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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

sabato 14 gennaio 2012

Agenzie di Rating: prostitute finanziarie


Agenzie di Rating: prostitute finanziarie


Standard & Poor's, Moody's e Fitch sono PROSTITUTE FINANZIARIE
Esse sono le piu' famose agenzie di rating, si dividono il mercato della valutazione del rischio determinando spesso le sorti degli emittenti messi sotto analisi.
Abbiamo assistito ad un taglio del rating di due gradini per Italia, Spagna e Portogallo. Francia e Austria hanno perso la «tripla A», vale a dire il giudizio di massima affidabilità sui mercati, mentre l'Italia scende da A a BBB+, lo stesso livello di affidabilità di Perù e Colombia, Irlanda, Russia e Kazakhstan. 
Tali Agenzie di Rating sono delle PROSTITUTE FINANZIARIE perchè agiscono in conflitto di interessi, in quanto società private pagate dagli stessi organismi (pubblici o privati) verso i quali emettono il loro giudizio. 
Nel caso degli Stati, procedere ad un declassamento del debito significa far perdere la fiducia che quello Stato possa ripagare i suoi creditori; laconseguenza: il Paese è costretto ad offrire Titoli di Stato a rendimenti più elevati (quindi maggior debito) per renderli "appetibili" sul mercato, affinchè tali titoli possano essere acquistati.
Ecco perchè si sta appunto discutendo al Parlamento europeo di fare una riforma che possa limitare il potere delle agenzie di rating, con misure che sospendano il rating per i Paesi in piena crisi debitoria, ma soprattutto la possibilità per gli investitori di chiedere alle autorità giudiziarie una condanna per danni nel caso in cui le agenzie abbiano commesso colpe nei loro giudizi. 

Ma al Parlamento Europeo fingono di limitare i danni o stavolta faranno sul serio? 
Evidentemente hanno dimenticato i casi Parmalat e Lehman Brothers(che avevano rating positivissimi), oppure gli ottimi rating che si davano aimutui subprime che hanno portato ad una crisi economica devastante. 
Tutti i governi ormai, dagli Usa all'Europa, accusano le agenzie di aver peggiorato la crisi attraverso tagli del rating, correlati tra l'altro da giustificazioni per nulla convincenti.

Gli sciacalli del F.M.I. e le prostitute del rating sarebbero schiacciate sotto il peso dell'indifferenza in sistema economico basato sulla SOVRANITA' MONETARIA, ossia la moneta emessa direttamente dallo Stato, senza bisogno di "intermediari privati"; invece ci si riduce per piegarsi alle folli ideologie di istituzioni private, non elette democraticamente dal alcun cittadino, dalle quali facciamo dipendere la nostra politica monetaria e, quindi, anche la nostra vita.

Unicredit: class action di PAS-FermiamoLeBanche!


Unicredit: class action di PAS-FermiamoLeBanche!


‎*** Questa mattina abbiamo il piacere di darvi un'OTTIMA NOTIZIA; PAS-FermiamoLeBanche PROMUOVERA' UNA CLASS ACTION CONTRO UNICREDIT!!!

Il Comitato non ha ancora preso vita, visto che l'incontro costitutivo è fissato per il 4 Febbraio; tuttavia visto la gravità della situazione, il Coordinamento provvisorio ha deciso di assumere questa iniziativa per offrire supporto ai cittadini frodati, privi di punti di riferimento.

Questo perché - citando le parole dell'avv. Marra, "non è stata commessa una sola illiceità, ma è fraudolenta l'intera strategia speculatoria di questa gentaglia con drammatiche conseguenze a danno di milioni di persone."

Non si tratta di una vera e propria "class action", poiché questa possibilità non è contemplata dalle nostre leggi, bensì di un'azione giudiziaria di massa fatta di tante singole, personalizzate e ben più incisive cause, azioni restitutorie e risarcitorie!!! Gli Avvocati di FermiamoLeBanche stanno lavorando per definire la questione, ovviamente non mancheremo di aggiornarvi nei prossimi giorni; tutte le informazioni inerenti all'iniziativa saranno pubblicate sul sito www.PAS-FermiamoLeBanche.it a partire dai prossimi giorni.

