-

-
La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

lunedì 27 febbraio 2012

Galloni e “le telefonate di Ciampi a Berlinguer e di Kohl ad Andreotti”


MMT. L’euro, Nino Galloni e “le telefonate di Ciampi a Berlinguer e di Kohl ad Andreotti”

Breve sintesi della prima giornata del summit di Rimini organizzato da Paolo Barnard. Illustrati i fondamentali della teoria monetaria di derivazione keynesiana. E una testimonianza dell’ex collaboratore ministeriale di Andreatta e Pomicino
di: 26 febbraio 2012 @0:59
RIMINI – Modern Money Theory, atto primo. Un evento ricco di informazioni e notizie, osservato con religiosa attenzione dai 1500 cittadini giunti fino al 105 Stadium di Rimini per ascoltare il “verbo” degli economisti di scuola keynesiana nordamericani e del francese Alain Parguez (il più ‘politico’ e radicale nelle conclusioni) convocati dal giornalista “eretico” Paolo Barnard. Una curiosità: durante l’intera giornata neanche uno squillo di telefonino ha interrotto il summit: non succede più né in chiesa né a teatro.
Temi, quelli del summit, che approfondiremo nei prossimi giorni, per dar conto di un evento tanto irrituale quanto totalmentetaciuto da tutta la stampa nazionale: un brutto segnale riguardo il dovere di aiutare la circolazione delle idee – compito basilare della stampa – sagge o strampalate che le si ritenga (solo Rampini di Repubblica qualche giorno fa ha parlato della MMT, stando attento però a non citare l’iniziativa di Barnard e il summit riminese: un po’ di coraggio ma mal temperato).
Ricostruzioni storiche, Trattati europei “costituzionali” sconosciuti ai cittadini, finanziarizzazione del vecchio capitalismoindustriale, vittima anch’esso del dispotismo predatorio dei grandi gruppi d’investimento finanziario. Ma soprattutto alla fine il nodo diventa quello: euro sì, euro no, default guidato o puntare sulla costituzione di un debito europeo? Argomento che verrà trattato con una sezione speciale nel pomeriggio di domenica, anche se negli spazi aperti alle domande dei presenti si è continuamente tornati su questo aspetto e il tema cardine (ne parleremo) è il ritorno alla sovranità monetaria.
Intanto vi proponiamo in video un documento molto interessante, consistente nelle dichiarazioni di Nino Galloni, ex funzionario e anche dirigente di vari ministeri economici italiani, sia al tempo diAndreatta (ovvero del “divorzio” tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, attraverso il quale la seconda veniva esentata dalla necessità di garantire l’acquisto dei titoli pubblici nelle aste) e quindi richiamato, dopo la rottura con Andreatta e le sue previsioni avverate circa gli effetti sul debito pubblico, da Cirino Pomicino nell’ultimo governo Andreotti.
Consigliamo di vedere il video (circa 12 minuti), nei quali Galloni parla di due telefonate che cambiarono il corso delle scelte economiche italiane: una dell’allora cancelliere tedescoHelmut Kohl ad Andreotti per evitare che l’Italia ponesse delle condizioni verso il processo di unificazione monetaria (1990 circa), una (inizio anni ’80) dell’allora presidente della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi al segretario nazionale del Partito Comunista Enrico Berlinguer con – secondo Galloni – una potenziale ritorsione su alcuni esponenti del Pci in caso di accordo sulle politiche monetarie con la Democrazia Cristiana.
Telefonate che, se confermate, getterebbero un’ombra forse indigeribile sui due uomini considerati padri nobili di questa Europa adesso tanto irriconoscibile rispetto al sogno iniziale.
Continueremo a fornire interessanti spunti di riflessione nei giorni a venire.

Verso il suicidio collettivo della Repubblica


Mala tempora currunt
di Marco Cedolin - 26/02/2012
Fonte: Il Corrosivo di Marco Cedolin


Ogni tramonto brumoso porta in dono un poco di malinconia e quando a tramontare non è una giornata, ma un “mondo” così come lo avevamo conosciuto, l’accento malinconico si fonde con un senso d’inquietudine impossibile da dissimulare. Questa Italia ormai deprivata di qualsiasi dignità, che si trascina incespicando nel fango, ha un che di patetico che infonde nell’animo una sensazione di tristezza infinita. Così come triste ed angosciosa, risulta la penosa agonia del sistema neoliberista, che arranca verso la terza guerra mondiale, nella speranza che possa costituire il mezzo attraverso il quale riuscire a sopravvivere qualche giorno di più.

