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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

venerdì 31 maggio 2013

Domenico Moro: Club Bilderberg

www.resistenze.org - segnalazioni resistenti - libri - 27-05-13 - n. 455

Domenico Moro: Club Bilderberg - Gli uomini che comandano il mondo


Recensione di Alexander Höbel

Sul Gruppo Bilderberg e organismi affini è fiorita in questi anni una letteratura di taglio "complottistico" che, per quanto attraente per molti lettori, di fatto non favorisce una reale comprensione del fenomeno. In una direzione diversa va invece il libro di Domenico Moro (Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti 2013), che colloca la questione in un quadro più ampio, quello dell'attuale fase della storia del capitalismo e delle dinamiche della lotta di classe; Moro insomma affronta il problema da un punto di vista marxista.

Se il titolo e il cuore del libro riguardano il Club Bilderberg (cui si aggiunge la più giovane Trilateral), sullo sfondo ci sono questioni più complessive, il ruolo delle élite(e del "ritorno delle élite" parla anche l'ultimo libro di Rita di Leo), i caratteri dell'attuale oligarchia capitalistica trans-nazionale, le forze di classe in campo e gli scontri in atto sul piano globale, la questione della democrazia e della sua crisi.

Se partiamo da quest'ultimo punto, non possiamo che partire dalla straordinaria avanzata della "democrazia organizzata", della partecipazione popolare e dei partiti di massa, che riguardò molti paesi e l'Italia in modo particolare negli anni Sessanta e Settanta. Fu allora che la domanda sociale crescente trovò sbocchi politici e anche legislativi nella costruzione del Welfare State e in quelle riforme (riforme vere, ben diverse dalle controriforme degli ultimi decenni) che determinarono il progresso sociale e civile, tra gli altri, del nostro paese. La costruzione dello Stato sociale - forma peraltro del salario indiretto - e le conquiste salariali vere e proprie, accanto al generale spostamento nel rapporto di forza tra le classi nella società, nella politica e nelle istituzioni rappresentative (dunque nello Stato stesso), misero dunque in allarme le classi dominanti, che proprio negli anni Settanta (apice della loro difficoltà sul piano mondiale) avviarono la loro micidiale controffensiva, dotandosi di strumenti nuovi, quali appunto la Commissione trilaterale. E non a caso, uno dei primi documenti di questa struttura, fu quel testo sulla "crisi della democrazia" che Domenico Moro cita ampiamente, opera di quel Samuel Huntington che diventato famoso in anni recenti per la sua pseudo-teoria dello "scontro di civiltà", e di Michel Crozier, il quale individuava il pericolo principale nei partiti comunisti, a partire da quelli europei, "le sole istituzioni rimaste nell'Europa occidentale la cui autorità non venga messa in dubbio" (p. 119).

Da allora, nel dibattito pubblico, la governabilità iniziava a prendere il posto della rappresentanza, fino a sostituirla quasi del tutto, giungendo a quello svuotamento delle istituzioni rappresentative e alla conseguente apatia politica di massa che oggi sono davanti ai nostri occhi.

Il libro di Moro, peraltro, mostra come quella controffensiva fosse iniziata ancora prima, negli anni Cinquanta; gli anni più duri della guerra fredda, quelli della nascita di Gladio e della rete Stay-behind, e appunto del Club Bilderberg, fondato nel 1954 da esponenti del grande capitale come David Rockefeller. E non a caso, l'anticomunismo e la lotta al blocco sovietico sono al centro dei primi incontri del Club. Ma che cosa è dunque il Gruppo Bilderberg? Secondo la definizione che ne dà Domenico Moro, è "il luogo dove il capitale finanziario si incontra con la politica internazionale" (p. 72), e infatti al suo interno troviamo finanzieri, proprietari e dirigenti di corporation, grandi manager privati e pubblici, uomini politici, accademici, giornalisti. Ed è molto interessante il meccanismo descritto nel libro, quello delle "porte girevoli", per cui un ministro (o, nel caso degli USA, un segretario di Stato) si ritrova poi al vertice di una multinazionale, o magari ne aveva fatto parte prima (tipici i casi di Dick Cheney, Donald Rumsfeld e molti altri esponenti dell'amministrazione Bush), mentre grandi manager pubblici come Romano Prodi dopo aver portato avanti massicce privatizzazioni si ritrovano presidenti del Consiglio o ai vertici dell'Unione europea, o ancora uomini come Mario Draghi passano da presidente del Comitato economico e finanziario del Consiglio della UE a direttore generale del Ministero del Tesoro italiano, per poi diventare vicepresidente della Goldman-Sachs, infine governatore della Banca d'Italia e infine presidente della Banca centrale europea.

