la vicenda dei palestinesi all'epoca più oscura della guerra. Lo stato italiano in vari modi dispose la liberazione dei detenuti allo scopo di stornare un grave danno. Nello spirito si fece ricorso allo stato di necessità”.
La complessa natura di Gladio e la probabilità che vi fosse più di una Gladio

In una intervista di P. Cucchiarelli e A. Giannuli al senatore Pellegrino, Presidente della Commissione Stragi, riportata nel libro “Lo stato parallelo”, (Gamberetti editore 1997, pp. 365), il Senatore afferma: “Quello che mi colpisce è come i 622 gladiatori coprono un arco temporale di 40 anni. I gladiatori in servizio attivo sono stati sempre un numero estremamente limitato: sproporzionati per difetto rispetto al cervello operativo della situazione. perché vi è la certezza che vi erano altre reti clandestine, penso ad un articolarsi per piani successivi, per cui ci sarebbe una Gladio nascosta dentro una Gladio apparente, oppure che la struttura di Gladio stava al centro di un sistema di reti clandestine che si collocavano ai lati di Gladio, non mi pare faccia molta differenza. Quello che è importante è sapere che prima del 1979 c'era Gladio, ma non solo Gladio che è una tessera dell'intero mosaico, importante, ma che da sola non spiega tutto. Nello stesso tempo altre tessere del mosaico assumono un ‘segno' che in qualche modo presupponeva Gladio, cioè molte cose non appartenevano alla struttura di Gladio, ma avvenivano in un certo modo perché Gladio c'era.
I Magistrati Sergio Dini e Benedetto Roberti della magistratura Militare di Padova delineano un quadro a più stadi di Gladio con diverse linee di comando e di dipendenza, con diverso personale e con diversità di funzioni. La struttura più interna, quella tutelata con la massima riservatezza, vero ‘cuore' e nocciolo degli interessi statunitensi in Italia era formata - affermano - ‘da soggetti tuttora ignoti, i cui nomi e le cui identità e finanche il numero dei quali sono stati tenuti nascosti dal SISMI agli inquirenti, ma della cui esistenza non vi è possibilità di dubitare” (dalla relazione di Dini e Roberti alla ‘Commissione Stragi' del 1994).



La Gladio dei 622. Anche se fu detto che era dipendente dalla NATO, in realtà non lo era

Già nel novembre 1999 il portavoce di SHAPE, Comandante Marcotte sostenne che Gladio non dipendeva dalla NATO (vedi Repubblica del 31.5.1991). Ma in Parlamento l'On. Andreotti sostenne che Gladio dipendeva invece dalla NATO. Tuttavia il Senatore Cossiga ai giudici romani che lo interrogarono dichiarò che “Gladio non è della NATO” (vedi L'Unità del 31.5.1991). Si legge nel sottotitolo che ‘Gladio con la NATO non ha niente a che fare'. “Il Quirinale ha spedito alla Procura di Roma un ‘passo' del rapporto del governo tedesco sulla Stay Behind dove si affermava che non fa parte integrante della struttura NATO. “
Su La Repubblica del 31.5.1991, in un articolo di G. M. Bellu e G. D'Avanzo, si legge: “Con Gladio la NATO non c'entra”. Il padre di Gladio non era la NATO, ma il patto Atlantico. Francesco Cossiga a sorpresa, contraddicendo a 360 gradi la relazione del governo e di Andreotti, riscrive lo stato giuridico e internazionale della struttura clandestina Stay Behind”.
Si legge anche nello scritto citato, che si è avuta “conferma piena dei sospetti della Procura Militare di Padova, della Procura di Roma, della Commissione Stragi di Libero Gualtieri: Gladio non è mai stata sotto l'ombrello NATO. Già nel novembre scorso il portavoce dello SHAPE, il Capitano di fregata canadese, Jean Marcotte, aveva negato che la NATO avesse a che fare con Gladio: “Nel quadro della struttura militare della NATO disse, non esiste e non è mai esistita una organizzazione del genere'.
Marcotte fu peraltro smentito molto autorevolmente 24 ore dopo da Manfred Woerner, Segretario Generale della NATO.
Anche l'ambasciatore Paolo Fulci, che è stato ambasciatore alla NATO e che ha avuto la direzione del CESIS ha dichiarato, come si può leggere su ‘Liberazione' del 18.10.96,che “la Gladio non apparteneva alla NATO”.

