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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

giovedì 16 maggio 2013

Basta coi trattati segreti antidemocratici !




Materiali per una riflessione
Maria Pilar Buzzetti, Giacomo Gabellini, Ali Reza Jalali, Matteo Pistilli, Andrea Turi
In un quadro globale ed europeo economico e geopolitico in forte cambiamento è necessario iniziare alcuni percorsi di riflessione su tematiche cristallizzate e rimaste ferme a contesti ormai lontani nel tempo. L’Alleanza del Nord Atlantico rappresentando una sistemazione geopolitica legata alla fine della seconda guerra mondiale è l’istituzionalizzazione di ideologie ed equilibri forse oggi controproducenti. E’ opportuno rilanciare quindi il dibattito accademico sia da un punto di vista geopolitico che relativamente ai costi, partendo dal significato della Nato e dalle conseguenze che produce.

La Fed fomenta una guerra valutaria globale

www.resistenze.org - osservatorio - economia - 09-05-13 - n. 453

Le farneticazioni di Stockman
 
Zoltan Zigedy | zzs-blg.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
21/04/2013
 
Capita ogni tanto che, appaia un articolo sulla stampa di larga diffusione che offre un'analisi più profonda, più riflessiva degli affari umani, un documento in cui c'è un accenno o una traccia di una verità taciuta al di là della poltiglia servitaci dalla stampa prezzolata. Una tale occasione è stata la pubblicazione su The New York Times di un'analisi intitolata "Lo stato naufragato: la corruzione del capitalismo in America" (31 marzo 2013) scritta da David Stockman, Direttore dell'Ufficio del Bilancio sotto Reagan.
 
Stockman ora si ribella al repubblicanesimo corporativo e crede veramente negli antichi principi enunciati da Adam Smith e da altri pensatori capitalistici classici. Nonostante i repubblicani corporativi cerchino di ingraziarsi la frangia turpe e fascista del loro partito, finiscono sempre per dividere il letto con i ricchi e i potenti. Stockman, invece, abbraccia le virtù mitiche dell'impresa a conduzione familiare e la democrazia partecipativa. In termini marxisti classici, egli rappresenta l'ideologia della piccola borghesia.
 
Nella palude occupata dai politicanti democratici e repubblicani - il terreno fertile da cui nasce la politica convenzionale - opinioni come le sue sono sgradite. I politici di sani principi di destra e di sinistra, sono egualmente estranei ai serpenti e ai topi: predatori delle persone cognitivamente deboli e sprovvedute.
 
Stockman è nel panico perché vede al di là dell'euforia dei mercati azionari e dei commenti da inguaribili ottimisti che hanno prodotto i deliri di massa degli ultimi mesi. E ciò che vede lo fa arrabbiare.
 
Stockman costruisce un atto di accusa, una lista di accuse contro l'attuale economia degli Stati Uniti: la crescita della produzione è del tutto inadeguata; i posti di lavoro sono sia indecentemente scarsi che mal retribuiti; i redditi e i patrimoni netti dei cittadini "medi" sono in calo mentre la povertà è in aumento. Chiunque voglia comprendere quello che sta realmente accadendo, questi non sono segni di una reale ripresa economica o di un successo sistemico. Egli osserva che "per quanto riguarda le politiche monetarie e fiscali abbiamo avuto otto decenni di attivismo sempre più frenetico finalizzato a contrastare le cicliche crisi del libero mercato e la sua presunta tendenza a sottoprodurre posti di lavoro e rendimento economico. Il conto è stato pesante". Eppure immaginate il conto se non fosse stato preso alcun provvedimento! Sicuramente, questa critica non intenzionale a 80 anni di governo monopolistico di Stato equivale a un devastante atto di accusa contro il capitalismo moderno. Se l'era del capitalismo monopolistico di Stato non può fare di meglio che produrre la triste situazione delineata da Stockman, è decisamente un fallimento.
 
Stockman osa pronunciare una verità che sconforta profondamente i liberali e i socialdemocratici: "[La Seconda Guerra Mondiale] ha fatto molto di più per porre fine alla depressione di quanto ha fatto il New Deal", anche se loda erroneamente gli anni di Eisenhower per la sua "efficace rettitudine fiscale e monetaria". Forse è troppo giovane per ricordare i massicci aumenti della spesa militare, l'ambizioso sistema autostradale interstatale e l'enorme crescita della spesa pubblica causata dalla guerra fredda e il panico creato dallo Sputnik. In ogni caso, la dose di socialismo di guerra e il "... frenetico attivismo" del capitalismo monopolistico di Stato hanno tenuto a galla la nave capitalista, anche se con sempre meno ricompense per la maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti.
 
