-

-
La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

giovedì 19 gennaio 2012

BEPPE GRILLO A ROMA: "TORNEREMO ALLA LIRA"


BEPPE GRILLO A ROMA: "TORNEREMO ALLA LIRA. LA GERMANIA CI STA FREGANDO" - VIDEO

"Mi devono dire cosa pago con le mie tasse: la pensione ai politici? La Tav? Gli editori? Perché se è così non ci sto più".

Redazione Cadoinpiedi.it 

Che cosa vuol dire essere in Europa? Se lo è chiesto ieri a Roma Beppe Grillo, che s'è concesso ai taccuini dei cronisti subito dopo la presentazione di "Siamo in guerra", il suo ultimo libro scritto con Gianroberto Casaleggio. Ecco cosa ha detto:

"Non possiamo avere la stessa moneta e un'economia da poveri. Perché così la Germania ci frega. Più noi ci impoveriamo più la Germania cresce. Impoverire gli altri, per crescere lei. Credo che al 90% ci riprendiamo la lira. Sarà un bene, sarà un male, non lo so. Sarà un bagno di sangue, svalutazione su svalutazione, ma non vedo altre vie d'uscita. Dobbiamo toglierci dalla testa queste storie delle triple A, dello spread. Ci prendono ogni giorno per il culo. Ci stanno mettendo in mano al Fondo monetario, ovvero agli americani. Basta con l'influenza degli americani nel nostro Paese. Diventiamo dei cittadini seri. Monti è una brava persona, ma alla fine fa quello che gli chiedono di fare. Questi politici? Fra sei mesi nessuno si ricorderà neanche il loro nome. L'Italia va ri-progettata, signori. Partiamo dall'energia, abbandoniamo il petrolio e puntiamo sulle rinnovabili. Altrimenti non ne usciremo. E poi mi devono dire cosa pago con le mie tasse: la pensione ai politici? La Tav? Gli editori? Perché se è così non ci sto più". 

La guerra alle Banche Centrali di Stato


La guerra alle Banche Centrali di Stato

La nuova tornata di sanzioni sempre più dure decretate dagli USA contro Teheran, perchè? Per obbligare il regime a rinunciare alla bomba atomica? Per proteggere Israele «minacciato nella sua esistenza»? Per mantenere aperto ai traffici lo stretto di Hormutz? Per debellare il «terrorismo» islamico? Per diffondere la democrazia?

La vera ragione l’ha detta di sfuggita, ai giornalisti della AFP, un alto esponente del governo americano sotto condizioni di anonimato: «Abbiamo assoluto bisogno di chiudere la Banca Centrale dellIran». (U.S. wants to ‘close down the Central Bank of Iran’ over nuclear concerns)

«Se una banca (estera) corrispondente di una banca USA vuole fare affari con noi, e fa affari con la Banca Centrale iraniana (per acquistare petrolio), si mette nei guai con noi», ha detto l’anonimo. In particolare, le Banche Centrali estere che trattano con la Banca Centrale iraniana in transazioni petrolifere, subiranno le stesse draconiane sanzioni varate dagli USA per Teheran.

Allora sarà il caso di rispolverare la più screditata delle teorie complottiste, già sollevata, e ridicolizzata e demonizzata nel 2003, quando gli USA hanno occupato l’Iraq?

Solo sei mesi prima, il cattivissimo Saddam Hussein aveva cominciato ad accettare euro, anzichè dollari, in cambio del suo greggio: una minaccia immanente per il dollaro come moneta di riserva globale.

Teheran ha già da tempo lanciato un simile tentativo, con una Borsa petrolifera dove si compra e vende senza dollari.

Gheddafi stava minacciando di fare lo stesso, lanciando uno sforzo per rifiutare il dollaro e l’euro, e chiamando le nazioni africane ed arabe a usare una moneta comune a copertura aurea, il gold dinar.

Dico la verità: a chi scrive questi tentativi parvero così velleitari e improvvisati, da non poter credere che costituissero il casus belli per Washington. Ma in un serissimo blog finanziario, «Market Oracle», notava poco prima dei bombardamenti anglo-franco-americani (e italiani) per proteggere i civili libici dalle stragi del cattivissimo colonnello:

«Un fatto che non viene mai notato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale di Libia è posseduta al 100% dallo Stato. Attualmente, il regime libico crea la propria moneta, il dinaro, per mezzo della attrezzatura della propria Banca Centrale. La Libia è una nazione sovrana, con le sue grandi risorse, capaci di sostenere il proprio destino economico. Ma il grave problema per i cartelli bancari globali è che, per fare affari con la Libia, devono passare attraverso la sua Banca Centrale e la sua valuta nazionale, un luogo dove non hanno alcun dominio. Quindi, la chiusura della Banca Centrale di Libia non apparirà nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma è sicuramente in testa alla lista delle motivazioni».