La nascita di Gladio

Circa la nascita di Gladio alcuni elementi possono trarsi dalla relazione presentata dal Presidente della Commissione Stragi Sen. Libero Gualtieri durante a seduta del 14-15 aprile 1992. Vi si legge: “L'operazione Gladio emerse per la prima volta con questo nome nell'incontro del 18.10.1956 tra i rappresentanti del SIFAR (Col. Fettarappa Sandri, Maggiore Accasto) e i rappresentanti della CIA Bob Porter e John Edwards)”. Sin da questa prima riunione furono adottate particolari procedure relative alla elaborazione e trasmissione della documentazione riguardante l'organizzazione Gladio. Di ogni documento ufficiale si dispose la redazione in duplice versione - italiana ed inglese - e in un massimo di 4 copie. Gli atti in tal modo prodotti verranno classificati da un numero progressivo.
L'intestazione Gladio/1 fu riservata al documento datato 28.11.1956 dal titolo: “Una rielaborazione degli accordi tra il servizio informazioni italiano e il servizio informazioni americano relativi alla organizzazione e all'attuazione della rete clandestina post-occupazione italo-statunitense”.
L'approvazione italiana del testo redatto dal servizio militare fu comunicata al rappresentante del SIFAR nella riunione del 29.11.1956 nel corso della quale fu anche stabilito di fissare l'entrata in vigore dell'accordo a partire dal giorno precedente, 28.11.1956” ...” oltre al testo di Gladio/1 sono stati rinvenuti altri 111 atti appartenenti alla raccolta dei documenti ufficiali della Operazione Gladio. Tra questi vanno segnalati i verbali del Gladio Comittee, la struttura italo-statunitense costituita allo scopo di pianificare lo sviluppo della branca italiana della rete Stay Behind.
Il Comitato Gladio fu inizialmente composto da 11 membri (8 italiani e 3 statunitensi) e si riunì ad intervalli irregolari tra il 1956 ed il 1975.
La base di Capo Marargiu era una delle più importanti basi di Gladio. Nel luglio 1991 ‘Panorama' pubblicò un appunto indirizzato il 4 dicembre 1972 dai Generali Serravalle (che è stato uno dei capi di Gladio) e Fortunato al Direttore del SID, Miceli, relativo all'ispezione compiuta a Capo Marargiu dal capo della Sezione CIA a Roma, Stone. Questi chiedeva di far sì che Gladio potesse ‘far fronte' anche a sovvertimenti interni di dimensioni tali da compromettere l'attività governativa legittima (ossia l'alleanza).
Nei documenti del 15 e 22 dicembre 1972 rinvenuti a Roma negli archivi della VII^ Divisione dalla Procura Militare della Repubblica di Padova si legge tra l'altro che “Mr. Stone Capo della CIA in Italia informava i suoi colleghi responsabili della Gladio che era possibile “che si venissero a trovare ad operare esattamente nella stessa maniera in cui la CIA operò in Vietnam”.

