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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

giovedì 1 dicembre 2011

I paradisi fiscali: visita guidata


I paradisi fiscali: visita guidata
di Thomas Vendryes - 30/11/2011

Fonte: Come Don Chisciotte
 
   
Quali somme sono nascoste nei paradisi fiscali? Da chi? E come? Con l'aiuto di un metodo originale e di dati finora poco sfruttati, Gabriel Zucman fa piena luce su questi problemi, sperando che ciò possa aiutare a migliorare la lotta contro i paradisi fiscali.
Avete svolto un importante lavoro su quello che lei chiama la "ricchezza mancante delle nazioni", ossia il patrimonio delle famiglie che non appare nelle statistiche nazionali e mondiali, perché nascosto nei paradisi fiscali. Vorremmo chiederle di fornirci un ordine di grandezza: quale sarebbe l'importo di questa ricchezza? La sua struttura? Quali i principali detentori? Quali sono i principali paradisi fiscali? 

Gabriele Zucman: Lo studio che ho realizzato suggerisce che circa il 8% del patrimonio finanziario è detenuto nei paradisi fiscali di tutto il mondo. Alla fine del 2008, il patrimonio finanziario delle famiglie – ossia i depositi bancari, i portafogli azionari, le quote dei fondi di investimenti e i contratti di assicurazione sulla vita detenuti dalle famiglie di tutto il mondo – arrivavano a 75 trilioni di dollari. Quindi le famiglie detenevano circa 6 trilioni di dollari nei paradisi fiscali.
Si immagina spesso che avere un conto in Svizzera corrisponda a detenere del denaro che rimane fermo, in una cassaforte o su un conto corrente. In realtà, le famiglie agiate non vanno in Svizzera per mettere dei milioni su conti che fruttano l’1% l'anno. Dai propri conti svizzeri, fanno investimenti relativamente sofisticati. La grande parte delle fortune offshore viene investita in titoli finanziari: azioni, quote di fondi di investimento, obbligazioni. Tra questi titoli finanziari, le quote dei fondi di investimento giocano un ruolo preponderante. Non c’è niente di cui sorprendersi: investire in un fondo, che investe a sua volta in obbligazioni americane, in azioni brasiliane, eccetera, può portare a un risultato ben maggiore dell’accumulo di liquidità su un conto corrente.
È assai più difficile sapere a chi appartengono le fortune nei paradisi fiscali, conoscere l'importo totale dei capitali fortune offshore e la loro composizione. In effetti, abbiamo a disposizione solamente i dati che vengono dalla Svizzera. Le banche svizzere gestiscono circa un terzo delle fortuneoffshore, dunque circa 2 trilioni alla fine del 2008. Ciò fa della Svizzera il più importante paradiso fiscale per la gestione di capitali transfrontalieri.
Di questi 2 trilioni, più del 60% appartiene agli europei, particolarmente a italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, portoghesi e greci. In seconda battuta vengono i paesi del Golfo - le ricche famiglie del Golfo sono fin dagli anni '70 clienti molto importanti delle banche svizzere e londinesi – e non c’è da stupirsi, visto il debole sviluppo del sistema finanziario dei paesi del Golfo.
Diversamente dall’opinione comune, le fortune dei dittatori africani o degli oligarchi russi costituiscono solo una piccola frazione delle fortune gestite dalle banche svizzere. La gran parte del denaro in Svizzera appartiene ancora agli europei, in genere ai residenti dei paesi ricchi, Giappone escluso. Ultimamente sembra che la parte relativa ai paesi emergenti sia in crescita, mentre quella degli europei e degli americani stia declinando.
Non si sa ciò avviene negli altri paradisi fiscali. Alcuni resoconti realizzati sulla base di interviste avute con i gestori dei capitali suggeriscono che la maggioranza delle fortune gestite nei paradisi fiscali europei (Svizzera, Lussemburgo, Jersey, Guernsey, Lichtenstein, ecc.) appartengano agli europei, la gran parte di quelle presente nei Caraibi (isole Cayman, Bahamas, Bermuda, ecc.) agli americani (del Nord e del Sud) e di quelle gestite nei paradisi fiscali asiatici (Singapore e Hong Kong) agli asiatici. Ma non ci sono dati certi come per la Svizzera.
È comunque chiaro che una parte sostanziale dei capitalioffshore appartenga necessariamemte agli europei, poiché possiedono la maggioranza delle ricchezze gestite dal maggiore paradiso fiscale, la Svizzera.
Perché il Giappone viene distinto dagli altri paesi ricchi, forse perché, contrariamente agli europei e agli americani, i giapponesi benestanti non rifugiano il proprio patrimonio nei paradisi fiscali?