Infatti ancor prima di cominciare «la lotta per la libertà e la democrazia» sotto la protezione dei bombardieri NATO, a metà marzo 2011, i cosiddetti «ribelli» di Bengasi dichiararono la loro volontà di creare una Banca Centrale nuova al posto di quella di Gheddafi.

«Non ho mai sentito prima di una Banca Centrale creata in pochi giorni da una rivolta popolare», ironizzò l’analista Robert Wenzel sull’ufficialissimo Economic Policy Journal: «Ciò induce a ritenere che siamo in presenza di qualcosa di più che bande di ribelli straccionie di influssi molto sofisticati».

Senza alcuna ironia, John Carey, commentatore principe della CNN, diceva in diretta:  «È la prima volta che un gruppo rivoluzionario crea una Banca Centrale mentre è ancora impegnato nei combattimenti contro il regime politico insediato. Ciò indica come i banchieri centrali siano divenuti estremamente potenti ai giorni nostri».

Forse per coincidenza, Sarkozy in quegli stessi giorni definiva la Libia «una minaccia» per la finanza internazionale. (Libya: another neocon war)

La Libia? Un Paese di 7 milioni di abitanti? Ma Gheddafi sedeva sopra riserve d’oro per 150 tonnellate, abbastanza per cominciare il lancio del Gold Dinar.

Wesley Clark
  Wesley Clark
Il generale Wesley Clark, già comandante supremo della NATO in Europa (guidò l’attacco alla Serbia per il Kossovo) ha raccontato nelle sue memorie che nel 2001, un amico al Pentagono gli parlò del «piano quinquennale» deciso da Rumsfeld: dopo l’Afghanistan, gli USA avrebbero attaccato l’Iraq, e poi «Siria, Libano, dopo Libia, Somalia, Sudan e infine Iran».

La celebre analista finanziaria Ellen Brown notava che i sette Stati menzionati avevano una cosa in comune: «Nessuno della lista è membro della Banca dei Regolamenti Internazionali, che ne ha 56. Ciò li pone al di fuori della portata del braccio regolatore della Banca Centrale delle Banche Centrali...». (LIBYA: ALL ABOUT OIL, OR ALL ABOUT BANKING?)

In Libia, frattanto, crescono la rabbia, il malcontento e speranze o voci di una contro-rivoluzione. (Rumor and Anger Mount in Libya)

La libertà non è arrivata, ai libici è arrivata invece – dopo 150 mila morti negli scontri e bombardamenti – la miseria prima sconosciuta: mancanza di cibo e di generi di necessità, file ai distributori dove la benzina è razionata, il governo di transizione accusato di non far niente per rimettere in piedi il sistema di stipendi pubblici (i due terzi dei libici erano in un modo o nell’altro mantenuti dallo Stato) migliaia di prigionieri ancora detenuti nelle carceri dei ribelli per aver combattuto per la Jahamairiya, forse torturati o uccisi, che la Croce Rossa cerca invano di visitare.
Intanto, navi della NATO occupano i porti e le piattaforme petrolifere, negli impianti sono al lavoro tecnici del Katar e degli Emirati che hanno sostituito i lavoratori libici, ora disoccupati.

La situazione è così grave, che l’esercito americano ha concentrato a Malta 12 mila uomini, pronti a calare in Libia per mantenere l’ordine, e salvare la democrazia, nonchè ovviamente la nuovissima Banca Centrale. (Cynthia McKinney: Why is President Obama sending 12, 000 U.S. troops to Libya?)

A questo punto, l’Iran è oggi uno dei pochi Stati rimasti che dispongono di una Banca Centrale di Stato, anzichè privata. È chiaro che valute coperte dall’oro o dal petrolio nazionale, fuori della portata dei regolatori globalisti privati, minaccia davvero il potere della finanza occidentale che comanda e compra creando moneta dal nulla.