Dobbiamo DIFFONDERE AL MASSIMO LA NOTIZIA per farla conoscere ai cittadini frodati, in modo che abbiano la possibilità di far valere i loro diritti: PAS-FermiamoLeBanche ha diramato un comunicato stampa, tuttavia è stato *CENSURATO* (vi sorprende?) da TUTTI I MASS MEDIA!!! 

I cittadini frodati interessati alla class action possono chiedere informazioni all'indirizzo email info@PAS-FermiamoLeBanche.it o al n. 393/2039457

Concorri alla lotta contro le banche iscrivendoti al PAS-FermiamoLeBanche -"Comitato promotore del referendum per l'abrogazione delle sei leggi regala soldi alle banche e la lotta al signoraggio bancario"

Info e adesioni su www.FermiamoLeBanche.it - www.PAS-Fermiamolebanche.it

Francia giù, Italia declassata a BBB+


Francia giù, Italia declassata a BBB+: tornano i piromani del debito


ROMA – La Francia dice addio alla tripla A: Standard & Poor’s taglia il suo rating ad AA+. Per l’Italia il downgrade è anche peggiore: lo conferma arriva alle 22:30, Standard&Poor’s ci toglie l’ultima “A”  rimasta e ci manda in serie B. Rating a BBB+, declassamento di due gradini.
Si salva la Germania, ma la scure di Standard & Poor’s riguarda 9 paesi sui 16 in osservazione. Perde la tripla A anche l’Austria, mentre perdono due gradini anche la Spagna (che passa ad A), il Portogallo e Cipro. Di un gradino, invece, scendono  Malta, Slovacchia e Slovenia. Sulle prospettive, il cosiddetto “outlook”, la situazione è persino peggiore: sono negative per tutti gli stati osservati tranne due.
La Grecia era  stata messa già fuori, e prima ancora che tutto diventasse ufficiale, nell’effetto domino crollano tutte le principali Borse europee.
Oggi, insomma, sono tornati i piromani del debito. E pensare che nel mirino di S&P ci sono altri Paesi Ue, salvati poi all’ultimo. In particolar modo la Germania, salvata in extremis, come ad evitare un incendio di maggiori proporzioni. Alle Borse, come sempre succede, sono bastate le voci: Milano precipita e perde il 2,3%, Parigi è in calo dell’1,5%. Sospensioni in asta di volatilità per Mps (in calo teorico del 5,8%), Exor (-3,8%), Finmeccanica (-3,5%), Banco popolare e Ubi. Sempre molto forte Premafin (+17%).
Rimane un fatto, se tre indizi fanno una prova, allora i piromani del debito sono proprio le agenzie di rating. Succede per tre volte in un anno e succede con una regolarità che è oggettivamente faticoso pensare come frutto del caso. Succede la prima volta a inizio 2011, e poi si ripete alla fine con il dowgrade di Moody’s. Ogni volta che il mercato dà qualche timido segnale di ripresa le agenzie di rating tagliano preventivamente le ali. Oggi è la volta di queste voci sul taglio del rating francese. E le Borse, dopo due giorni positivi, hanno immediatamente invertito la rotta.
Fino al primo pomeriggio i mercati avevano beneficiato anche del positivo esito dell’asta dei Btp triennali i cui rendimenti sono scesi al 4,83% dal 5,62% di fine dicembre. Una schiarita che segue quella già vista sui Bot a breve giovedì, con i rendimenti quasi dimezzati. Con il diffondersi dell’allarme rating lo spread tra Bund e Btp è risalito a quota 500. Tutto dissolto dalla scure di S&P. Che spiega in un breve comunicato le ragioni della sua bocciatura. Secondo l’agenzia le misure prese dall’Europa sono “insufficienti”. Sta di fatto che Angela Merkel, che a caldo si è astenuta dal commentare, dovrà probabilmente ammorbidire alcune sue posizione.
All’Italia S&P dedica una nota separata: ”Il taglio riflette quella che consideriamo una crescente vulnerabilita’ dell’Italia ai rischi di finanziamento esterni e le negative implicazioni che cio’ puo’ avere per la crescita economica e quindi per le finanze pubbliche”.
La bocciatura, in ogni caso, non è legata all’attuale governo. Secondo S&P, infatti, l’ambiente politico italiano e’ ”migliorato” sotto il Governo Monti e le riforme allo studio possono ”migliorare la competitivita’ italiana”. Tuttavia, ”ci aspettiamo che ci sia un’opposizione alle attuali ambiziose riforme del governo e questo aumenta l’incertezza sull’outlook di crescita e quindi sui conti pubblici”.
”I rating dell’Italia – spiega ancora l’Agenzia – sono appesantiti da un elevato debito pubblico e da deboli potenziali di crescita. Sono invece sostenuti da un’economica in salute e diversificata, dall’atteso surplus primario e da considerevoli risparmi del settore pubblico”.
Dura, a caldo, la reazione di Olli Rehn che parla di “decisione incosistente”. E come se non bastasse da Atene è arrivata la notizia dello stop al negoziato sul debito. L’Istituto di finanza internazionale (Iif), che ha avviato le trattative con Atene per conto delle banche, ha infatti annunciato di aver sospeso i negoziati perché i colloqui “non hanno portato a una risposta costruttiva” dalle parti. Per questo motivo, l’Iif ha deciso per una “pausa di riflessione”. Fonti vicine ad Atene, riporta ancora l’Agence France Presse parlano di “situazione molto grave” dopo l’interruzione delle trattative.
13 gennaio 2012 | 23:10