Gabriele Zucman: Bisogna essere prudenti, perché non si dispongono di dati eccetto che per la Svizzera. Ma è vero che i giapponesi non sembrano essere grossi clienti delle banche svizzere. Le ricerche che cercano di stabilire ciò che spinge le persone a convogliare il denaro nei paradisi fiscali non hanno conclusione univoca. Sembra molto plausibile, tuttavia, che i livelli di tassazione rivestano un ruolo importante: in Giappone, i dividendi percepiti sono tassati solo al 10%, contro il 21% degli Stati Uniti, il 24% della Germania e più del 30% in Francia [1].
Come vengono mascherati patrimonio e redditi
Ci potrebbe dare un'idea delle iniziative tipiche, ad esempio di una famiglia europea, per mascherare il patrimonio e i redditi alle autorità fiscali? Come funziona la cosa?
Gabriele Zucman: Bisogna distinguere due fasi: l'invio del denaro in Svizzera, per esempio, e la gestione del denaro che è stato mandato in Svizzera. Cominciamo dalla seconda fase. Se disponete di un milione di euro su un conto svizzero, il fisco francese non ha nessun modo per venirlo a sapere, perché le banche svizzere non scambiano informazioni col fisco francese, è il principio basilare del segreto bancario. Questo milione genera dei redditi (interessi, dividendi) di cui il fisco francese non viene a conoscenza; quindi, avere un conto in Svizzera permette di evitare al tempo stesso l'imposta sui redditi, la tassa di solidarietà sui capitali e la tassa sulle successioni.
In genere, le persone che trasferiscono il denaro in Svizzera prendono alcune precauzioni supplementari. Ad esempio, sono pochi i conti intestati direttamente alle famiglie; la maggior parte delle fortune offshore sono detenute tramite società di comodo, trust o fondazioni, in modo da rendere più opaco il legame tra un conto e i beneficiari effettivi.
Nello schema-tipo, una famiglia francese possiede un conto in Svizzera attraverso una società di comodo domiciliata in Panama (tutto ciò è puramente formale, non accade niente a Panama: la società di comodo viene creata direttamente in Svizzera). Il denaro viene investito, per una larga fetta, nei fondi di investimento che operano nel Lussemburgo (che sono, alla fine, solo filiali delle banche svizzere). Il Lussemburgo non tassa i versamenti transfrontalieri: la nostra famiglia riceve sul suo conto svizzero il 100% dei dividendi ottenuti dai fondi. Il fisco francese non ha modo per venire a conoscenza dei redditi generati offshore, dunque se la nostra famiglia non dichiara i propri introiti nella denuncia dei redditi, non paga tasse in Francia. Se anche il fisco avesse dei sospetti, può opinare il fatto che il conto appartiene a una società panamense, e non a una famiglia francese con un indirizzo di Parigi. Quando si riesce a interpretare - ossia quando si comprende come vengono costruiti – i dati ufficiali della Banca centrale Svizzera, accessibili a tutti, apparire molto chiaramente questo schema-tipo, Francia-(Panama)-Svizzera-Lussemburgo. Non si tratta di un brutto poliziesco.
Veniamo ne alla prima tappa: come arriva il denaro in Svizzera? Nell'immaginario collettivo ogni passaggio avviene con le valigie piene di banconote; ma così è difficile trasportare molto denaro, ed è molto rischioso. In realtà, la gran parte dei trasferimenti avviene con versamenti elettronici assolutamente banali. Per esempio, una società controllata da una famiglia francese accredita un conto svizzero per l’acquisto di un servizio fittizio. Altro meccanismo: già oggi molti impiegati del settore finanziario londinese ricevono direttamente lo stipendio su un conto in Jersey. È anche usuale che gli impiegati delle multinazionali ricevano il loro stipendio su un conto collocato a Cipro, ad esempio. Una volta che il denaro è in un paradiso fiscale, può circolare facilmente verso un altro paradiso fiscale.
Perché alcune società pagano i propri dipendenti su contioffshore? Perché realizzano una gran parte dei propri profitti nei paradisi fiscali. I profitti realizzati da una società americana in un paradiso fiscale non sono tassati negli Stati Uniti finché non vengono rimpatriati. Invece di rimpatriare i profitti negli Stati Uniti, le multinazionali hanno tutto l’interesse a pagare direttamente i loro impiegati a partire dalle posizioni che accumulano nei paradisi fiscali.
Come si misura il denaro presente nei paradisi fiscali?
