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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

sabato 24 dicembre 2011

Impariamo dall'Argentina


Argentina: un banco di prova per il collasso dell'ingegneria finanziaria
di Adrian Salbuchi - 23/12/2011

Fonte: Come Don Chisciotte

CHE INSEGNAMENTI PER L’EUROPA… 
Esattamente dieci anni fa l'Argentina subì un vero e proprio collasso finanziario e politico. Dopo un decennio in cui abbiamo seguito quello che gli "esperti" del FMI, i banchieri internazionali e le agenzie di rating ci hanno detto di fare, questo è il risultato finale.
L'allora presidente Fernando De la Rua ha applicato fino all'ultimo minuto tutte le ricette del FMI, facendoci ingoiare i loro rimedi "velenosi".
Agli inizi del 2001 la situazione divenne davvero brutta quando De la Rua non poté più pagare gli interessi del "debito sovrano" argentino, anche dopo aver guidato il paese in modalità "deficit zero", tagliando spesa pubblica, posti di lavoro, sanità, educazione e servizi pubblici essenziali. 

Nel marzo 2011 richiamò come ministro delle Finanze Domingo Cavallo, ruolo che Cavallo aveva già svolto per sei anni durante gli anni ‘90 sotto la presidenza di Carlos Menem, imponendo le scandalose politiche di deregolamentazione e privatizzazione del FMI che indebolirono lo stato e lo portarono dritto al collasso del 2001.
Beh, non fu proprio De la Rua a richiamare Cavallo, quanto piuttosto David Rockefeller (JPMorgan Chase) e William Rhodes (CitiCorp), che vennero personalmente a Buenos Aires per dire/ordinare al presidente De la Rua di nominare Cavallo, altrimenti...
Così a giugno 2001, Cavallo - membro della Commissione Trilaterale e protetto di Soros-Rockefeller-Rhodes - provò a dissipare il default rifinanziando il debito sovrano, che aumentò il debito pubblico di 51 miliardi di dollari, ma non evitò il collasso totale di dicembre.
Cosa successe poi? De la Rua e Cavallo difesero i banchieri e evitarono la corsa agli sportelli congelando tutti i depositi bancari. Lo chiamarono il "Corrallito", quando i titolari dei conti correnti potevano ritirare 250 pesos alla settimana (all'epoca l' equivalente di 250 dollari; dopo la svalutazione del 2002 solo 75).
L'economia argentina quasi collassò; le persone scesero per strada sbattendo pentole e padelle, urlando, chiamando tutti i banchieri “ladri, criminali, truffatori, imbroglioni”, ma i grandi cancelli di bronzo delle megabanche rimasero chiusi. Nessuno ebbe i suoi soldi indietro.
Metà dei depositi bancari erano in dollari. Anche in questo caso nessuno ebbe i dollari indietro, solo pesos a un tasso di cambio fraudolento dopo la svalutazione imposta e dopo che fu abbandonata la cosiddetta "convertibilità" della valuta che Cavallo impose dieci anni prima, ancorando il peso al dollaro ad una irreale parità di 1 a 1.
Fu chiaramente un enorme furto di beni e risparmi di quaranta milioni di argentini, orchestrato dai banchieri e appoggiato dal governo. Metà della nostra popolazione scese rapidamente sotto la soglia di povertà, il PIL si contrasse di quasi il 40% nel 2002, in milioni persero il posto di lavoro, i risparmi, le case per via dei pignoramenti, i mezzi di sussistenza e neppure una banca è collassata!
Dopo gli scontri a Buenos Aires e nelle altre città maggiori, e la repressione brutale della polizia che lasciò trenta morti sulle strade, De la Rua prese il suo elicottero sul tetto del palazzo presidenziale, la Casa Rosada, e abbandonò la nave. Nell'ultima settimana del dicembre 2001 si sono succeduti quattro presidenti, fino a che le banche, i media, gli Stati Uniti e il suo Dipartimento del Tesoro accettarono Eduardo Duhalde come presidente provvisorio. Alla fine nominò ministro delle Finanze Roberto Lavagna, membro fondatore del CARI, la versione argentina del Council of Foreign Relations.
L'Argentina è stata usata come banco di prova dall'elite per apprendere come controllare un totale collasso finanziario, monetario, bancario ed economico, e le sue conseguenze sociali adeguatamente progettate per garantire che, con il tempo: (a) i banchieri ne escano illesi, (b) l'"ordine democratico" venga ripristinato e il nuovo governo imponga un nuova rifinanziamento del debito sovrano, equilibri le cifre, e calmi la popolazione (altrimenti...), e (c) ristampi un grande sorriso sulle facce dei banchieri... Tutto come sempre!
Gli insegnamenti dell'Argentina del 2001/2003 vengono usati oggi con la Grecia, Irlanda, Spagna, Italia, Islanda, Regno Unito e Stati Uniti.
Quindi, manifestanti di "Occupy Wall Street", a me le orecchie! Non avete possibilità! I signori del denaro hanno già fatto il loro giochi finanziari in Argentina.
A un certo punto le cose andavano così male che un giornalista del New York Times, Larry Rohter, (successivamente accusato dal governo brasiliano di avere legami con la CIA) ebbe il coraggio di suggerire la divisione territoriale dell' Argentina per "risolvere" la nostra crisi del debito. Il titolo del suo perverso articolo, pubblicato il 27 agosto 2002, diceva tutto: "Alcuni in Argentina vedono la secessione come risposta al pericolo dell'economia", mirando specificatamente alla nostra regione ricca di risorse naturali, la Patagonia...
Allora le potenti élite globali finalmente trovarono il loro uomo quando Nestor Kirchner divenne presidente nel maggio 2003. Kirchner mantenne in carica il ministro delle Finanze, Lavagna, rifinanziò il debito sovrano con scadenza in 42 anni(!); pagò al FMI l'intero importo di dieci miliardi di dollari (in contanti, in dollari e senza riduzioni; cioè in assoluto lo status di creditore più favorito) senza ricevere nulla in cambio; ha indebolito ulteriormente l'esercito argentino, rincretinito l'educazione, i media e la cultura e ha terminato imponendo sua moglie Christina come successore.
Chiaramente, un sacco di lezioni sono state apprese dall'"esperienza Argentina", che tornano così utili quando si tratta di questi chiassosi e poveri europei di oggi.
Così, dieci anni dopo... nessuno vuole ballare un tango?
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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