Rizzoli: un caso di capitalismo terminale italiano

http://www.blitzquotidiano.it/berlusconi/rizzoli-berlusconi-giudici-rcs-p2-826405/

“Rizzoli vittima dei giudici”: bugia di Berlusconi causò l’ illusione?

sergio-carli-opinioni
di Sergio Carli



ROMA – La sentenza sulla vendita del Corriere della Sera all’attuale compagine proprietaria, che ha visto soccombente l’ex editore Angelo Rizzoli, è anche una sconfitta giudiziaria per l’ex primo ministro Silvio Berlusconi. Per  Berlusconi, Angelo Rizzoli è “l’esempio di ciò che sono capaci di fare alcuni pm della Procura di Milano”: per causa loro, “venne espropriato di tutti i suoi beni per consegnare il Corriere della Sera, che era un giornale moderato, e tutte le pubblicazioni della Rcs agli amici della sinistra”.
Rizzoli stesso si era descritto in un’intervista al Giornale del 21 febbraio 2010 con queste parole: “Editore, proprietario del gruppo Rcs, arrestato ingiustamente il 18 febbraio 1983 e ingiustamente privato di tutti i suoi averi dalla spregiudicatezza e dall’avidità dei poteri finanziari italiani, che hanno completato il disegno criminoso della P2: estromettere Rizzoli dalla Rizzoli”.
Il nome dei Rizzoli e della loro società editrice è intrecciato con quello del Corriere della Sera e con un pezzo importante della storia d’Italia degli ultimi 40 anni. La Rizzoli, fondata da Angelo Rizzoli senior, nonno dell’omonimo successore, morto nel 1971, per anni aveva accarezzato il sogno di affiancare, alla sua corona di riviste, libri e film di successo, un quotidiano nazionale.
La testata era già scelta, Oggi, quella del  settimanale nave ammiraglia. A lungo sono state custodite sotto i teloni in  un magazzino le rotative e senza essere nemmeno montate e anche il direttore era stato già scelto, Gianni Granzotto, volto amato dagli italiani come commentatore di successo del telegiornale unico.
Poi l’amara realtà del mercato italiano degli anni ’60, dei vincoli sindacali e contrattuali, della pubblicità ancora asfittica, avevano convinto Rizzoli a rinunciare.
Ma nel 1974 Andrea Rizzoli, successo al padre, aveva deciso che il momento era giunto e la Rizzoli, nel cui consiglio il giovane Angelo era entrato tre anni prima, appena ventottenne, decise l’acquisto della preda più ambita, il quotidiano italiano per antonomasia, il Corriere della Sera, il giornale di Milano e della ricca borghesia lombarda.
Il Corriere era maturo per la cessione: anni di cattiva gestione, di crisi economica e pubblicitaria, caos nelle relazioni industriali sommato alla sopravvivenza di norme fasciste sul lavoro domenicale, avevano messo in ginocchio l’azienda, al punto che un mese, nel 1973, non sarebbe stata in grado di pagare gli stipendi se non fosse sopravvenuta una fidejussione della Fiat.
La gestione era confusa.Lorenzo Jorio, mandato da Giovanni Giovannini, all’epoca plenipotenziario di Gianni Agnelli nell’editoria, a guardare i conti del primo giornale d’Italia mandava a Torino quasi ogni giorno rapporti strabiliati.Per uno che arrivava a Milano dalla fabbrica – caserma di Torino, il fatto che un dirigente chiudesse la porta a chiave, accendesse il segnale rosso di non disturbare e si dedicasse a pratiche yoga giustificava messaggi allarmati.
Il management, abituato agli anni d’oro del boom, non era forse preparato al clima da rivoluzione permanente che si respirava nella Milano post – 68, dove anche impiegati e impiegate di riviste come Click Fotografare si sentivano impegnati nella crociata contro i padroni e la guerra in Vietnam.
Il sindacato era nella fase di massima affermazione, cosa che nei giornali può portare a risultati disastrosi. Infatti, una volta entrati nel Corriere, Rizzoli e il suo direttore generale, Bruno Tassan Din, ottennero alti riconoscimenti verbali dai sindacati, ma, a forza di concessioni sulla parola d’ordine dello sviluppo, portarono l’azienda sull’orlo del fallimento.