Vista la complessità e l'anonimato di questi strumenti, che vengono scelti proprio per sfuggire alla sorveglianza degli Stati, come fate per misurarli e studiarli, e quale fiducia accordate ai risultati?
Gabriele Zucman: Quando una famiglia francese detiene su un conto in Svizzera una quota di fondi di investimento del Lussemburgo, la Francia non registra nessun attivo (i contabili francesi non hanno modo di determinarlo). La Svizzera non registra né attività né passività, perché tutto questo, dal punto di vista della contabilità internazionale, non riguarda la Svizzera: si tratta di un investimento realizzato da un francese in Lussemburgo. Ma il Lussemburgo registra invece una passività: più precisamente, i contabili del Lussemburgo osservano che ci sono stranieri che possiedono delle quote dei fondi di investimento lussemburghesi, e ciò costituisce un passivo del Lussemburgo verso il resto del mondo. Fatalmente, sono registrati più passivi che attivi su scala mondiale; i passivi registrati dal Lussemburgo sono, in particolare, molto più alti del totale delle attività contabilizzate da tutti i paesi del mondo verso il Lussemburgo (in questo caso, la differenza nel 2008 era pari a un trilione di dollari).
Per mettere in evidenza queste anomalie ho utilizzato una ricerca, realizzata sotto la direzione del FMI dal 2001, ilCoordinated Portfolio Investment Survey (CPIS). Questa inchiesta, di una qualità eccezionale, è stata realizzata per risolvere le anomalie, che da decenni vengono osservate dagli statistici del FMI, presenti nella bilancia dei pagamenti mondiale, e in modo particolare lo squilibrio aberrante tra attivi e passivi. Questa inchiesta ha permesso di armonizzare i dati tra le varie nazioni, di diffondere nel mondo le migliori pratiche, ha fatto risolvere quasi tutti i problemi dei conti internazionali, tranne uno: i contabili francesi, malgrado la loro buona volontà, non possono registrare, come dovrebbero, gli averi detenuti dai francesi in Svizzera. Quindi, le anomalie che ancora persistono nelCPIS, dopo il notevole lavoro di armonizzazione eseguito dal FMI e dai periti del mondo intero, riflettono largamente l'utilizzo dei paradisi fiscali da parte delle famiglie.
Certamente, il metodo che utilizzo è indiretto. È impossibile quantificare al miliardo il denaro presente nei paradisi fiscali. È impossibile sapere esattamente chi sono i detentori dei conti offshore. Il mio studio fornisce solamente degli ordini di grandezza. Penso che l'8% del patrimonio finanziario mondiale sia un livello ragionevole. Tutti gli studi esistenti, che siano state realizzati da commissioni a partire dalle interviste o da ONG specializzate nei paradisi fiscali, danno delle cifre più alte, talvolta molto più alte. Non voglio esagerare il problema. Mi interesso poi solo a un aspetto delle attività dei paradisi fiscali, la gestione dei capitali transfrontalieri per conto di persone fisiche. Succedono molte altre cose nei paradisi fiscali, su cui abbiamo molto da imparare.
Lo studio che ho realizzato si appoggia su dati che esistono solamente da poco, ma che sono totalmente pubblici e facilmente accessibili. Tutti quelli che lo desiderano possono rifare i calcoli che ho realizzato, potendo partire dall'allegato del mio lavoro che descrive punto per punto il modo che ho adottato, le fonti utilizzate, sperando che questo possa migliorare le mie valutazioni. È certo che la comparsa di nuove informazioni potrà migliorare il calcolo.
Le somme che lei ha riscontrato per questa ricchezza nascosta sembrano notevoli. Come potrebbero modificare l'apprensione che si prova per i grandi equilibri economici e finanziari mondiali?
Gabriele Zucman: La valutazione dei capitali offshoredetenuti dai privati ha un forte impatto sugli squilibri finanziari internazionali. In base ai dati ufficiali, la zona euro ha una posizione negativa nei confronti il resto del mondo: sembra che il resto del mondo possieda più di attivi sulla zona euro di quanto la zona euro non ne possieda sul resto del mondo. È abbastanza stupefacente per la teoria economica, perché l'Europa, come il Giappone, è una regione che ha una debole crescita, è in fase di invecchiamento e ha un tasso di risparmio elevato; la teoria economica suggerisce invece che dovrebbe essere una creditrice netta nei confronti del resto del mondo.