Malinconioso è il pellegrinaggio del barbogio Napolitano in terra di Sardegna, dove il garante della mangeria di corte si ritrova a ricevere bordate di fischi, mentre caracolla attraverso la callaia dell’umore popolare.
Povero di spirito, ma ricco nel portafogli, si manifesta il bargello Manganelli, costretto a discettare in quel della Camera, intorno ad un terrorismo che non c’è, ma la cui esistenza diventa indispensabile per giustificare il suo stipendio nell’ordine dei 621 mila euro l’anno…..


Tanto opportunista quanto cinico si rivela il borioso giudice Caselli che scientemente usa le contestazioni NO TAV per gli arresti di donne incinta ed innocenti vari, al fine di dare al suo ultimo libro quella salienza che invero esso non possiede.

Estremamente realistici e per nulla turbati da questa Italia che sta inabissandosi più velocemente della Concordia, appaiono il prof. Monti e lacrima Fornero, quando affermano che la riforma (leggasi eutanasia) del lavoro andrà avanti a prescindere da quello che possa essere il giudizio dei sindacati e dei partiti. E non potrebbe essere altrimenti, dal momento che il peso specifico di tanti manevoli camerieri è ormai prossimo allo zero e si limita a quello delle loro buste paga sulle spalle dei contribuenti.

Inquietante è la figura del ministro Terzi, sempre più uomo della Nato, che in merito alla vicenda dei due marò arrestati in India, continua a barbugliare frasi sconnesse degne del peggior Frattini.

Avvilenti e molto pericolosi appaiono i burocrati di Bruxelles, che obbedendo agli ordini di Washington impongono nuove sanzioni all’Iran, sulla base di colpe immaginarie che non trovano riscontri nella realtà. Ma ancora più avvilente appare il governo golpista nostrano che avalla dette sanzioni, mentre salassa i cittadini italiani attraverso la benzina venduta a peso d’oro.

Patetica la congrega di sindacalisti d’accatto e pacifinti salottieri che si raduna in quel di Roma per dare supporto alla guerra imperialista contro la Siria, pur fallendo miseramente l’obiettivo, al punto che perfino i media mainstream hanno ritenuto opportuno oscurare i pochi intimi convenuti all’appuntamento.

Angosciante, estremamente angosciante, il bellicismo ostentato dalla Nato, che da mesi lavora alacremente in Siria, con l’ausilio dei belatori mainstream, nella costruzione di un calappio che le permetta di scatenare un conflitto utile per giungere fino a Teheran.

Tutto ciò mentre l’imbrunire, timidamente scolora nella notte, il cielo si tinge di catrame e nel caligare immanente anche la luce dei lampioni sembra farsi più fioca.
 


Vedi anche:

ANNUNCIA SUICIDIO SU FB, 20ENNE S'IMPICCA."NON TROVO LAVORO. ADDIO MONDO DI M..."

La casta degli usurai è l'unico e vero nemico

Democrazia o bluff pilotato da bande criminali?
di Antonio Serena - 26/02/2012
Fonte: liberaopinione 

“Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea“.
L’articolo, reperibile in vari siti internet, si rifà ad uno studio condotto a suo tempo dall’Istituto Canadese di Statistica in collaborazione con l’ OCSE ed è stato illustrato dal pedagogista Tullio De Mauro. I suoi contenuti sono stati rielaborati di recente da Piero Angela nel suo libro: A cosa serve la politica, Mondadori, Milano 2011.
Scrive Angela: “L’indagine, compiuta su un campione rappresentativo di cittadini, consisteva in 6 questionari concernenti la lettura, la scrittura, e il calcolo. Le risposte venivano classificate in 5 livelli: il 4° e il 5° livello comprendevano coloro che  avevano conseguito un risultato buono, o ottimo, il 3° livello un risultato mediocre, il 1° e il 2° erano coloro invece a rischio di analfabetismo.
Il quadro, in dettaglio,  è il seguente: il 5 per cento della popolazione non arriva neppure al 1° livello, cioè è letteralmente analfabeta. Ciò vuol dire che il numero degli analfabeti in Italia supererebbe nettamente i 2 milioni! In precedenti indagini risultava un numero inferiore (700 mila) ma derivava da un’autodichiarazione, non da un test reale.
Al 1° livello (rischio di analfabetismo) si trova il 33 per cento degli italiani. E un altro 33 per cento si ferma al 2° livello. Ciò significa che complessivamente oltre il 70 per cento degli italiani (il 71 per cento) non arriva neppure al 3° livello, cioè alla mediocrità!…Solo il 20 per cento si situa nella fascia sopra la mediocrità, e pochissimi raggiungono il 4° e 5° livello”.
L’analisi si presterebbe a mille ed una considerazioni, ma preferiamo soffermarci sulla più elementare. E’ evidente che dei livelli culturali simili non permettono alla stragrande maggioranza delle persone di “orientarsi nella vita” (era questo l’obiettivo dell’indagine), costringendoli a subire l’oppressione di potenti mezzi di informazione che condizionano ogni loro scelta.
Non è forse un caso che, ad esempio in  politica, poche parole d’ordine, ripetute con martellante insistenza abbiano condizionato le masse nell’esprimere un voto che, proprio per queste caratteristiche, non poteva assolutamente definirsi “libero e democratico” come si è cercato di far credere.
Negli anni di piombo (per non allontanarci troppo dal momento attuale) la Democrazia cristiana ha potuto tranquillamente governare, oltre che con i mezzi che deteneva, unicamente barcamenandosi tra gli “opposti estremismi”. Una volta caduta in disgrazia per una serie di coincidenze la prima repubblica, la Lega e PDL sono  subentrati al vecchio regime promettendo un cambiamento che si fondava su alcune parole d’ordine ampiamente condivise dalla gente (difesa delle identità, liberismo economico, lotta all’immigrazione selvaggia) urlate ai quattro venti da una pletora di media asserviti. Non è cambiato molto con Monti,  portato al potere dai potentati economici internazionali, in un momento in cui la partitocrazia  aveva raggiunto i livelli minimi di gradimento popolare, con la promessa di  “salvare l’Italia dalla bancarotta”; in realtà foraggiando con i soldi dei cittadini i maggiori  responsabili dello sfascio economico e produttivo capitalista.
Le potenti iniezioni di evidenti menzogne non scuotono minimamente una popolazione che, specie di questi tempi, ha altro cui pensare. Inebetito da crisi economica e ignoranza, il popolo crede a tutti i ciarlatani che si profilano volta a volta all’orizzonte. Solo per fare qualche esempio, come può un partito che parla di sovranità e indipendenza della nazione o di parti di essa (Padania),  e come possono partiti di sinistra nati all’ ombra di parole d’ordine come tutela del proletariato o antimperialismo, condividere e foraggiare in ogni parte del mondo  “aggressioni militari” a fine di lucro gabellandole per “missioni di pace”?
Possono. Perché la democrazia non c’è ed il popolo non ha gli strumenti culturali adeguati per opporsi a queste nefandezze.
La soluzione del problema consiste nel riuscire a togliere a questa casta di  usurai, unico e vero nemico dopo la caduta delle ideologie,  il controllo pressoché assoluto dell’informazione, aprendo la strada ad una  crescita culturale ed al ritorno ad un programma di vera socialità. Altrimenti assisteremo ad una ribellione violenta ed inarrestabile di masse sempre più numerose di schiavi in un mondo globalizzato che - forse qualcuno non se n’è ancora accorto - non è più quello degli archi, delle frecce e delle riserve indiane.

Rete planetaria di economisti di buon senso


C'è vita intelligente nell’orizzonte teorico degli economisti?
di Ladislau Dowbor - 26/02/2012
Fonte: Associazione Eco-Filosofica
                                    
Traduzione e adattamento dal portoghese di Tiberio Collina per l’Associazione EcoFilosofica

Il deplorevole ritornello [mainstream] economico ritiene ancora che il prezzo delle merci possa essere lasciato nelle mani di un gruppo di speculatori internazionali; che il futuro del petrolio si risolverà da sé stesso; che i cambiamenti climatici siano una prospettiva sgradevole sostenuta da scientisti avidi di prebende (…); che i deficit generati da speculatori finanziari (praticamente il 100% del PIL solo negli USA) debbano essere pagati dai poveri; che la crescente disuguaglianza mondiale la risolverà la mano invisibile. Chi sono i sognatori?