Gladio, la guerriglia e le BR

C'è chi si chiede perché le BR fossero tanto interessate alla guerriglia e perché questo fosse stato il nodo centrale degli interrogatori dell'On.Moro. Il motivo è da collocarsi nell'addestramento clandestino delle forze alla guerriglia che costituiva un compito di Gladio. Circa la guerriglia e la sua importanza questo fenomeno è autorevolmente descritto da W. Halweg (‘Storia della guerriglia' Feltrinelli 1973, p. 12-13)”. Solo nei due decenni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale si è compreso appieno quali possibilità si erano aperte con la guerriglia.... la guerriglia si rivelava fenomeno nuovissimo per l'ampiezza e la portata delle forze che vi affluivano dal campo politico e sociale: scompariva la differenza tra militari e civili...era dato di intravedere la possibilità di una riforma dell'esercito moderno”. Oggi, infatti,. la differenza tra campo militare e capo civile costituisce il vero e proprio campo di azione della guerriglia la quale per svilupparsi in modo efficace deve avvalersi di una tattica e di una tecnica di tipo militare”. In Italia la strategia della guerriglia fu oggetto di grande interesse. Questo interesse è testimoniato in particolar modo dal Convegno del 3-5 maggio 1965 (tenutosi presso l'albergo ‘Parco dei Principi' a Roma), dell'Istituto Pollio sul tema della ‘guerra rivoluzionaria'. Gli atti sono stati pubblicati dall'editore Volpe. Nel convegno si trovava al tavolo della Presidenza il T. Colonnello Adriano Magi Braschi, (anche se figurava come avvocato) che era stato promotore dei ‘corsi di ardimento' a Cesano, destinati alla creazione di speciali reparti antiguerriglia.
Nel 1964 il nucleo di guerra non ortodossa del SIFAR - Sezione S M) di cui era all'epoca responsabile il Ten. Col. Magi Braschi portò ad una elaborazione della dottrinaria della guerra non ortodossa, successivamente diramata agli Stati maggiori d'arma, in due fascicoli denominati uno “L'offesa”, e l'altro “La parata e la risposta”.
In seguito il Generale Magi Braschi, che è stato capo della guerra psicologica presso il SISDE, assunse la guida in Italia della World Anticommunist League (Lega Mondiale Anticomunista).
La rivista ‘Controinformazione', ottobre 1973 riportò ampi stralci del fascicolo “La parata e la risposta”. Ai due elaborati se ne aggiunse nel 1965 un terzo dal titolo ‘La guerriglia'. Su questo tema vediamo anche G. Giannettini, ‘Tecnica della guerra rivoluzionaria', Roma 1965.
Il convegno fu patrocinato probabilmente dallo Stato Maggiore dell'esercito. Magi Braschi nel convegno (pag. 251 degli Atti) affermò che: “se la prima guerra mondiale vide gli Stati Maggiori combinati, cioè dalla prima guerra mondiale si ricavò la necessità di avere comandi composti dalle tre armi, vale a dire Stati Maggiori che ragionavano in funzione tridimensionale; se dalla seconda guerra mondiale sono usciti gli Stati Maggiori integrati che comprendono personale di più nazioni, questa guerra vuole gli Stati Maggiori allargati che comprendono civili e militari”.
In relazione a questo convegno ha espresso alcune valutazioni il Senatore Pellegrino che si trovano nel libro ‘Luce sulle stragi', (a cura di Lupetti e Pietro Manni, Editore di Comunicazione, Lecce, 1996, p. 49): “Peraltro se nella riflessione degli organizzatori del convegno i risultati già raggiunti (nell'affrontare un dispositivo flessibile di risposta alla guerra sovversiva) apparivano eccellenti, diffusissima ed anzi unanime era la valutazione di un salto qualitativo ulteriore. Mentre sul punto lo stesso De Boccard (uno degli oratori del convegno, n.d.r.) si spingeva sino a progettare una modifica radicale dell'intero apparato bellico italiano ai fini di una risposta controrivoluzionaria, in vista cioè di un ‘pericolo maggiore di un conflitto tradizionale', da altri convegnisti si prospettavano proposte diverse che a lato (rectius, al disotto) dell'apparato bellico tradizionale prevedevano di affrontare il compito controrivoluzionario a reti clandestine composte in gran parte da civili anche se sempre a direzione (almeno prevalentemente) militare”.
Nel convengo di Parco dei Principi (pag. 244 degli Atti) si prevedeva una concezione a tre livelli operativi per un piano di difesa e contrattacco rispetto alle forze di sovversione. In particolare il Prof. Filippani Ronconi (un docente universitario di Sanscrito probabilmente utilizzato dagli apparati di sicurezza in compiti di decodificazione), propose uno “schieramento differenziato su tre piani complementari ma praticamente permeabili l'uno rispetto all'altro "utilizzando le tre categorie di persone sulle quali si può in diversa misura contare”, più specificamente: un primo livello più elementare. Si può contare su individui “i quali seppure ben orientati e ben disposti nei riguardi di un'ipotetica controrivoluzione sono capaci di compiere un'azione puramente passiva, che non li impegni in modo da affrontare situazioni troppo pericolose. Questa prima rudimentale rete potrà servire per una prima conta delle persone delle quali si sarebbe potuto disporre; il secondo livello potrà essere costituito da quelle altre persone naturalmente inclini o adatte a compiti che impieghino “azioni di pressione”; il terzo livello riguarda personale “ molto più qualificato e professionalmente specializzato”. Questo personale dovrebbe costituirsi in pieno anonimato, sin da adesso, nuclei scelti di pochissime unità addestrate a compiti di controterrore e di ‘rotture' eventuali dei punti di precario equilibrio in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere”. Le operazioni per la destituzione del Presidente Bourghiba che dovevano portare nuovi equilibri politici in Tunisia, determinando una nuova ‘costellazione di forze al potere' ha proprio la caratteristica di una operazione attinente a questo terzo livello.