Che sarebbe finita così, molti l’avevano previsto alla vigilia della cessione del Corriere ai Rizzoli.  Il Corriere era ingovernabile ancor più di oggi e la crisi dei primi anni settanta, con l’inflazione oltre il 20 per cento, divorava l’Italia. La teoria del sindacato dei giornalisti era che l’editore era lì per pagare e se c’era un deficit per colmarlo. A comandare ci pensava il comitato di redazione, rigorosamente diviso fra dc, pci e psi, con poteri di veto sulle assunzioni, come sperimentò sulla sua pelle Mario Calabresi, attuale direttore della Stampa e figlio del commissario il cui nome è legato a quello dell’anarchico Pinelli e giustiziato (Calabresi) da due terroristi  di Lotta Continua.
La Fiat a sua volta era entrata nella accomandita, che ancora deteneva, come nell’ottocento, la proprietà del giornale e del gruppo di riviste che gli era cresciuto attorno, perché la crisi lo aveva messo in difficoltà: accanto alla Fiat era entrata anche la famiglia Moratti e la proprietà era ripartita tra tre società scatole in quote paritetiche.
Andrea Rizzoli rilevò le quote dei tre partner della accomandita del Corriere della Sera: Giulia Maria Crespi, discendente della famiglia proprietaria storica del Corriere, Angelo Moratti Gianni Agnelli  (tramite Fiat). La versione postuma del Giornale è che “sarebbe bastato acquistare due sole quote per diventare il nuovo proprietario del Corriere, ma Rizzoli non si accontentò del pacchetto di controllo, e si prese il cento per cento della società editrice”.
La realtà è un po’ diversa. Rizzoli non aveva soldi, tant’è vero che per fare l’operazione finì poi nelle grinfie della P2 e del Banco Ambrosiano. Era intenzionato a comprare solo le quote Crespi e Moratti e il povero (si fa per dire) Agnelli era già stato messo in mezzo e destinato a condividere, senza poter contare nulla. Fu la violenza quasi fisica di Giovannini che ribaltò l’accordo già raggiunto alle spalle di Torino e piazzò anche la terza quota.
Questo spiega anche perché la quota Fiat viene rilevata attraverso una diluizione in tra anni del pagamento.
Poi è come un bollettino di guerra, di una guerra persa.
Sotto la gestione Rizzoli il Corriere della Sera arriva a perdere ogni anno 5 miliardi di lire dell’epoca.  Nel 1975 la Rizzoli comunica ai sindacati che il deficit patrimoniale ammonta a 20 miliardi. Su 3.500 dipendenti, 500 sono in esubero. Ma l’editore rassicura i sindacati: il gruppo punta al consolidamento. E l’anno successivo si passa dalle parole ai fatti: nel 1976 la Rcs acquista la rete televisivaTeleMalta e il maggiore quotidiano del sud, Il Mattino. L’anno seguente, nel 1977, Rcs acquisisce anche la Gazzetta dello Sport, il primo quotidiano italiano sportivo, e il controllo azionario di due giornali locali, l’Alto Adige e Il Piccolo di Trieste.
Si trattava di acquisti in parte frutto di una strategia editoriale (Jorio era rimasto al Corriere e portava il contributo della sua competenza e esperienza) in parte frutto di indicazioni da piazza del Gesù, dove aveva sede la Democrazia Cristiana che voleva quei giornali in mani sicure. In precedenza Gazzetta, Piccolo e Alto Adige erano finite in una holding editoriale metà della famiglia Agnelli, metà di Carlo Caracciolo, editore dell’Espresso e per il capi della Dc la società era la prova che Agnelli era il padrone occulto del settimanale del divorzio, dell’aborto, dello scandalo Lockheed.  La Fiat pagò cara quella alleanza: per un anno e mezzo i prezzi delle auto, i cui aumenti erano soggetti a autorizzazione governativa, furono bloccati da Roma, mentre l’inflazione correva. La cessione dei quotidiani a Rizzoli doveva essere la prova della pace, dopo il divorzio editoriale di Agnelli da Caracciolo.