Il mondo avanza gradualmente in quella  che è stata caratterizzata come catastrofe “al rallentatore” (slow motion catastrophe), e gli accordi necessari alla trasformazione del senso profondo delle forme con cui si amministra l'economia, stanno ancora camminando a quattro gambe, gattonando come i bambini. Spaventati dall’accumulo e dalla stratificazione delle prospettive catastrofiche i popoli cercano in qualche modo di tornare al limbo che ha funzionato nel secolo passato e temono naturalmente gli sconvolgimenti. Si genera un tipo di inerzia istituzionale sempre più pericolosa: è necessario rinnovare.

A Parigi, in questo mese di aprile 2011, si sono riuniti economisti di diversi continenti per discutere dei disegni di una “alternativa economica globale”. L'iniziativa è del CCFD-Terre Solidaire, una ONG tradizionale che lotta per i progressi sociali nel pianeta. Sono stati tre giorni di esposizione di preoccupazioni e proposte da parte di economisti che hanno coscienza della dimensione delle sfide, e della fragilità stessa delle proposte innovatrici di fronte agli interessi dominanti che si aggrappano alle vecchie prassi e ai privilegi.

Non è una riunione per dare soluzioni, come un nuovo catechismo con le sue 
regoline. Le sfide sono troppo complesse. Ma ci sono invece linee teoriche in via di definizione.

Julia Wartenberg ha riportato un po' del clima che prevale negli USA, dove un'onda di pessimismo sta spazzando dalla mappa la tanto solida credenza nel progresso indefinito, secondo cui: ogni nuova generazione starà meglio di quella dei padri; le crisi sono cosa da paesi poveri; una persona che voglia lavorare duramente salirà nella vita; e se lasciassimo il mercato lavorare in pace, le cose si risolveranno. Con un debito che equivale ad un quarto del PIL mondiale e il 40% dei guadagni privati provenienti non dalla produzione, ma dalla speculazione finanziaria, realmente è già tempo per gli economisti americani di domandarsi perché le cose non stanno funzionando e cercare soluzioni meno ideologiche e più funzionali.

Gli economisti francesi come Géneviève Azam, Xavier Ricard, Christian Arnsperger e Gael Giraud,  si stanno dando da fare: i paesi ricchi hanno procrastinato i problemi legati al sostituire la domanda basata sui rendimenti reali  con la domanda basata sul credito al consumatore: le popolazioni sono passate al consumare non a partire dal reddito già percepito, ma in funzione del credito ottenuto – con carte di credito o altro – generando così immensi lucri finanziari, ma anche una domanda che va strangolandosi per l'accumulo di debiti. “Perché la vita è ora”, per così dire. Il risultato è un livello di consumo artificiale, di cui oggi si manifestano i contraccolpi.

Con la destra al potere, non sono gli intermediari finanziari che sono chiamati a 
pagare, ma lo sono quelli che dipendono da politiche sociali. In nome dell'austerità si riduce la domanda, approfondendo la crisi.

A partire dagli economisti latino-americani, e in particolare dai rappresentanti 
indigeni, sorge con forza l'idea del “bien viver”, che implica ridurre la corsa iper – attivistica e l'ossessione consumistica, e cercare equilibrio nei valori, negli obiettivi reali rappresentati dalla qualità della vita per le persone, associata al rispetto per Madre Natura. Non è poesia, è buon senso. Idiozia è pensare che possiamo continuare a spogliare impunemente e tenere in equilibrio l'economia concentrando le risorse nelle mani di minoranze.