La buona notizia è che si sono manifestati imprevisti intoppi al disegno del Sistema occidentalista. Gli europei obbediscono all’imposizione di un più duro embargo sul greggio iraniano, come no, come no? Ma lo vogliono «graduale» e ritardato di sei mesi, perchè la prospettiva di un ulteriore rincaro del petrolio farebbe scivolare il continente dalla già grave recessione alla vera e dichiarata depressione. Le aziende petrolifere di Italia, Spagna e Grecia – già nei guai che conosciamo – hanno addirittura prolungato i contratti esistenti con Teheran (approfittando anche di buoni sconti) avendo ottenuto dagli americani il permesso di comprare in Iran fino appunto allo spirare dei contratti in corso. Il Giappone ha fatto sapere che l’applicazione dell’embargo voluta dai giudei, se arrivasse al punto zero (zero importazioni dall’Iran) danneggerebbe più la sua economia che quella iraniana... (The West Blinks - Iran Embargo Likely To Be Delayed By Six Months)

Ancor più significativo, il Pentagono ha annullato la più grande esercitazione militare congiunta USA-Israele della storia, una manovra-mostre per cui tutto era pronto (compresi 9 mila Marines già sbarcati in Israele e centinaia di missili intercettori di prossimità a proteggere il sacro suolo di Sion) e che aveva di mira evidentemente l’Iran. La grande manovra, battezzata «Austere Challenge 12» (sic) doveva scattare il 15 gennaio, ma è stata rimandata sine die. Forse a quest’estate, si dice.

Perchè? Spiegazioni nebulose da parte americana alludono a difficoltà di bilancio (non a caso era una sfida «austera»). Il notorio sito israeliano Debka File parla di divergenze fra USA e Israele, e cita il vice-premier Moshe Yaalon: «Gli USA sono esitanti a proposito delle sanzioni contro la Banca Centrale iraniana per paura del rincaro del greggio». Aggiunge che mentre il presidente Obama «ha bisogno di più tempo per convincere più governi a sostenere le sanzioni», Israele «è impaziente di agire». Un passo verso la verità. (Qui la nostra traduzione dell'articolo)

Ma il giornalista Paul Woodward, sul suo sito War in Contest, si avvicina di un altro passo: cita uno strano articolo sul Jerusalem Post, dove il 9 gennaio si ventilava un attacco iraniano «tipo Pearl Harbor» alle navi da guerra americane per «permettere» l’annientamento dell’Iran con la rappresaglia, a cui le grandi manovre congiunte avrebbero dato il pretesto e la copertura.

Commenta Woodward: «Al contrario del Vietnam, dove Washington cercava un pretesto per lescalation della guerra, questa volta è probabile che sia Israele a tentare di trascinare gli Stati Uniti in una guerra – una guerra che Israele sa di non poter combattere da solo».

Da parte di un giornalista con ottime entrature nell’Amministrazione, è un messaggio chiaro: la non tanto velata accusa ad Israele di macchinare un attacco «false flag» contro le forze armate americane, condotto da militari sotto false insegne iraniane, magari – insinua Woodward – adoperando «il gruppo terroristico Jundullah» che Israele ha assoldato «per sferrare gli attentati a Teheran». Un’allusione ancor più velenosa, in quanto è stato reso noto che gli agenti israeliani hanno assoldato i terroristi del gruppo pakistano Jundullah per commettere i noti omicidi di scienziati iraniani, facendosi passare per agenti della CIA «pieni di dollari ed esibenti passaporti americani». Un false flag nel false flag, che non poteva restare impunito. (Bombshell: Israeli intelligence posed as CIA to recruit terror group for covert war on Iran)



L’ipotesi è convincente: Obama, che spera ancora di vincere le elezioni e sa che non le vincerà con un’altra guerra in corso, ha bloccato in estremis la mega-esercitazione che Israele voleva far diventrare la mega-trappola, ed ha lasciato ai generali del Pentagono le trattative con Sion, senza apparire in prima persona come responsabile della decisione – nella speranza di non dispiacere troppo all’elettorato giudaico interno. Teheran ha guadagnato sei mesi di tempo. False flag permettendo.