Gladio e il Centro Scorpione di Trapani: collegamenti con l'Africa?

I compiti del Centro Scorpione di Gladio non sono mai stati resi chiaramente noti. Il Centro, denominato 9 CAS, (Centro Addestramento Speciale) venne istituito nel settembre 1987 nell'ambito del SISMI 7^ Divisione e venne affidato al Col. Paolo Fornaro. Dopo appena due mesi il Colonnello venne sostituito dal maresciallo Vincenzo Li Causi. Il Col. Fornaro nell'intervista di F. Grignetti sul quotidiano ‘La Stampa' del 13.5.1993. Grignetti chiede come mai nel 1987 si puntava su Trapani quando ormai la minaccia sovietica non esisteva più: oppure lo Stato Maggiore ci credeva ancora? Risponde il colonnello: "Gladio come era stata inventata non serviva più. A Mosca c'era Gorbaciov. Il pericolo era cessato, però il Nord Africa ci preoccupava più di prima”. Da questo si può evincere che tra i compiti di Gladio vi fossero compiti attinenti col Nord Africa. Circa la difficoltà di capire quali fossero i compiti del Centro Scorpione scrive G. De Lutis (‘Il lato oscuro del potere' Editori Riuniti, 1996, p. 111-112)
A questo punto è lecito chiedersi quali possano essere stati i compiti di un Centro così atipico, unico in Italia ad essere guidato da un sottufficiale il quale però aveva preso parte ad operazioni delicatissime e illegali. Nessuno dei documenti in sequestro, nè nessuno dei numerosi interrogatori cui i dirigenti del Centro sono stati sottoposti ha fornito il benchè minimo lume sull'argomento. Siamo dunque in presenza di un centro collocato in un settore delicatissimo dello scacchiere siciliano che opera in anni densi di eventi gravi, ma che sembra non aver svolto alcuna attività. Tuttavia il Centro aveva ampia disponibilità, almeno potenziale, di denaro”.
Li Causi è l'unica persona che abbia avuto accesso a 5 nomi di copertura. Il maresciallo morì il 12 novembre 1993 nei pressi di Mogadiscio. Si disse perché colpito da pallottola vagante. In seguito però fu insignito della medaglia d'oro alla memoria. A proposito del Centro, il magistrato Carlo Palermo nel libro ‘Il quarto livello' Editori Riuniti, 1996, p. 192: ‘A Trapani era presente una base militare NATO. Nell'anno successivo alla scoperta delle logge segrete venne creata la cellula Stay Behind Scorpione.”.
Per capire la atipicità del Centro Scorpione è bene ricordare comunque che tra i compiti di Gladio, ufficialmente dichiarati, vi erano quelli di predisporre quanto necessario per la condotta di operazioni di guerra non ortodossa sul territorio nazionale e virtualmente occupato da forze nemiche a diretto supporto delle operazioni militari condotte dalla forza NATO'.
Naturalmente pensare alla Sicilia come ad un territorio di possibile invasione è ben poco realistico!
Quanto al sospetto che la natura di Gladio sia restata in parte sconosciuta, nel libro: “L'Italia delle stragi” (Editore Il Minotauro, 1997, p. 54) si riporta una valutazione della Commissione Stragi, secondo cui: “A giudizio di molti Gladio era diventata qualcosa di più e di diverso”.