Intanto, per fare fronte al pagamento della rata di quota Fiat, il cui valore, a causa dell’inflazione, era nel frattempo lievitato da 15 a oltre 22 miliardi, Rizzoli, che quei soldi non aveva, ricorse ancora a Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, arrivata grazie alla mediazione della loggia massonica P2 di Licio Gelli, presentato a Calvi nel 1975 dal banchiere siciliano, nonché mandante dell’uccisione di Giorgio Ambrosoli, Michele Sindona.
Il Banco Ambrosiano concede al gruppo 20,4 miliardi sotto forma di un aumento di capitale, che passa così da 5,1 a 25,5 miliardi. Roberto Calvi ottiene in pegno da Rizzoli l’80 per cento delle quote del gruppo. Rizzoli jr avrebbe potuto riscattare interamente il suo 80 per cento dopo tre anni, ma al valore, maggiorato, di 35 miliardi.
Nel frattempo Calvi è diventato il vero padrone della casa editrice. Grazie alla modifica dell’assetto finanziario Bruno Tassan Din, amico di Rizzoli, diventa direttore generale della società. La solidità della Rcs è nelle mani dei politici e della P2.
La P2 non è presente solo nell’azionariato della società, ma anche nella stessa direzione del giornale: nel 1977 alla testa del Corriere, al posto di Piero Ottone arriva Franco Di Bella.
Di Bella, che era un grande giornalista ed era stato capo della cronaca milanese del Corriere con Ottone, resterà al timone del quotidiano fino al 1981, quando viene scoperta nella fabbrica “Giole” a Castiglion Fibocchi, presso Arezzo, la lista Gelli. Il nome di Di Bella, insieme con quello di Rizzoli e di Tassan Din, di Berlusconi e di Maurizio Costanzo, è tra  i quasi mille degli iscritti alla loggia massonica.
Nonostante il sostegno del Banco Ambrosiano, in seguito ai cospicui investimenti fatti dall’editore, i debiti si accumulano. A partire dal 1978 si abbattono sulle spalle dello stesso Angelo Rizzoli,subentrato al padre come presidente del gruppo.
Non è servito a nulla neppure la nascita del quotidiano formato tabloid L’Occhio, diretto da Maurizio Costanzo. L’esperienza dell’Occhio, tentata proprio per rilanciare il gruppo Rizzoli, dura solo due anni, dal 1979 al 1981, quando lo scandalo P2 si abbatte sul Corriere.
Il 1981 è anche l’anno in cui vengono alla luce le manovre finanziarie del gruppo, in concomitanza con l’esplosione del caso P2: la scoperta della lista Gelli e del coinvolgimento del direttore Di Bella nella loggia massonica fanno perdere parecchie copie al Corriere. Rcs viene coinvolta nel dissesto del Banco Ambrosiano. Riesce ad evitare il fallimento, ma nel 1983 viene formalizzata l’amministrazione controllata. Angelo, il fratello Alberto e Tassan Din vengono arrestatiper bancarotta patrimoniale societaria in amministrazione controllata. Angelo Rizzoli è accusato di aver “occultato, dissipato o distratto” oltre 85 miliardi di lire.
“Nel 1981 possedevo il 90,2% delle azioni, ha raccontato Angelo Rizzoli nell’intervista al Giornale del 21 febbraio 2010. L’80% di esse era temporaneamente in mano al Banco Ambrosiano presieduto da Calvi: un pegno risalente al 1977, quando mio padre Andrea era ricorso a un prestito di 20 miliardi per comprare la quota della Fiat nel Corriere. Il 29 aprile la Centrale Finanziaria, società di proprietà del gruppo Ambrosiano, acquistò il 40% delle mie azioni in cambio di 115 miliardi di lire e s’impegnò a versare altri 61 miliardi alla Rizzoli Editore, quale quota di aumento di capitale per il suo 40% appena rilevato da me. Al termine dell’operazione l’azienda doveva essere ricapitalizzata per 150 miliardi di lire, 500 milioni di euro d’oggi. Ma questa enorme somma non fu mai depositata alla Rizzoli bensì dirottata su conti bancari di Calvi, Gelli, Ortolani e Tassan Din in Irlanda e Sudamerica. Tutto puntualmente ricostruito nelle sentenze emesse in Italia, ma anche in Svizzera e in Irlanda. Né io né la Rizzoli vedemmo una lira. In compenso la casa editrice passò al Nuovo Banco Ambrosiano, poi Ambroveneto, oggi Intesa Sanpaolo”.