Il prendere in considerazioni i patrimoni non registrati nei paesi europei permette di risolvere questo paradosso: è probabile che, una volta sommati i capitali offshore detenuti dagli europei, la posizione con l’estero dell’eurozona passi in terreno positivo.
Allo stesso modo, il mondo ricco nel suo insieme è, secondo le statistiche ufficiali, indebitato con il mondo in via di sviluppo. La teoria economica ci suggerisce che il mondo ricco dovrebbe essere invece un creditore, o almeno in equilibrio. Sommare anche i capitali non registrati presenti nei paradisi fiscali consente in parte di riconciliare la teoria con i fatti.
Lottare contro i paradisi fiscali
Questi dati suggeriscono che le famiglie ricche sono ancora più ricche di quanto non appaia nelle statistiche nazionali, e dunque le disuguaglianze, almeno in termini di patrimonio, sono più elevate? Ciò significa anche che questi privati riescono a ben dissimulare il proprio patrimonio, e che ogni tentativo di tassare questi capitali sia quanto meno inutile, se non controproducente?
Gabriele Zucman: I capitali offshore, per la gran parte, sfuggono a tutte le fonti di dati a disposizione, sia per la contabilità nazionale, per i dati fiscali, le indagini. Siccome i capitali presenti nei paradisi fiscali appartengono probabilmente a persone molto ricche, è probabile che le disuguaglianze di ricchezza siano ancora più marcate di quello che viene di solito misurato. Ma i paradisi fiscali non modificano di molto la conoscenza che abbiamo sulla ripartizione della ricchezza all’interno dei paesi. I dati disponibili dimostrano che i patrimoni sono estremamente concentrati: in Francia, i 10% più ricchi possiedono più del 60% del patrimonio nazionale. Potrebbero forse possedere il 65% o il 70%, ma in ogni caso le ricchezze sono comunque fortemente concentrate.
Per le conseguenze che i paradisi fiscali hanno sulla tassazione dei patrimoni, bisogna essere chiari. È perfettamente legale, in Francia almeno, avere un conto in Svizzera o alle Bahamas. Ma è perfettamente illegale non dichiarare gli introiti accreditati su un conto offshore. I paradisi fiscali permettono alle persone che li aprono di infrangere la legge. Gli Stati Uniti e l'Europa devono impadronirsi del problema in modo coordinato. Se ne avessero la volontà, le grandi nazioni potrebbero porre fine con facilità alla frode fiscale dei privati nei paradisi fiscali. Basta costringere i paradisi fiscali a scambiare in automaticamente le notizie in loro possesso. Ogni volta che una famiglia francese percepisce un dividendo su un conto in Svizzera posseduto grazie a una società di comodo panamense, la Svizzera dovrebbe inviare l’informazione alla Francia. L'Unione Europea, se parlasse con una sola voce, avrebbe la capacità di costringere tutti i paradisi fiscali a concedere questo scambio automatico di notizie. È lo scopo definitivo della direttiva sul risparmio emessa dall’Unione Europea nel 2005. È quindi plausibile che la frode fiscale nei paradisi fiscali venga sradicata nel giro di alcuni anni. Tutto dipenderà dall'unità dei paesi europei e della volontà degli Stati Uniti.
Se la cosa non è così difficile, perché le nazioni europee o gli Stati Uniti hanno tardato tanto a lottare contro i paradisi fiscali? E da dove provengono le forze che resistono alle richieste della comunità internazionale?
Gabriele Zucman: Malgrado gli sforzi lodevoli di parecchie ONG e di alcuni ricercatori che hanno affrontato l'argomento, c'è una forte carenza di notizie sui paradisi fiscali. Questa mancanza di notizie lascia campo libero ai gruppi di pressione che vogliono che niente cambia in concreto. Ed è difficile realizzare buone politiche quando non si comprende esattamente quello che accade e la sua dimensione. Si tratta di un argomento molto tecnico, dove i dettagli contano enormemente. Ad esempio, nella sua formulazione attuale, la direttiva sul risparmio dell'Unione Europea non colpisce i conti offshore che appartengono agli europei tramite società di comodo non europee. Fino a poco tempo fa, a Bruxelles nessuno era a conoscenza del fatto che la gran parte dei conti offshore era sostenuto su questo sistema. Di colpo, la direttiva sul risparmio non andava più bene. Gli economisti hanno la loro parte di responsabilità: il loro interesse per i paradisi fiscali è sempre stato molto scarso. Ma le cose si stanno muovendo, e questo può aiutare i decisori a realizzare strumenti più adeguati.
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