Stockman vede correttamente che negli Stati Uniti i rimedi perseguiti dal capitalismo monopolistico di Stato hanno indirizzato negli ultimi decenni quantità sempre maggiori del lubrificante dei fondi pubblici verso il settore finanziario: la politica monetaria seguita dalla Federal Reserve Bank dal 1987 al 2000 ("the Greenspan Put"), il salvataggio a lungo termine del capitale di gestione, l'estensione di tassi di interesse bassissimi, TARP, gli acquisti da parte della Federal Reserve di obbligazioni spazzatura dalle banche, il sostegno ai prezzi delle obbligazioni federali e il supporto dei mercati azionari. Egli chiama questo, non a torto, "keynesismo per i ricchi".
 
E questo è un punto saliente. È un luogo comune descrivere le differenze tra i politici democratici e repubblicani dopo gli anni Reagan come pro e anti-keynesismo. Ma questo è sbagliato. Ironia della sorte, è stato solo sotto l'amministrazione Clinton, che la crescita della spesa pubblica è stata in qualche modo ridotta e l'espansione fiscale e monetaria oggi rimane uno strumento di cui dispone la classe dirigente ben dopo la partenza di Reagan. Certamente l'idea keynesiana che debba essere il governo che rimette in moto l'economia ha assunto forme nuove e in evoluzione nel corso dei decenni: la creazione di posti di lavoro diretti, le spese militari, programmi spaziali massici, progetti infrastrutturali, partnership pubblico-privato, salvataggio di istituzioni finanziarie e la stimolazione della domanda finanziaria. Mentre l'uno o l'altro possono essere strumenti per rimettere in moto l'economia privilegiando chi è dominante in un dato momento, è di gran lunga più importante distinguere le somiglianze tra le forme che le loro differenze. L'intervento dello Stato nei mercati continua ad essere al centro del capitalismo monopolistico di Stato contemporaneo. Stockman capisce questo, altri no.
 
Nel racconto di Stockman, l'attivatore della ripresa economica in tutte le sue forme è stato il debito. Prendere in prestito o stampare valuta è il mezzo per continuare la cura di "frenetico attivismo della politica fiscale e monetaria". Ma, a suo avviso, questa cura sta perdendo la sua efficacia. "Il futuro è tetro". E "La Fed ha fomentato una guerra valutaria globale (il Giappone ha appena firmato, i brasiliani e i cinesi sono arrabbiati e la zona euro dominata dai tedeschi si sta sgretolando) che presto la sopraffarà..."
 
Un quadro davvero desolante, ma radicato nella realtà.
 
Quindi, se il capitalismo moderno - nella sua forma monopolistico di Stato - è un disastro, questo significa che Stockman abbraccia il socialismo?
 
Sicuramente no. Punta invece su un nostalgico ritorno al sistema monometallico aureo. Evitando ciò che egli chiama "metastasi finale", "necessiterebbe un radicale divorzio tra lo Stato e l'economia di mercato [il rifiuto in blocco del capitalismo monopolistico di Stato! ZZ]. Ci vorrebbe una rinuncia del capitalismo clientelare e del suo cugino di primo grado: l'economia keynesiana in tutte le sue forme. Lo Stato dovrebbe rinunciare alla tracotanza imperiale, allo stimolo economico e alla previdenza sociale e spostare la sua attenzione alla gestione e al finanziamento di un'efficace e non dispendiosa rete di sicurezza sociale basata su accertamenti del reddito".
 
In breve, Stockman evoca un tempo idilliaco prima del capitalismo monopolistico di Stato, un tempo che appare nell'immaginario della piccola borghesia come sana concorrenza, imprenditorialità, e opportunità. Per lui, l'età dell'oro del capitalismo sarebbe l'epoca prima della Grande Depressione quando gli Stati Uniti erano una nazione di piccole cittadine, aziende a conduzione familiare, l'industria vivace ed espansiva e una politica estera isolazionista. Naturalmente ogni pretesa di continuità o di vitalità di quel periodo è stata distrutta dalla Grande Depressione. In realtà, le politiche deplorate da Stockman, servivano per invertire temporaneamente l'ulteriore contrazione del sistema capitalistico prodotto da quell'era fantastica.
 
Stockman può desiderare un ritorno a un'era del passato come altri potrebbero desiderare di viaggiare nel tempo alla corte di Luigi XIV, ma ciò non può avverarsi. Il capitalismo, come ogni organismo, ha una propria durata di vita, la propria storia. Salvato da una malattia critica, il capitalismo è passato dal suo periodo liberistico a un periodo di intensificazione degli interventi e intromissione nella gestione da parte dello Stato. Ora, anche quella fase di sviluppo del capitalismo (il capitalismo monopolistico di Stato) è gravemente malata. Non mi permetto di predire la morte imminente del capitalismo, ma so di certo non sarà rianimato rivivendo il suo passato, come fantastica Stockman.
 
In un'epoca in cui liberali e conservatori litigano in modo pietoso sul giusto mix di austerità e stimoli, Stockman è un benvenuto tradizionale araldo della profonda crisi che colpisce il capitalismo globale. La sua ansia e rabbia riflettono una più profonda comprensione delle contraddizioni del momento. La sua farneticazione, con l'aggiunta di sarcasmo e vetriolo, è in netta contrapposizione al compiacimento degli "esperti" opinionisti tirapiedi.
 