Le preoccupazioni per la nascita di un esercito clandestino e le responsablità del personale

L‘On. Formica a suo tempo Ministro delle Finanze, in un'intervista a ‘Panorama' del 9.12.1990 esprime il parere che dietro Gladio si potesse creare “un esercito segreto assolutamente incompatibile per il nostro ordinamento”. Una operazione come quella più volte citata in Magreb, che ha portato alla destituzione del Presidente Bourghiba su direttive ad oggi sconosciute e su ordini emanati dal Ministero della Difesa/Maripers - X^ Divisione S B - è un'operazione effettuata in un paese straniero contro un Presidente legalmente riconosciuto. Certamente bisogna distinguere tra le responsabilità di chi ha eseguito semplicemente degli ordini provenienti dal Ministero della Difesa e chi ha impartito questi ordini. Si tratta di un punto su cui occorre fare chiarezza. Ovviamente non è giusto che i subalterni siano ritenuti responsabili della esecuzione di ordini impartiti dall'alto e tuttavia occorre capire quali erano le direttive ce informavano operazioni come questa.
Va tenuto presente in particolare che la legge di riforma dei Servizi Segreti - la legge 801 del 1977 - imponeva per quanto riguarda il personale dei Servizi, di svolgere solo operazioni di “intelligence” e non operazioni armate.
Quanto sopra vale per il personale che prendeva ordine dai Servizi Segreti, mentre gli ordini che erano stati impartiti, ad esempio nella operazione del Maghreb, provenivano non dai Servizi Segreti, ma dal Ministero Difesa Marina.
Il personale dipendente del Ministero Difesa Marina può essere impiegato solo secondo quanto previsto dall'art. 52 della Costituzione.

L'arruolamento per la guerra non ortodossa

Molte discussioni sono state fatte circa la legalità/illegalità degli arruolamenti per la guerra non ortodossa. Nella relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964 (Doc. XXIII 1.1 della Camera dei Deputati, 1971, Vol. II, p. 162) si legge al titolo ‘Gli arruolamenti illegali': “Il Sen. Jannuzzi nella sua deposizione resa alla Commissione Parlamentare di inchiesta ha affermato di aver avuto diretta comunicazione dal Col. Rocca, capo dell'ufficio REI, organo collaterale del SIFAR di arruolamenti irregolari che sarebbero stati effettuati nel 1964”.
Il Col. Rocca era particolarmente informato di questo settore delle operazioni dal 1964 perché questo era un settore a pagamento costoso ed egli provvedeva a tali finanziamenti”.