I debiti vanno pagati?


I debiti vanno pagati? No, se sono illegittimi
di Debora Billi - 30/11/2011

Fonte: crisis.blogosfere 

usurari
Non sempre i debiti vanno pagati. Lo hanno dimostrato Ecuador e Islanda, ma anche il Consiglio di Stato e la Provincia di Pisa che blocca i pagamenti alle banche. Ad un debito illegittimo, si può dire di no.
E' uno dei tanti mantra che i cittadini ripetono senza capire davvero che le implicazioni sono anzitutto psicologiche. "I debiti vanno pagati", un po' come "Equitalia punisce solo gli evasori" e "Mario Monti promette equità".  Ma è vero che "i debiti vanno pagati"? Oppure è solo un meccanismo di autoconsolazione, che ci aiuta a rassegnarci alla spremitura generale che ci attende? Ripetendo questo mantra, ci siamo messi in fila ordinatamente come le mucche al macello in attesa dell'inevitabile fine.
Eppure, c'è chi ha voluto andare fino in fondo alla questione del debito del proprio Paese. Come Rafael Correa, Presidente dell'Ecuador, che ha istituito una commissione apposita che lo esaminasse fin nei dettagli. Ne avevamo parlatoqui, e qui trovate l'intera relazione della commissione. Il responsabile della commissione ha dichiarato:
oltre l'80% del debito corresponde a re-finanziamento e solo il 20% è  destinato a progetti di sviluppo. E' una violazione alla sovranità e alla dignità. Questo percorso di 30 anni di indebitamento non è servito agli interessi dell'Ecuador ma solo alle necessità dei paesi creditori; ci sono notevoli indizi di un'attività fraudulenta che ha convertito il debito in un mostro impagabile.
Oltre all'Ecuador abbiamo l'esempio dell'Islanda, che ha istituito un'analoga commissione, non ha pagato nessuno e per giunta ha fatto arrestare i banchieri responsabili del disastro.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di esempi estremi, esotici, da palme tropicali o paesaggi artici, impraticabili qui da noi. E invece, qualcosa si è già mosso: la provincia di Pisa ha riscontrato che il proprio debito in derivati, contratto con alcune istituzioni bancarie, ha tutte le caratteristiche dell'illegalità ed ha annullato unilateralmente tutte le operazioni in derivati. E il Consiglio di Stato gli ha dato ragione. Tra le motivazioni, che trovate qui nei dettagli, vediamo che le banche pretendevano di far valere qui la giurisdizione inglese, e che nei contratti esistevano "costi impliciti" di cui l'ente non era a conoscenza e di cui avrebbe subito l'aggravio per anni.
Insomma, i debiti si pagano, ma non quando sono stati creati con l'imbroglio. E questo vale sicuramente per moltissimi enti locali italiani, che stanno affogando in debiti su operazioni incomprensibili e talvolta fraudolente. D'altronde, nessuno è tenuto ad essere esperto in questioni finanziarie e per questo ci si fida dei consulenti. Se il medico dà una cura sbagliata, la colpa non è del paziente che "non si è informato prima".
Forse il nostro ultragoverno magico dovrebbe istituire una commissione di esperti, super partes (che non hanno lavorato per Goldman Sachs, per intenderci), allo scopo di dissezionare il debito italiano. Probabilmente ne scoprirebbero delle belle.

Ci conviene rimanere nella zona euro ?


Ci conviene rimanere nella zona euro ? 

Riflessioni di Massimo Costa (*) sulla crisi economica

commenta!12 novembre 2011| Osservatorio Sicilia
costaL’inflazione e la svalutazione non sono la panacea di tutti i mali, come qualcuno oggi, giustamente esasperato dall’euro, sta iniziando a dire.
Diciamo più sotto tono che sono “strumenti” di politica monetaria che, sapientemente usati, possono servire, male usati, possono essere devastanti. Anche se, devastanti per devastanti, meglio che li usi un governo che non una banca che, con un click, crea inflazione e, così facendo, sposta ricchezze reali dalle nostre alle loro tasche.
Ma questi strumenti – ripeto da non idealizzare – non sono più nelle nostre mani, in ogni caso.
Qualche giorno fa, su un noto sito di informazione alternativa, è uscito un lungo saggio di Barnard sul “Più grande crimine”, pieno di grandi verità e di qualche errore non da poco, nonostante abbia avuto l’aiuto di economisti nel redigere questo saggio. Uno di questi, a mio avviso, è di considerare gli USA un paese a moneta sovrana, a differenza dell’Europa. Credo si tratti di un grosso errore. La Federal Reserve non prende ordini dal Tesoro o dal Presidente degli Stati Uniti. Semmai, mi si passi l’azzardo, è il contrario. Quindi anche gli USA sono un paese che ha demandato ad un’autorità esterna, lì del tutto privata, qui in Europa “tecnocratica”, almeno in apparenza, la propria politica monetaria.
In occidente i paesi “sovrani” nella propria politica monetaria semplicemente non esistono.
E comunque, se anche lo ridiventassimo, la soluzione non è – come dice Barnard – di creare moneta a go go e togliere così tasse e debito. La soluzione è sempre quella di creare la moneta che serve, solo quella che serve, ma E QUESTO E’ IMPORTANTE, non farla creare alle banche private, ma farla creare direttamente allo Stato.
Poi può restare un’autorità monetaria indipendente, anzi forse è meglio che resti tale. Ma l’immissione di denaro nuovo nel sistema devono farlo gli stati, non le banche. Altrimenti si genera sistematicamente un debito impagabile per definizione. E’ questa la grande truffa organizzata da denunciare.
Poi, se lo stato crea la moneta, e non le banche private, tutto ciò potrebbe non bastare ancora. E allora si potrà parlare di tasse, di debiti, di tagli alla spesa pubblica, etc. Ma è una questione di mix. Non avendo più lo Stato le entrate monetarie, invece, questi altri strumenti, invocati da economisti pseudo-liberali e in mala fede, non potranno mai servire allo scopo. Il debito, per come è generato, è semplicemente impagabile. E quindi non va pagato. Mandando in malora gli investitori truffaldini che lo hanno inventato.
Io sono scandalizzato dalle grida, sempre più scomposte, delle autorità monetarie europee, sulla necessità di ricapitalizzare le banche.
Ricapitalizzare la banche? A spese di chi? Ma stiamo scherzando?
Ricapitalizziamo le famiglie, piuttosto, che ce n’è un gran bisogno.
Fanno bene i dimostranti a prendersela con la Banca d’Italia invece che con Berlusconi. Berlusconi è finito, o sta finendo. Non è lui il problema. Il problema è il governo che verrà, fatto di maggiordomi delle oligarchie finanziarie, come in Grecia e dappertutto, pronte a spremere tutto, pronte a venderci i figli, pur di non rinunciare ai loro privilegi.
Sveglia, ci stanno riducendo tutti alla schiavitù!
Qui o si restaura la democrazia o si muore.
E, purtroppo, non si può fare in questa Europa: è irredimibile. Primo: uscirne al più presto, costi quel che costi, tanto i costi della permanenza saranno in ogni caso ben maggiori. Secondo: con calma, pensare ad una forma di integrazione nuova, basata sulla coesione, sulla solidarietà, su una vera democrazia continentale. Oggi l’Europa che ci strangola con il debito è la stessa che affossa i contadini siciliani con il consenso colpevole, per non usare una parola più pesante, di qualche nostro pseudo eurodeputato. Via da Bruxelles e da Francoforte, prima che sia troppo tardi.
*(docente di Economia Aziendale presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli Studi di Palermo)