Teopista Akoyi, dell'Uganda, raccoglie le immense sfide dell'agricoltura familiare, che ancora occupa metà della popolazione mondiale. Sulla linea dell'eccellente relazione International Assessment of Agricoltural Knowledge, Science and Technology for development (IAASTD), col quale ha collaborato, Akoyi analizza il mondo rurale non solo come fonte di produzione ed esportazione, ma come dinamica che deve essere culturalmente accettabile per le popolazioni. L'agricoltura scientifica può perfettamente essere accolta dall'agricoltura familiare, dinamizzando i sistemi tradizionali, invece di espellere le popolazioni con la monocultura estensiva, che genera esaurimento dei suoli agricoli, contaminazione chimica dell'acqua e favelas nelle città.
Affrontiamo senza dubbio élites predatorie, e in gran parte ci sentiamo impotenti. 

Arnsperger pone  con forza la visione della necessità di democratizzare i processi economici, tanto per il rafforzamento della trasparenza, così come per favorire processi che permettano di essere supervisionati, in particolare nel mondo finanziario, che in fondo lavora col denaro di terzi, ma anche in una serie di aree critiche. In realtà non c'è motivo per cui la democrazia si debba fermare alla porta delle corporazioni. 

Ogni attività che comporta impatto sociale deve dar conto alla società, non c'è nessun abuso. Chi ha le mani pulite può mostrarle.
Le elaborazioni che sono sorte nella riunione possono probabilmente trovare in 
questo concetto di democrazia economica il loro denominatore comune. L'economia deve essere al servizio della società. E' tempo che si ripensino i suoi paradigmi, non con le sciocchezze di chi la considera una “scienza”, ma col buon senso. Quella che viviamo oggi è una crisi della visione del mondo. Fino a quando accetteremo la morte di 10 milioni di bambini all'anno,  pur avendo i mezzi finanziari e organizzativi per risolvere il problema?

Alberto Arroyo ci parla del socialismo comunitario, democratico e decentralizzato, invece che di socialismo burocratico. Kavaljit Sing, indiano, presenta il suo Fixing Global Finance, e Oscar Ugarteche si riferisce alla necessità che si trovino forme pratiche di espansione e comprensione del nuovo “senso comune”, in particolare con la generalizzazione dell'accesso alla conoscenza. Ci sono numerose proposte e poco potere. Ma la rete che si va formando nel pianeta tende a generare nuove convergenze.

La realtà è che - per mezzo di innumerevoli iniziative, che vanno dalle riunioni del Forum Social Mundial, fino alla rete Altro Sviluppo, in America Latina, la New Economics Foundation di Londra, l' Ethical Market di NY,  le Alternatives Economiques della Francia, blogs come il nostro Crise e Oportunitade, il movimento Real Economics, il Madhyam dell'India - infine si sta generando una rete planetaria di economisti di buon senso che cominciano a riscattare l'economia in  una visione che la ponga al servizio della società e non solo di un maggiore profitto privato. 

Fonte: Articolo pubblicato da Adital il 28-04-2011.

Keynes non basta più


Keynes non basta più
di Guido Viale - 26/02/2012
Fonte: Il Manifesto
disegualiNon è possibile prospettare una via d'uscita in un quadro nazionale o continentale privo dei riferimenti ai vincoli e alle opportunità offerte dalla crisi ambientale.

L'orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell'inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall'esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch'essi "risorse naturali", anche se utilizzate per devastare la natura); dall'esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che alimentari (il nostro "pane quotidiano"); dall'inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali.
A molte di queste minacce c'è chi pensa di poter fare argine con l'innovazione: nuovi materiali; nuovi processi; nuove tecnologie. È in gran parte un'illusione, ma anche se fosse possibile farlo su una o alcune delle grandi questioni ambientali, è la loro interconnessione in un sistema unico e complesso a imporre un approccio globale.
Parlare di crescita economica, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione,senza fare riferimento a questo quadro, è un discorso vuoto

La crisi ambientale offre all'economia delle opportunità e impone dei vincoli: le opportunità sono note (a chi ha interesse per la questione): sono le potenzialità di una conversione ecologica di produzioni e consumi verso beni e servizi meno dipendenti dai combustibili fossili, meno devastanti per la biodiversità, e verso la qualità e la disponibilità di risorse primarie; le potenzialità di unaoccupazione maggiore e diversa, caratterizzata a una più estesa valorizzazione delle facoltà personali e della cooperazione; le potenzialità legate alle caratteristiche fisiche, storiche e sociali di ogni territorio; i territori sono diversi uno dall'altro e la loro ricchezza dipende dalla conservazione di questa diversità. 