Krugman sale sul ring
 
Lo sproloquio di Stockman ha generato una tempesta in opposizione. I progressisti e la sinistra nebulosa e spappolata sono stati particolarmente offesi. A differenza di Stockman, vorrebbero mandare l'orologio indietro ai primi anni Settanta: un altro presunto tempo "idilliaco", quando il sindacalismo aziendale stava generando buoni contratti, i programmi della "Great Society" erano in fiore e la guerra in Vietnam volgeva alla fine (almeno per i combattenti degli Stati Uniti). I frutti delle lotte per i diritti civili e le rivolte urbane si sono concretizzati nella creazione di programmi, burocrazie, e altri agenti tampone contro l'insurrezione in patria. Posti di lavoro a servizio della Grande Società hanno generato uno strato di social-liberali che sono diventati la base di una sinistra socialdemocratica dentro e fuori il Partito Democratico. Per loro, il mondo è diventato malvagio e minaccioso con la "rivoluzione" reaganiana, un movimento che chiamano neo-liberismo.
 
Nella sua zuffa con Stockman, Paul Krugman, editorialista del New York Times, ha assunto il ruolo di salvatore e protettore dei loro interessi e delle loro prospettive. Krugman, il beniamino della sinistra "rispettabile", ha attaccato Stockman per la sua critica audace dei risultati ottenuti dagli interventi dello Stato nell'economia capitalistica. Chiunque segua Krugman sa che la sua risposta alla crisi è una soluzione semplice: spendere fondi pubblici e spendere liberamente fino a quando un bel giorno torna un nuovo periodo di crescita. La sinistra light trova questa una soluzione gradevole perché promette di salvare il capitalismo (e prevenire il socialismo!) mentre crea una base materiale potenziale per i programmi di welfare che gli stanno più al cuore. E' semplicemente la fantasia di un altro New Deal. E non importa che Krugman non condivida la fantasia!
 
A quanto pare, la battaglia Stockman-Krugman ha meritato un'importante comparsa mediatica alla presenza dei chiacchieroni della domenica mattina, il grande palcoscenico che i nostri media spacciano per programmi intellettuali. Se non ho avuto lo stomaco di guardare il combattimento tra i due, arbitrata da artisti del calibro di Huffington, Van Sustern e Will, vorrei raccomandare un resoconto divertente dell'incontro scritto da Mike Whitney e pubblicato su Counterpunch ("Krugman vs Stockman", 11 aprile 2013).
 
Il merito del racconto di Stockman è che egli è giustamente indignato con un sistema economico che ha portato al fallimento la grande maggioranza delle persone e inflitto grande dolore e incertezza. Va al di là della retorica dominante del "siamo tutti sulla stessa barca" e "siamo tutti responsabili" di non trovare l'origine del marciume sistemico nel capitalismo. Stockman correttamente trova che l'origine del marciume è da imputare al capitalismo monopolistico di Stato, lo stadio del capitalismo evoluto per salvare il sistema dalle contraddizioni accumulate dal capitalismo liberistico, contraddizioni emerse durante la Grande Depressione. Ma non può andare dove la logica lo porterebbe. Non è capace di prendere in considerazione opzioni che trascendono il capitalismo. Così, egli si rassegna a una patetica nostalgia per un'epoca passata in cui le contraddizioni del capitalismo non sembravano così evidenti. Mentre estende i confini del pensiero convenzionale, non riesce a vedere al di là dei mercati e della proprietà privata, non scorge il socialismo.
 
Krugman e la maggior parte della sinistra statunitense sono pienamente convenzionali nel loro pensiero: offrono una gestione più "illuminata" del sistema economico e un capitalismo allegro con un volto umano anche se hanno difficoltà a individuare un periodo in cui il capitalismo ha veramente indossato un volto umano. Ciò nonostante, sono irriducibili davanti a una crescente ondata di interesse nell'opzione socialista e risoluti nella loro paura e nel rifiuto del vero socialismo.
 
Assillati da cinque anni di incessante crisi economica e l'aumento di segni di favore verso il socialismo, in particolare tra i giovani, la nostra inetta sinistra offre un piatto freddo di slogan vuoti di localismo, anti-consumismo, insulsa democrazia "partecipativa", cooperative e una vacua "new" economy. Come se queste potessero essere le risposte al sistema delle multinazionali statunitensi con i suoi 17.000 miliardi di dollari, mastodonte del capitale monopolistico. In verità, si tratta di semplici evasioni e dissimulazioni.
 
Se Stockman ha ragione e il capitalismo è "naufragato", allora è il momento di lasciare il relitto e passare al socialismo.

Intervista di Ballaro' ad Alfonso Luigi Marra