L'Europa bloccata dai banchieri


L'Europa bloccata dai banchieri: al comando Goldman Sachs
di Paul Craig Roberts - 30/11/2011

Fonte: Come Don Chisciotte
 
   
Il 25 novembre, due giorni dopo un’asta fallimentare asta dei titoli di stato emessi dal governo tedesco in cui la Germania non è riuscita a vendere il 35% dell’offerta di titoli decennali, il Ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha detto che la Germania potrebbe ritirare la richiesta avanzata alle banche private detentrici del debito sovrano di Grecia, Italia e Spagna di accettare parte del costo del piano di salvataggio con l’estinzione di parte del valore dei titoli. Le banche private vogliono evitare perdite costringendo il governo greco, italiano e spagnolo a onorare le loro obbligazioni con l’imposizione di un’estrema austerità, oppure ottenendo dalla BCE l’emissione di Euro con cui acquistare il debito pubblico dalle banche private. Emettere valuta per risanare il debito è in contrasto con lo statuto della BCE e spaventa soprattutto i tedeschi, per l’esperienza di iperinflazione subìta durante la repubblica di Weimar.

Ovviamente il governo tedesco ha recepito il messaggio dall’architettato fallimento dell’asta dei titoli di stato. Come ho scritto a suo tempo, per la Germania, con il suo rapporto debito/PIL relativamente basso rispetto ai paesi in fase critica, non esiste alcun motivo per non essere in grado di vendere i propri titoli di stato.
Se la solvibilità della Germania è messa in dubbio, come si può presumere che possa salvare gli altri paesi? La prova che il fallimento dell’asta dei titoli tedeschi è stata architettata, ci viene fornita dalla riuscita asta dei titoli statali della squinternata Italia, due giorni dopo.
Non è strano. L’Italia, il più grande paese dell’Unione Europea a necessitare di un piano di salvataggio per il proprio debito, riesce ancora a vendere i suoi titoli, eppure la Germania, che non ha bisogno di interventi e dovrebbe pure farsi carico dello sproporzionato costo del salvataggio di Italia, Grecia e Spagna, non è riuscita a farlo.
A mio parere, il fiasco dell’asta tedesca è stato architettato dal Ministero del Tesoro americano, dalla BCE assieme alle istituzioni europee e dalle banche private che posseggono il debito sovrano dei paesi in difficoltà.
La mia opinione si basa sui seguenti fatti. Goldman Sachs e le banche degli Stati Uniti hanno garantito probabilmente 1000 miliardi o più di dollari del debito pubblico europeo, vendendo swap e assicurazioni per cui non hanno copertura. Le commissioni che hanno ricevuto le banche statunitensi per garantire il valore degli strumenti di debito sovrano dei paesi europei è finito negli utili e nei premi destinati ai dirigenti. Naturalmente è stato questo a mandare in rovina il gigante delle assicurazioni americano AIG, che ha portato al TARP [piano di soccorso per le attività in dissesto, a seguito delle leggi ‘salvabanche ‘. NdT] a spese dei contribuenti americani e agli enormi utili di Goldman Sachs.
Se uno qualsiasi dei debiti sovrani europei dovesse andare in fallimento, gli istituti finanziari americani che hanno emesso swap o garanzie a fronte del debito senza copertura sarebbero nei guai per dover sborsare un’enormità di somme che non hanno. La reputazione del sistema finanziario statunitense probabilmente non potrebbe sopravvivere all’insolvenza per gli swap emessi. Pertanto il naufragio del debito pubblico europeo risveglierebbe la crisi finanziaria negli USA, con l’esigenza di una nuova serie di piani di salvataggio e/o di “alleggerimenti quantitativi”, ossia iniezione di valuta per rimediare a strumenti finanziari scriteriati, la cui emissione ha arricchito un esiguo numero di dirigenti.
Certamente il presidente Obama non vuole entrare nell’anno elettorale affrontando l’esaltante prospettiva del fallimento finanziario americano. Così, senza alcun dubbio il Tesoro degli Stati Uniti vuole la Germania alla larga dal piano di salvataggio europeo.