Ma i vincoli sono altrettanto rilevanti: il consumo di suolo e di risorse non può procedere al ritmo seguito finora; molte delle produzioni che hanno guidato lo sviluppo industriale dell'ultimo secolo - dall'edilizia all'automobile, dagli armamenti all'utilizzo dei combustibili fossili, dal turismo di massa alle monocolture alimentari - non potranno continuare per molto sulla stessa strada: non solo per mancanza di risorse e per eccesso di rilasci inquinanti, ma anche per saturazione dei mercati: della domanda solvibile. 

Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori di qualsiasi politica industriale: cioè delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come e dove produrre.
Sono scelte che non possono essere lasciate al mercato, cioè al libero gioco della domanda e dell'offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.
In secondo luogo, la globalizzazione ha trasformato alcune aree geografiche del pianeta in manifatture del mondo. A questo è dovuta la contrazione della domanda di lavoro - qualificato e no - che ha colpito i paesi di più antica industrializzazione, imponendo alle relative classi lavoratrici un drammatico deterioramento delle condizioni di lavoro e di vita: precarizzazione, disoccupazione, contrazione dei redditi, compressione del welfare.
Questo processo ha investito tutti i settori e tutta - o quasi - la gamma delle produzioni e, in misura maggiore, i beni consumati dalle classi lavoratrici: i cosiddetti beni-salario. Mentre nelle cittadelle di più antica industrializzazione sono rimaste quasi solo alcune produzioni di beni di investimento di maggiore complessità, molte delle attività di coordinamento e gestione delle attività delocalizzate e alcuni segmenti di produzioni più o meno tradizionali di beni suntuari (ormai riuniti in un'unica categoria merceologica onnicomprensiva, denominata per l'appunto "lusso"). 

Tutto ciò ha profondamente alterato l'efficacia delle politiche economiche. Gli Stati ne hanno perso alcune (la determinazione del tasso di sconto, la politica dei cambi, la creazione di moneta, la politica doganale) o per averle cedute a enti sovranazionali (è il caso dell'Unione europea e soprattutto dell'eurozona); o perché esse sono state di fatto requisite dalla finanza internazionale: cioè da organismi di diritto privato detentori - e anche creatori - di una massa monetaria sufficiente a condizionare le decisioni di ogni Stato: anche di quelli più potenti. Ma, soprattutto, le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono distribuire i loro effetti (diluendoli o moltiplicandoli) su tutto il resto del mondo (lo si è visto con la crisi dei mutui subprime) e magari non avere alcun effetto, né positivo né negativo, nel paese dove sono state prese.
Ciò ha minato molte delle misure di sostegno della domanda di matrice keynesiana con cui di recente si è cercato di stimolare la produzione e, con essa, l'occupazione. Raramente oggi gli incrementi di produzione si traducono in aumenti dell'occupazione - a volte innescano salti tecnologici o organizzativi che addirittura la riducono - ma sempre meno la produzione aggiuntiva messa in moto da una politica di sostegno della domanda riguarda lo stesso paese in cui è stata adottata. Lo si è visto con gli incentivi alla rottamazione con cui quasi tutti i paesi occidentali hanno cercato di fare fronte alla crisi del 2008-2009: in molti casi il sostegno all'occupazione nazionale è stato insignificante.
Ma questo è particolarmente vero per la maggioranza dei beni-salario il cui consumo potrebbe essere alimentato da un sostegno ai redditi più bassi. Gli effetti riguarderebbero soprattutto beni di importazione a basso costo; il che si traduce solo in maggiori squilibri della bilancia commerciale da finanziare con l'indebitamento. 