Nel 1984 l’Rcs, risanata, viene acquisita da una cordata di cui fanno parte la finanziaria della famiglia Agnelli Gemina (che conta, tra i propri soci, anche Montedison e Mittel)  e Mediobanca.
Per quell’acquisizione, che definisce “un esproprio”, Angelo Rizzoli chiede, nel febbraio del 2010, un indennizzo di 650 milioni di euro a Giovanni Bazoli, Piergaetano Marchetti, Giuliano Zuccoli e Giovanni Arvedi, responsabili a suo avviso di averlo strangolato finanziariamente per portargli via l’azienda.
“Hanno rovinato la mia vita”, ha raccontato Rizzoli a Libero. “Ho passato 26 anni infernali. Mi hanno depredato dei miei beni. Hanno distrutto la mia reputazione. Mi hanno mandato in galera per tre volte in cinque carceri diversi. Mi hanno dipinto come un incapace che ha dilapidato il patrimonio e il buon nome della famiglia e del Gruppo Rizzoli”.
“Potete immaginare tutto il mio turbamento nel leggere l’atto di citazione in cui oggi, a trent’anni di distanza, si chiede di dichiarare la nullità di tutti quei passaggi che portarono ai nuovi assetti del Corriere della Sera”, ha risposto a distanza il presidente del gruppo Rcs, Piergaetano Marchetti alla notizia dell’intenzione di Rizzoli.
Angelo Rizzoli aveva atteso, prima di passare all’azione, di avere chiuso tutte le proprie vicende giudiziarie penali con la sentenza definitiva della Cassazione del 2009 e in seguito all’intervenuta prescrizione per il reato di falso in bilancio e per la riforma delle procedure concorsuali, ovvero delle norme fallimentari del 2006.
Rizzoli non si considera responsabile del fallimento della società, e sostiene che i soldi che la dovevano ricapitalizzare siano stati deviati nelle tasche di Licio Gelli, Umberto Ortolani (tramite fra la P2 e i Rizzoli) e Tassan Din. La Rizzoli finì in amministrazione controllata e Angelo Rizzoli, all’epoca trentenne, fu costretto a vendere le proprie azioni per nove miliardi di lire. Secondo Rizzoli un tozzo di pane.
Nel frattempo Rizzoli jr si è fatto una “seconda vita” come produttore, mentre la seconda moglie Melania è deputato del Popolo della Libertà. I due sono tanto intimamente legati a Silvio Berlusconi da essere intervenuti pubblicamente nelle vicende tra il presidente del Consiglio e dell’ormai ex moglie Veronica Lario.
In relazione alla lettera all’Ansa scritta dalla signora Lario, che scatenò lo scandalo delle giovani deputate del Pdl scelte per “doti non strettamente politiche”, Rizzoli rispose: “Veronica vi­ve in un castello dorato, si sposta con aerei pri­vati, non frequenta nessuno tranne quattro amiche milanesi che vanno bene giusto per lo shopping ma se chiedi chi è Obama non lo san­no. Veronica è condizionabile; e probabilmen­te è stata condizionata. Dicendo che il marito non sta bene ed è inaffidabile, non si è accorta di far male ai suoi figli, di destabilizzarli”.
In questa critica Rizzoli si lasciò anche scappare un particolare ignoto a chi non fosse intimo della famiglia Berlusconi: la crisi mistico-religiosa del figlio minore di Veronica e Silvio, Luigi.
Questo spiega perché Berlusconi abbia appoggiato l’iniziativa di Angelo Rizzoli: “Dopo tanti anni, dopo che suo fratello è stato lui pure arrestato e sua sorella si è suicidata perché non ha retto a tanti dolori, Angelo è stato prosciolto ed è ancora oggi incensurato. Non possiamo più sopportare e non sopporteremo la situazione. Con i mezzi della democrazia, approveremo la riforma costituzionale per la giustizia in Italia”.