Le banche private francesi, tedesche e olandesi, che sembrano possedere la maggior parte del debito dei paesi in crisi, non vogliono sostenere perdite. I loro bilanci, già dissestati dai fraudolenti derivati di Wall Street, non riusciranno a sopportare ulteriori perdite, altrimenti subiranno un ulteriore calo delle loro azioni, come conseguenza della contrazione degli utili dovuta alla svalutazione dei titoli del debito pubblico. In altri termini, per queste banche ci sono di mezzi i grandi poteri finanziari, che offrono loro un enorme impulso a togliere di mezzo il governo tedesco dai loro bilanci.
Alla BCE non piace essere un soggetto inferiore alla Federal Reserve o alla Banca d’Inghilterra. La BCE vuole i poteri per procedere con propri “alleggerimenti quantitativi”. La BCE è frustrata dai limiti posti ai suoi poteri dalle condizioni volute dalla Germania per privarsi della propria valuta e del controllo della Banca Centrale tedesca sulla massa monetaria del paese. Le autorità dell’UE vogliono più “unità”, ossia una minore sovranità dei paesi membri dell’UE. La Germania, essendo il più forte membro, si trova sulla strada di quei poteri che le istituzioni europee vogliono esercitare.
Per questo si è verificato il fallimetno dell’asta dei titoli tedeschi, un evento pianificato per punire la Germania e avvertire il suo governo di non ostacolare l’“unità”. In caso contrario potrebbe perdere la propria sovranità.
La Germania, intimidita sin dalla propria sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, è stata resa costituzionalmente incapace di una forte leadership. Ogni segno di leadershiptedesca è stato subito soffocato, rievocando il ricordo del Terzo Reich. Di conseguenza la Germania è stata spinta in un’Unione Europea che vuole distruggere la sovranità politica dei governi membri, proprio come Abraham Lincoln distrusse la sovranità degli stati americani.
Chi governerà la nuova Europa? Ovviamente le banche private europee e Goldman Sachs.
Il nuovo presidente della Banca Centrale Europea è Mario Draghi. Questa persona è stata vicepresidente e amministratore delegato di Goldman Sachs International e membro del Comitato Amministrativo di Goldman Sachs. Draghi è stato anche direttore esecutivo italiano della Banca Mondiale, governatore della Banca d’Italia, membro del consiglio direttivo della BCE, membro dei consigli d’amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) e dell’Asian Development Bank (AsDB), come pure presidente del Financial Stability Board (FSB).
Ovvio che Draghi tutelerà i poteri dei banchieri.
Il nuovo Presidente del Consiglio italiano, nominato senza elezioni, è stato membro del Collegio dei Consulenti Internazionali di Goldman Sachs. Mario Monti è stato designato alla Commissione Europea, uno degli organi direttivi dell’UE. Monti è presidente europeo della Commissione Trilaterale, un’organizzazione americana che promuove l’egemonia americana nel mondo. Monti è membro del gruppo Bilderberg e membro fondatore del gruppo Spinelli, un organo creato nel settembre 2010 per agevolare l’integrazione all’interno dell’ UE.
Nello stesso modo in cui un banchiere non eletto è diventato Presidente del Consiglio in Italia, un’altro banchiere non eletto è stato nominato Primo Ministro in Grecia. Evidentemente sono incaricati di mettere a punto la soluzione delle banche alla crisi del debito pubblico.
Il Primo Ministro della Grecia appena insediato, Lucas Papademos, è stato governatore della Banca di Grecia. Dal 2002 al 2010. È stato vicepresidente della BCE. Anche lui è membro della Commissione Trilaterale americana.
Jacques Delors, uno dei fondatori dell’UE, nel 1988 promise alla Federazione Sindacale inglese che la Commissione Europea avrebbe preteso dai governi l’introduzione di leggi a favore dei lavoratori. Al contrario, sappiamo che questa Commissione Europea controllata dai banchieri esige dai lavoratori europei il salvataggio delle banche private, accettando stipendi più bassi, minori politiche sociali e un pensionamento ritardato.
L’Unione Europea, proprio come ogni altro gruppo, è semplicemente un altro disegno creato per concentrare la ricchezza nelle mani dei pochi, a scapito dei cittadini europei, che sono destinati, come gli americani, a diventare i servi della gleba del XXI secolo.
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GABRIELE P.