Precisazioni sul caso ‘Brenneke' e sui finanziamenti della CIA

Si legge nel libro di G. M. Bellu e G. D'Avanzo ‘I giorni di Gladio', (Sperling e Kupfer, 1991, p. 73), che il Gen. Ambrogio Viviani espresse un parere sulla vicenda Brenneke a ‘Repubblica' “Fra la fine degli anni '60 e i primi anni '70 il governo USA comincia a temere per la situazione italiana. Fu allora deciso di applicare un trattato segreto firmato dalla NATO che prevedeva la preorganizzazione di una rete di resistenza in caso di occupazione sovietica. Una rete per la quale fu attuata la ricerca di volontari e depositi di armi, munizioni ed esplosivo. La costituzione della rete fu affidata alla CIA e la CIA versò al SID - il capo era allora Vito Miceli - somme molto rilevanti. Il SID provvide poi ad organizzare la rete cercando tra ex Carabinieri, Polizia ed ex militari. Il governo italiano deve essere al corrente delle somme versate dalla CIA e DEL livello di organizzazione della rete. Io credo che quel Brenneke può aver trovato spunto proprio da queste iniziative”.
Quanto all'attività della CIA in Italia questa è stata ampiamente descritta da William Colby. Le attività della CIA in Italia sono state anche oggetto di una elaborazione psicoanalitica in un libro dello psicanalista Franco Fornaro: “La malattia dell'Europa”, Feltrinelli Editore. Altri riscontri dell'attività della CIA si trovano nella inchiesta parlamentare del 1970 sui fatti del 1964.

Abu Abbas aveva qualche motivo di riconoscenza dopo la vicenda dell'Achille Lauro?

Abu Abbas aveva contribuito alla resa dei dirottatori della nave. Per lui non si procedette al fermo e all'arresto in territorio italiano. Il Magistrato incaricato di interrogarlo non riuscì nell'intento malgrado l'aiuto della Digos e della Polizia.
Allo stesso modo le bobine registrate dei colloqui tra Abbas e i terroristi, opera dei Servizi Segreti israeliani, che potevano evidenziare responsabilità di Abbas risultarono consegnate al SISMI il sabato 12 ottobre alle 19.30, cioè 30 minuti dopo la partenza di Abbas e risultarono per un disguido consegnate al Presidente del Consiglio alle ore 21.00 di lunedì 14.
In questa circostanza forze dello Stato italiano operarono contro altre forze dello Stato italiano per rendere possibile la fuga di Abbas.

Argo 16. Qualche ulteriore precisazione

Su ‘Panorama' del 15.6.1976 si legge una dichiarazione del Generale Miceli secondo cui con Argo 16 perdemmo sei uomini del SID. Nel retroterra della vicenda Argo 16 vi è un'operazione del SISDE. Secondo Gianni Flamini (“Il partito del golpe”, 1973-74, Volume III, Tomo 2°, Bovolenta editore, 1983, p. 407), si tratta molto probabilmente della operazione organizzata in collaborazione con i Servizi Segreti israeliani. Portò all'arresto di cinque arabi, due a Ostia e tre a Roma”. Di questi arabi due degli arrestati vennero quasi subito rilasciati e restituiti, si dirà, alla Libia. Gli altri tre verranno processati nel febbraio 1974 e condannati a cinque anni e due mesi ciascuno. Dopo la sentenza però, qualcuno (tramite il SID) pagò una cauzione di 60 milioni e li prese in consegna; quindi, imbarcatisi su un aereo militare vennero anch'essi portati in Libia dopo un singolare scalo a Malta. Durante il viaggio di rientro l‘aereo precipitava misteriosamente provocando la morte di tutto l'equipaggio (e di testimoni ritenuti evidentemente scomodi).