Scacco matto al superbanchiere


Scacco matto al superbanchiere in due mosse
di Giulietto Chiesa - 13/01/2012

Fonte: megachip

hildebrand
Il 2 gennaio scorso, in un articolo su Megachip che venne intitolato “Finanza e banditi a Basilea” , scrissi che, nel duro scontro tra regolatori e banchieri americani ed europei, si era distinto sul campo, con un certo valore e sprezzo del pericolo, il signor Philipp Hildebrand. Chi fosse costui lo leggerete nelle righe sottostanti. Ebbene possiamo ora dire che la vendetta dei banchieri è davvero fulminea e fulminante. Sono bastati, nel caso in questione, appena 8 giorni!
E sicuramente a molti verrà in mente quello che successe a Dominique Strauss Kahn.
Scrivevo allora, angustiato da cattivi presentimenti, queste parole:
«Ma ci fu chi, per esempio Philipp Hildebrand, presidente della Banca Nazionale Svizzera, invitò gli astanti a non tirare troppo la corda. Pare che, in un suo intervento, abbia accusato i banchieri di avere sottovalutato gravemente i rischi cui sottoponevano i capitali altrui. E si capisce bene perché fosse un tantino irritato. La Banca Nazionale Svizzera dovette intervenire, nel 2008, per salvare l’UBS sganciando 60 miliardi di dollari USA, proprio a causa della spensieratezza con cui i dirigenti della UBS avevano giocato alla roulette. Ma anche questo piccolo richiamo alla saggezza fece scrivere a un giornale svizzero che difficilmente il signor Hildebrand avrebbe trovato di nuovo un posto nel Gotha della finanza mondiale una volta lasciato il prestigioso posto di regolatore centrale della mecca dei capitali».
hildebrand2012Ebbene, la notizia dell’11 gennaio è che Philipp Hildebrand si è dimesso. La colpa è della moglie, dicono, che comprò 400mila franchi svizzeri, pari a 418mila dollari, a un cambio che le permise, poco dopo, di vendere, riscuotendo oltre 500mila dollari. Nel frattempo il marito pare stesse prendendo decisioni per rallentare l’ascesa del franco svizzero.
Sapeva il marito ciò che faceva la moglie? Philipp ha dichiarato di non poter dimostrare che non sapeva, e si è dimesso. Noi non possiamo giurare su nessuna delle due versioni. Possiamo giurare solo su una cosa: che Philipp Hildebrand era sotto un attento controllo.
La profezia del giornale svizzero si è avverata. Hildebrand avrà un futuro di pensionato di lusso. Sempre che resti vivo.

Ultimissima: Avvistati Tre Squali Giganti a Roma


Crisi: Van Rompuy lunedi' a Roma, con Monti e Napolitano

Parlamento europeo invita Monti e Papademos

13 gennaio, 18:38http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/economia/2012/01/13/visualizza_new.html_44115127.html
Il presidente permanente della Ue, Herman Van RompuyIl presidente permanente della Ue, Herman Van Rompuy
BRUXELLES - Il presidente permanente della Ue, Herman Van Rompuy, ha reso noto che nella sua visita di lunedi' a Roma incontrera', oltre al premier Mario Monti, anche il presidente Giorgio Napolitano. In un messaggio Twitter Van Rompuy ha specificato che nell'incontro con Napolitano avra' ''uno scambio di vedute sull'agenda europea''.

Parlamento europeo invita Monti e Papademos - Il Parlamento europeo ha formalizzato l'invito ai premier italiano e greco, Mario Monti e Lucas Papademos, per essere ascoltati sugli sviluppi della crisi economico-finanziaria nei due paesi. Lo ha riferito il portavoce dell'assemblea elettiva europea specificando che ora il Parlamento e' in attesa della risposta dei rispettivi gabinetti.

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