La baionetta di Mario Draghi


La baionetta di Mario Draghi
di Giuseppe Masala - 23/12/2011

Fonte: statopotenza 
  

Strepitoso successo dell’operazione di pronti contro termine implementata dalla BCE di Mario Draghi, così almeno l’hanno definita gli imbonitori dei mass media tradizionali. 

Tecnicamente questa operazione, posta in essere dalla BCE e denominata LTRO (Long Term Rifinancing Operation), consiste nel concedere liquidità (danaro contante) al sistema delle banche commerciali europee in cambio di titoli in garanzia (collateral) e ad un tasso dell’1%. Prestito che andrà rimborsato alla banca centrale, comodamente, in tre anni. Forse la novità più importante in questa operazione, oltre alla durata del prestito (3 anni) e all’importo colossale (489 miliardi di euro), è l’accettazione, come collaterale a garanzia, di titoli di bassa o bassissima qualità che mai, fino ad ora la Banca Centrale Europea aveva accettato, considerandoli cartacce di infimo valore reale. Non si può negare che sulla carta, il piano congegnato da Mario Draghi sia di una raffinatezza tecnica che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la sua superba competenza sul funzionamento dei mercati finanziari. Si deve anche ammettere come questa operazione potrebbe avere positivi cascami su alcune variabili importantissime nell’economia reale. 

Con il suo ingegnoso piano, il Governatore Draghi sembra quasi, visto l’infimo tasso d’interesse richiesto, suggerire alle banche commerciali di acquistare, con i soldi prestati, titoli di debito sovrano degli stati. Tale acquisto allenterebbe il boom degli interessi richiesti dal mercato su questa classe di investimento e allo stesso tempo permetterebbe, a rischio quasi zero, alle banche di lucrare sul differenziale tra i tassi dei titoli del debito sovrano eventualmente acquistato e quelli all’1% richiesti per partecipare alla LTRO. 

Non c’è che dire, una soluzione ingegnosa che “nutre” a rischio zero l’anemico (un garbato eufemismo questo) sistema bancario europeo e allo stesso tempo consente l’allentamento della pressione sugli interessi dei titoli sovrani dei paesi in difficoltà dell’area euro, con relativo beneficio sul pagamento del servizio del debito. Un piano che avrebbe avuto forti probabilità di funzionare. Un anno fa. Innanzitutto, bisogna ricordare che quest’anno è deflagrata la crisi del debito greco. I vari piani proposti nel corso dell’anno non hanno portato ad una stabilizzazione della situazione (parliamo naturalmente dell’aspetto meramente finanziario, il lato sociale di questa crisi non lo teniamo in considerazione), vuoi perché le banche europee, a causa degli haircut ciclicamente proposti, rischiavano una significativa erosione del loro capitale netto, vuoi perché i tedeschi non hanno mai abbandonato il dogma della disciplina ferrea dei bilanci pubblici, vuoi perché i paesi “forti” volevano colpirne uno per educarne cento imponendo misure draconiane con l’intento di evitare eventuali comportamenti cosiddetti di “azzardo morale” da parte dei paesi deboli. Fatto sta che ancora oggi, l’investitore (qualora fosse così folle) da investire 1000 euro nei bond governativi greci ad un anno otterrebbe, alla scadenza, ben 4560 euro grazie ad un tasso del 356%. Naturalmente, lo dico nell’interesse dell’eventuale lettore ingenuo, è evidente che queste cifre non verranno mai pagate: semplicemente il mercato prezza una qualche forma di default con annesso haircut dei titoli del debito greco. Tale probabile haircut provocherà forti perdite alle banche europee. 