perché Arconte ha avuto paura. Troppe morti dietro i segreti

Si è parlato, a proposito di Gladio della morte del Generale Dalla Chiesa, a Palermo il 3 settembre 1972, della morte del maresciallo Vincenzo Li Causi in Somalia e ancora della fine dell'Argo 16 alla fine nel 1973, dove trovarono la morte il colonnello Borreo, il Tenente Colonnello Grandi, I Marescialli Schiavone e Bernardini.
Si è anche fatto cenno alla morte del colonnello Mario Ferraro, trovato impiccato nel bagno di casa il 16 luglio 1995. Venne trovata una lettera del colonnello del SISMI in cui afferma: “Ormai ho capito tutto, vogliono mandarmi in missione a Beirut per una operazione suicida. Me lo ha confermato il mio collega, il mio amico...” (Vedi su questo ‘Il Giorno' 19 agosto 1995; vedi anche ‘Il Giorno' del 20 agosto 1995, ‘Il Messaggero' e ‘L'Unità' del 24 luglio 1995, ‘Il Messaggero' del 19 agosto 1995, ‘Il Messaggero' 26 febbraio 1997).
In un documento che venne ritrovato dopo la morte del colonnello Ferraro si legge quanto segue: “Boccasin mi chiede se ho particolari problemi familiari, perché dovrei allontanarmi da Roma per un periodo di 30 giorni massimo 60 giorni per un'operazione di servizio. Gli rispondo senza esitare che se si tratta di lavoro, la famiglia va lasciata da parte. Per cui accetto. L'operazione doveva essere top-secret. Mi accorgerò più tardo della grande buffonata. La questione è talmente segreta che vengo a sapere se debbo andare da Conforti prima (vincolato col giuramento da BB (Bruno Boccassin, n.d.r.) a mantenere il segreto); successivamente da Masone. Francamente che qualcosa non andava o che perlomeno l'operazione non era fine a se stessa, lo avevo percepito proprio mentre il buon BB mi dava l'incarico....Ferraro poi interpreta alcune frasi riportate da colleghi:
Speriamo che non torni con i piedi avanti'. Ad Armando Fattorini, continua Patriarca, era rimasto impresso il tono e la freddezza con cui (Boccassin) aveva detto questa frase, come se lo dava per scontato e senza preoccuparsi”. Ferraro nella sua lettera fa ancora un'altra sua riflessione: ‘Come fa uno come Boccasin servendosi di me a far fuori un uomo così.... (si riferisce all'uomo del SISMI di Beirut'). La lettera termina così: “Chiedo vendetta”. I mafiosi: Armando Fattorini, Bruno Boccasin, Raiola....” Poi un altro nome indecifrabile.
Risalendo nel tempo incontriamo una serie di vicende drammatiche.
Abbiamo accennato al fatto che al primo arruolamento di Gladio aveva partecipato il Colonnello Renzo Rocca, già capo dell'ufficio REI. Ne parla Marco Sassano nei suoi libri “SID e partito americano”, Marsilio 1985, p. 72 e ss. e anche dello stesso autore e presso lo stesso editore “La politica della strage”. Vedi in proposito ‘Il Manifesto' 7 novembre 196 l'articolo ‘Morire di Gladio'.
Scrive Marco Sassano: “Per i primi sei mesi del 63 Rocca su preciso mandato del Generale Walters, responsabile del settore mediterraneo della CIA, si impegna nella campagna volta a impedire la formazione del primo centro sinistra organico presieduto da Moro”.
Il Colonnello Rocca, come ci ricorda il Sen. Jannuzzi nella sua deposizione resa alla sopracitata Commissione Parlamentare di inchiesta sul SIFAR sui fatti del 64 che vi era stato un reclutamento irregolare. In particolare Jannuzzi sostenne che tra i documenti sequestrati dal Servizio Segreto nello studio del Col. Rocca vi era la documentazione relativa a questa operazione di arruolamento condotta dal colonnello. Si legge nel libro di Gianni Flamini “Il partito del golpe”, 1964-68, Vol. I, Bovolenta editore, 1981, p. 198: “Uno dei problemi di cui Rocca si è quotidianamente occupato per anni è stato quello delle commesse militari per conto delle forze armate della NATO. A questo compito si legava il commercio d'armi legale e di contrabbando: Rocca ha svolto un ruolo di primo piano nella fornitura di armi al Congo, al Marocco, all'Egitto, a Israele, lavorando industrie come la Fiat, la Beretta, la Selenia, la Oto Melara della Finmeccanica. Ecco quindi un'ipotesi fondata circa i nomi e i segreti che si sono voluti coprire.