Le politiche keynesiane che hanno sorretto lo sviluppo dei cosiddetti "trenta (anni) gloriosi" erano tarate sul contesto di uno Stato nazionale ancora in gran parte in possesso delle principali leve della politica economica (e che non per questo aveva rinunciato a sviluppare anche una robusta politica industriale adatta alle condizioni dell'epoca: per esempio nel campo della siderurgia, degli approvvigionamenti energetici, della navigazione, della infrastrutturazione e, ovviamente, degli armamenti; per sconfinare magari in campi, come l'alimentare o l'automobile, da cui avrebbe forse potuto esentarsi). Ma oggi un ragionamento sulle "vie di uscita" dalla crisi sviluppato in un quadro nazionale (come quello al cui interno hanno funzionato per alcuni decenni le politiche keynesiane), o anche continentale, ma privo di riferimenti ai vincoli e alle opportunità indotti dalla crisi ambientale non è più plausibile.
Non ha più molto senso ragionare su meri aggregati economici espressi in termini monetari, senza tener conto che nessuna politica economica è più praticabile senza una contestuale politica industriale che orienti e condizioni l'oggetto delle produzioni e le modalità (individuali o condivise) del consumo di molti beni e servizi. Questo, a mio avviso, è un limite inemendabile delle analisi e delle proposte correnti di stampo keynesiano, come quelle peraltro esemplari di Giorgio Lunghini sul manifesto del 16 febbraio («Riscopriamo Keynes per uscire dalla crisi»). 

Non solo; una politica industriale che faccia riferimento alla crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili - la "conversione ecologica" - non è concepibile se non in un contesto di progressiva riterritorializzazione: con un ridimensionamento e una rilocalizzazione delle produzioni in prossimità (relativa) dei mercati di smercio; o in un rapporto diretto - o comunque meno esposto alle alee di un interscambio non programmato - tra produzione e consumo. 

Questo indirizzo, che non è protezionismo né abolizione, della competitività (l'idolo del nostro tempo) ma una sua moderazione certamente sì, rimette al centro delle politiche economiche e industriali il governo del territorio. Ed è anche, a mio avviso, l'unica alternativa plausibile al progressivo deterioramento dell'occupazione, dei redditi e delle condizioni di vita delle classi lavoratrici dell'occidente industrializzato, ormai trascinate in una corsa al ribasso per allinearle a quelle dei paesi emergenti; la politica salariale della Grecia (salari minimi quasi al livello di quelli cinesi) ne rappresenta oggi la manifestazione più lampante.

Péto floscio contro Bankenstein...


Conto corrente gratis, proteste delle banche

Il governo vara nuove norme che sembrano finalmente, almeno in parte, adeguare l'Italia agli standard europei. Saranno gratuiti i conti correnti per i pensionati con meno 1.500 euro al mese. Saranno liberalizzate le polizze assicurative sui mutui, mentre le spese per le carte di credito saranno a carico della banca.


Il governo risponde alle accuse di amicizia nei confronti delle banche con delle norme nel pacchetto Salva Italia e Liberalizzazioni che obbligano le banche a proporre dei conti correnti senza spese per i pensionati con redditi inferiori ai1.500 euro al mese.
Non è stato specificato però se la somma sia da intendere netta o lorda, differenza che cambierebbe moltissimo l’impatto sia sui cittadini che per le banche. Proteste dall’ABI che vede nella norma una riedizione del “servizio pubblico” applicato in passato dalle banche pubbliche, ora privatizzate. Inoltre l’ABI lamenta delle perdite calcolate intorno al miliardo di euro, calcolando che mediamente, secondo la Banca d’Italia, un conto corrente costa circa 110 euro annui e che i pensionati in Italia sono quasi 17 milioni.
Altra norma contestata è la polizza vita da collegarsi ai mutui, che il governo vuole allargare anche ad istituti esterni a quello che eroga il mutuo. Le banche infatti dovranno proporre, oltre alla loro polizza standard, anche altre due individuali formulate da altri istituti che non abbiano nessun collegamento a livello societario ed azionario con la banca in questione. Inoltre il cliente sarebbe libero di scegliere altre polizze da lui reperite sul mercato. L’Abi lamenta il fatto che, secondo i dati in suoi possesso, le attuali norme assicurative funzionano molto bene, e queste nuove norme potrebbero complicare l’erogazione dei mutui.
L’ultima norma riguarda gli adeguamenti agli standard europei nelle spese di utilizzo delle carte di credito, almeno fino a spese di 100 euro. Le spese attualmente in Itala sono addebitate al cliente, mentre con questa norma sarebbero a carico dell’istituto. La norma, più volte inserita e poi cancellata, dovrebbe, questa volta, proseguire il suo iter senza intoppi.