Mutui, si avvicina l'accordo Usa-banche



Pignoramenti, si avvicina l'accordo Usa-banche


Potrebbe finalmente essere arrivata l'ora del maxi-patteggiamento che risolverebbe le controversie sulle pratiche di pignoramento adottate dalle banche statunitensi. L'ha dichiarato ieri Shaun Donovan, segretario alla Casa e allo sviluppo urbano dell'amministrazione di Barack Obama.
Dopo un anno di negoziati – ha spiegato – i procuratori generali degli Stati americani sarebbero ormai «molto vicini» a un accordo con Ally Financial, Bank of America, Citigroup, JPMorgan Chase e Wells Fargo. Al centro della questione è soprattutto il “robo-signing”, ovvero la pratica di affidare ai sistemi automatici le procedure di revisione dei singoli dossier, per poi mettere in atto i pignoramenti. L'accordo dovrebbe comportare una revisione del saldo della somma capitale dei mutuatari: a beneficiarne sarebbe circa un milione di famiglie. Gli effetti positivi si andrebbero a ripercuotere sul settore immobiliare e, di conseguenza, sull'andamento dell'economia. Alcune famiglie danneggiate dagli errori nelle procedure di pignoramento potrebbero essere rimborsate direttamente dalle banche.
Le cifre in gioco ovviamente cambieranno a seconda di quanti Stati aderiranno all'accordo. Ma in ogni caso si parla di numeri stratosferici: almeno 19 miliardi di dollari. Cifra che potrebbe aumentare ancora se fossero incluse anche le banche regionali, che tuttavia al momento si stanno regolando separatamente. Va detto però che non è la prima volta che la conclusione delle trattative sembra prossima: in passato è sempre stata bloccata da improvvisi ostacoli.

Monti, giù le mani dall'acqua


Monti, giu' le mani dall'acqua pubblica

Salviamo il referendum dal decreto "Cresci Italia" - padre Alex Zanotelli
(3:16)
referendum-zanotelli-2.jpg
In una democrazia i risultati dei referendum si rispettano. La volontà popolare è sovrana. Se questo non è, allora non c’è democrazia. Il governo lo dichiari apertamente, così i cittadini sapranno regolarsi. Gli italiani hanno detto NO al nucleare (per la SECONDA volta) e NO alla privatizzazione dell’acqua. Se Monti ritiene di poter ignorare la volontà degli elettori è meglio che ritorni subito alla Bocconi. Se i francesi, Veolia e Suez, vogliono la nostra acqua ricattandoci con i 500 miliardi di titoli di Stato italiani acquistati dalla Francia, l’unica risposta possibile è quella di Cambronne “MERDE!”.

Padre Alex Zanotelli difende il referendum dagli attacchi del Governo:
"Prima di tutto mi sono meravigliato, sono rimasto esterrefatto dal fatto che tutta una serie di sottosegretari e Ministri abbiano allegramente parlato di privatizzare l’acqua, cioè di andare contro il referendum. Mi ha fatto impressione in particolare l’affermazione diPolillo, il sottosegretario all’economia che ha detto che il referendum è stato un mezzo imbroglio. Ma si può andare a prendere in giro 27 milioni a questa maniera da un sottosegretario che dovrebbe semplicemente inchinarsi davanti a un verdetto del popolo italiano?
Quindi sono davvero preoccupato e poi quando ho visto che il Governo dava queste dichiarazioni di Ministri etc., posso citare Clini, come quella di Catricalà, come tante altre dichiarazioni, ho usato questa di Polillo che è la più emblematica. Ma la cosa che poi mi ha impressionante è vedere che è incominciato a circolare, alcuni giorni fa, il decreto che dovrebbe essere poi approvato, il decreto fase 2 di "Cresci Italia" del Governo Monti, dove all’Art. 20 praticamente si proibisce alle aziende speciali di gestire i servizi tipo idrici o altro, che va proprio contro tutto quello che il referendum ha detto.
Allora come può un governo come Monti andare contro la volontà popolare di 27 milioni di persone? Questo davvero mi ferisce profondamente come cittadino e mi fa ancora più arrabbiare perché allora capisco che il Governo Monti sta andando sulle logiche di mercato e delle banche. Capisco che alle banche e alla finanza interessa molto l’acqua perché tra 30 anni non avremo più petrolio. Il problema centrale non sarà più il petrolio ma sarà l’acqua. Con il surriscaldamento del pianeta avremo sempre meno fonti idriche, quindi diventerà il grande oro blu. Ecco perché vogliono metterci le mani sull’acqua e allora capisco l’enorme pressione che ha il governo Monti da parte dell’Europa, delle multinazionali dell’acqua Veolia e Suez e di tutto in mondo finanziario perché si stracci il referendum.
L’Europa ha paura del contagio referendum sull’acqua, ecco perché allora bisogna reagire. Mi fa piacere, vedevo già oggi che il governo comincia già a vacillare su queste questioni e mi auguro davvero che i partiti votino contro questo Art. 20 e salvino il referendum, è il minimo che possiamo chiedere! "