Un documento molto circostanziato verrà sequestrato alcuni anni più tardi a un altro “uomo FIAT” (oltre che di molti servizi di sicurezza): il torinese Luigi Cavallo. Documento su cui è scritto: “Dall'ufficio di Rocca scomparvero documenti d'archivio relativi all'attività svolta nell'interesse del SIFAR. Parte di questi documenti riguarderebbero rapporti risalenti al 1965-66-67 e riguardanti in particolare trattative per l'acquisto da parte di Israele di 50 aerei da caccia FIAT tipo G 91 Y adatti per l'impiego tattico nella guerra e nella guerriglia. Ora questi documenti si troverebbero in Svizzera e precisamente a Basilea, nelle mani di un armeno cittadino francese che si fa chiamare Joseph Caram o Garame. Questi si proporrebbe azioni di ricatto sia nei confronti di certo ingegner Jacob Golusmacher, fiduciario di Israele per le operazioni di acquisto di materiale bellico, che nei confronti della FIAT”.
.... Quanto a Rocca e alle ragioni della sua morte, qualche sibillina ma significativa ammissione si avrà dopo circa sei anni e mezzo, quando Aloja ed Henke saranno interrogati dall'autorità giudiziaria di Milano. Dirà il primo: “A proposito del colonnello Rocca posso dire che siccome aveva assunto al SIFAR un potere eccessivo, non appena divenni capo di stato maggiore della difesa lo feci trasferire ad altro incarico”. Aggiungerà Henke: “Dovemmo risolvere il problema del colonnello Rocca, che aveva raggiunto una preoccupante autonomia”.
Il ‘suicidio' risolve ‘il problema' drasticamente e senza conseguenze (tranne che per il suicida). Soluzione attorno alla quale il governo balneare di Leone farà quadrato. Mentre seguiterà a rifiutare le proposte per un'inchiesta parlamentare sulle vicende del 1964, duramente respinte dal neoministro della difesa Gui, in parlamento. Lo stesso Gui tenterà di scagionare il SID da ogni possibile responsabilità per il caso Rocca: mentendo, dirà addirittura alla camera che Rocca non manteneva con il SID “rapporti di alcun genere”.
Gli inquietanti retroscena che stanno dietro alla morte mai chiarita del colonnello Rocca si riproducono in altri drammatici casi. Il 26 aprile 1969 morì il generale Ciglieri, già comandante dei Carabinieri, a cui erano state affidate indagini a carico di agenti del SIFAR e il 21 luglio 1969 morì il generale Manes, vicecomandante dei Carabinieri, autore di un rapporto relativo agli omissis apposti da Moro e al segreto di stato. Il 7 agosto 1977 è la data della morte (mai del tutto chiarita) del generale Anzà che aveva annunciato la volontà di indagare dopo la morte del giudice Occorsio (10 luglio 1976) che era stato pubblico ministero delle indagini sul SIFAR.
Pochi giorni dopo la morte di Anzà avvenne l'assassinio del colonnello Russo che era stato capo del nucleo investigativo. Pochi giorni prima di Anzà si era suicidato il suo ex collaboratore colonnello Giansante comandante della legione dei Carabinieri di Palermo, mentre il 14 luglio 1979 venne ucciso il colonnello Varisco a cui erano state affidate le indagini sulla morte di Anzà. Il 7 gennaio .... morì il giudice Ottorino Pesce che svolgeva indagini sugli omissis; il 7 maggio 1979 fu ucciso il giornalista Mino Pecorelli, direttore della rivista ‘Op' che si era occupato di indagini scottanti (vedi su questo il libro di Rita Di Giovacchino: “Lo scoop mortale”, editore Pironti, 1994). Il 1° novembre 1977 era morto il generale Mino, comandante dei Carabinieri, in una oscura sciagura aerea in Calabria.
Si può capire che, per chi era a conoscenza di questioni particolarmente segrete, esistevano delle preoccupazioni sulla propria vita.