Bankitalia: il falso in bilancio? Un'invenzione interessante

ESCLUSIVO! La Banca d'Italia confessa di essere una SPA ed ammette il falso in bilancio! from censuratixcaso on Vimeo.

Crunch, crunch


Crunch, crunch
di Beppe Grillo - 30/11/2011

Fonte: Il Blog di Beppe Grillo

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C'è un mostro che si aggira per le banche. Ha chele potentissime in gradi di stritolare qualunque società. Crunch, crunch. Assorbe denaro come un magnete e non lo restituisce se non a carissimo prezzo. E' il Credit Crunch. Una parola che diventerà familiare come lo spread. Credit Crunch significa che non si fa credito a nessuno, che la liquidità in circolazione sta diventando come l'acqua nel deserto. Il fido bancario che copriva i costi di gestione delle aziende in attesa dei pagamenti da parte dei clienti è diventato un miraggio. L'azienda deve anticipare gli stipendi, l'Iva, le tasse sul presunto reddito del prossimo anno e ogni forma di commodity. Finché i soci o gli azionisti riescono a mettere mano al portafoglio regge, poi schianta.
Le banche hanno spesso più debiti che soldi e i debiti non si possono prestare. Si possono però mettere sul mercato sotto forma di bond. Il gioco funziona sino a quando i bond bancari venduti e rimborsati si equivalgono. Poi può saltare il banco. Le banche europee hanno venduto 413 miliardi di dollari di bond nel 2011. Hanno dovuto rimborsare 654 miliardi in scadenza. E' rimasto un cratere di 241 miliardi di dollari di mancanza di disponibilità (*). Le banche non sono più in grado di comprare titoli pubblici per salvare gli Stati e non riescono neppure a vendere i loro titoli.
Falliranno prima gli Stati o le banche? O entrambi? Nel frattempo muoiono le aziende a decine di migliaia per mancanza di ossigeno. Il debito aziendale è una catena di Sant'Antonio. La prima azienda della catena che va in asfissia finanziaria strangola la seconda che a sua volta strangola la terza e così via. Lo Stato chiede anticipi, le banche negano prestiti o li concedono a tassi usurai o ipotecando la azienda. Ma se muoiono le aziende chi pagherà i costi enormi della macchina dello Stato e gli stipendi dei bancari? Il debito non si mangia.
Negli scorsi anni sono stati concessi mutui a tasso variabile per le abitazioni anche al 90% del capitale. Moltissime famiglie che li hanno contratti non sono più in grado di pagarli. Le case vanno all'asta o alle banche. Chi abiterà queste case? Un'obbligazione bancaria, un titolo azionario? E gli sfrattati che hanno perso, oltre all'appartamento, la quota di capitale versata che fine faranno? Al Credit Crunch non si può reagire con la Taxation Crunch come si appresta a fare il Governo. Ogni organismo ha il suo punto di collasso e l'Itala ha già una forte tachicardia. E' necessaria una moratoria per i mutui delle prime case, l'abolizione immediata dell'anticipo dell'Iva e della tassazione sul reddito presunto delle aziende sull'anno successivo. L'Italia ha bisogno di respirare. Loro non molleranno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
(*) fonte Dealogic/Ft

Fermiamo le banche! Scilipoti, Sara Tommasi e Alfonso Luigi Marra



Sabato 26 novembre l'onorevole Domenico Scilipoti, leader dei "Reponsabili", e Alfonso Luigi Marra, scrittore e filosofo, hanno lanciato il movimento "Fermiamo le banche!", finalizzato, si legge nel comunicato, "alla costituzione del Comitato Promotore del referendum per l'abrogazione delle 6 gravi leggi anticostituzionali, 4 delle quali recentissime, regala-soldi alle banche, e per l'abolizione del signoraggio bancario. 
Testimonial d'eccezione, Sara Tommasi,