Ovvio che in una situazione così problematica, i banchieri europei hanno paura di bruciarsi le mani. Per esempio Federico Ghizzoni, top manager di Unicredit, già infatti mette le mani avanti e dichiara che “non sarebbe logico” usare i soldi ottenuti dalla BCE per acquistare ulteriori quote di debito governativo. Quindi, con buona pace della BCE, probabilmente le tensioni sui tassi di interesse dei debiti sovrani europei non sono destinate a rallentare. 
Ma altri cigni neri, per usare una felice espressione di Nassim Taleb, potrebbero perturbare quello che è l’altro possibile grande obiettivo del piano di Draghi: dare nutrimento alle dissanguate casse delle banche commerciali, consentendo di lucrare sulla differenza tra i tassi di interesse all’1% sui prestiti concessi e i vari assets che con quei soldi verranno acquistati. 
Infatti nel frattempo l’Italia, terza economia dell’area euro, sta entrando in una recessione che potrebbe trasformarsi in una depressione. E’ di questi giorni l’annuncio ufficiale dell’Istat che già nel terzo trimestre il Pil italiano è entrato in “crescita negativa” (-0,2% rispetto al trimestre precedente). 

Ancora più terrificante se si vuole, il dato (sempre Istat) dell’indice grezzo sulle vendite diffuso oggi: -1,5% rispetto ad ottobre 2010. Tutto questo probabilmente è solo l’antipasto di quello che accadrà grazie alla manovra Monti che ha effetti sicuramente recessivi. Inutile dire che la recessione alle porte aumenterà le sofferenze delle banche vanificando in parte l’obbiettivo della BCE di mettere in sicurezza (dare nutrimento…) il sistema bancario, almeno in Italia.

Siccome, a quanto pare, viviamo un epoca storica dove i cigni neri non vengono da soli ma in stormi, segnalo che altri problemi potrebbero venire dall’Est Europa e precisamente dall’Ungheria. Infatti il FMI e la UE hanno deciso di non proseguire i colloqui per la concessione di un altro prestito “di salvataggio”. La situazione ungherese è sotto certi aspetti drammatica, infatti circa il 50% dei mutui immobiliari concessi sono denominati in franchi svizzeri. L’attuale svalutazione del fiorino ungherese rispetto alla moneta della confederazione elvetica ha messo in seria difficoltà prima i mutuatari (che guadagnano in fiorini ungheresi svalutati e pagano i mutui in franchi svizzeri) e poi, di conseguenza, le banche che avevano concesso i mutui. Il rischio crollo dell’economia magiara andrebbe a colpire il sistema bancario italiano e austriaco enormemente esposto in questa nazione. 

I guai per Mario Draghi sembrano dunque non essere finiti, ed anzi la sua manovra monetaria rischia di essere vanificata da tutta una serie di fattori incontrollabili. 

In definitiva, visto che l’operazione di LTRO della BCE, aumenta la leva finanziaria delle banche commerciali europee si potrebbe dire che il suo eventuale fallimento provocherebbe un effetto moltiplicatore del collasso, trasformando la deflagrazione convenzionale del sistema in una deflagrazione termonucleare. Paradossalmente proprio quello che l’economista Ludwig Von Mises, demiurgo dell’attuale dottrina economica dominante, aveva ipotizzato in questo genere di situazioni: “Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un’espansione creditizia. La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell’abbandono volontario di un’ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto”. 

E’ per questo che il piano di Mario Draghi a me sembra la baionetta del fante italiano prima di Caporetto. 

Argentina: in dieci anni dal collasso al rinascimento


L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del FMI e vivere felici
di Gennaro Carotenuto - 23/12/2011

Fonte: gennarocarotenuto 

Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.
Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’FMI era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo. Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano.
In quei giorni, in quello che per decenni il FMI aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: “que se vayan todos”, che vadano via tutti. Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti.
I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava -anche in Italia- sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro. Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ’70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.
La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date chiave di tale processo sono due: Nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’ALCA di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. Nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col FMI: “non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati” dissero mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata. Per anni i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’FMI. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi media internazionali –quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo- avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.
Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.
A dieci anni dal crollo l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e dall’acqua alle poste alle aerolinee molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del PIL e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: “meglio, molto meglio, là”.

Mario Monti vittima della terza guerra mondiale


Mario Monti sarà "la prossima vittima, a primavera, della terza guerra mondiale, quella tra dollaro ed euro". E' l'ultimo botto di Roberto D'Agostino, ideatore del sito di gossip politico-cult, Dagospia, ospite del direttore di Libero Maurizio Belpietro a La telefonata, su Canale 5. "L'Italia è sempre il paese del melodramma - sottolinea - e sotto il loden di Monti c'è il solito costume di Arlecchino di noi italiani".