Ed è inquietante il dato - documentato da Moro - per cui per il Club Bilderberg sono passati tutti i ministri delle Finanze italiani degli ultimi anni, due governatori della Banca d'Italia e almeno due presidenti del Consiglio, tra cui quello attualmente in carica.

La commistione e lo scambio continuo tra settori diversi dell'oligarchia è a sua volta il riflesso di un intreccio sempre più stretto fra grandi corporation, Stati e organismi sovranazionali. Quella che compare sulla scena è dunque una nuova classe dominante, quella che Leslie Sklair chiama "classe capitalistica transnazionale", una definizione ripresa in Italia da Luciano Gallino (La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza 2012) e che anche Domenico Moro fa propria e sviluppa, descrivendo attraverso alcuni dei suoi principali esponenti una classe, che oltre che nel Club Bilderberg e nella Trilateral trova luoghi di coordinamento e "camere di compensazione" anche in altri organismi, come il World Economic Forum di Davos.

Questa classe - il libro lo mette bene in luce - ha vari punti di forza: la grande omogeneità ideologica, una forte capacità di egemonia attraverso think-tank e mass-media, e infine appunto quel carattere trans-nazionale che ha spiazzato il movimento operaio. E però ha anche rilevanti punti deboli. Come osserva l'Autore, infatti, la complessità del quadro e la stessa molteplicità della sua composizione e dei suoi interessi pongono seri limiti "alla sua capacità di controllare il processo sociale complessivo e soprattutto di organizzare un ordine mondiale" stabile (p. 131). Non a caso, la potenza ancora egemone, quella statunitense, attraversa una crisi grave, che ha finora superato grazie al signoraggio del dollaro e alla sua stessa collocazione nel mercato mondiale; ma non è più in grado di svolgere il suo ruolo, e quindi è sempre più spesso indotta all'uso della forza militare, attuando quello che alcuni studiosi hanno definito un "dominio senza egemonia", per non parlare della crisi di legittimità che si è aperta ormai esplicitamente. E non a caso il restringimento degli spazi democratici continua, all'interno degli Stati nazionali e grazie alle cessioni di sovranità ad organismi sovranazionali privi di ogni legittimazione.

D'altra parte, Moro osserva come questa classe abbia potuto portare avanti il suo programma anche grazie alla globalizzazione, alla mondializzazione del ciclo produttivo, dei mercati e dell'economia in generale, che ha messo in seria difficoltà il movimento dei lavoratori, che fino ad allora aveva contrastato l'avversario sul terreno nazionale, ottenendo risultati non irrilevanti.

Se questo è vero, è chiaro che i versanti su cui agire sono almeno due: la difesa degli spazi di sovranità nazionale rimasti e la ricostruzione di spazi di sovranità popolare sulle decisioni più rilevanti; l'internazionalizzazione della risposta, dell'organizzazione e della strategia del movimento operaio che incredibilmente - nato internazionalista - proprio su questo terreno è rimasto indietro. Su entrambi i fronti - e su quello di una nuova lotta per la democrazia - il fronte che si può costruire è molto ampio, a patto che ci si doti degli strumenti di analisi e controffensiva ideologica e culturale, e di organizzazione politica e sindacale, adeguate; in sostanza a patto che il movimento dei lavoratori riacquisti una sua autonomia strategica. Lo slogan "voi 1%, noi 99%" sebbene ingenuo e per certi versi sbagliato, segnala che si sta facendo strada una nuova consapevolezza della contrapposizione di interessi tra la stragrande maggioranza della popolazione e oligarchie sempre più ristrette, uno dei punti essenziali della riflessione di Marx.

Su questa strada, i comunisti e gli anticapitalisti in generale hanno praterie davanti a sé, o se si preferisce un oceano dentro al quale devono reimparare a nuotare. Per farlo devono però tornare a orientarsi attraverso un serio lavoro di analisi. Il libro di Domenico Moro offre in tal senso un contributo importante.

Domenico Moro

Club Bilderberg

Editore Aliberti

2013

Pagine: 171

Prezzo: 14 Euro

Signoraggio: la rete è in rivolta, vuole la verità

Le Anti-Iene: "Bilderberg: perché la tv non ne parla" (VIDEO)

Alessandro Carluccio e Francesco Amodeo, le due anti-Iene, dopo aver criticato il programma di Italia Uno le Iene Show, girano il loro secondo servizio diventando loro stessi giornalisti d’inchiesta. Nel video svelano i rapporti del nostro paese con il Gruppo Bilderberg, il MES e il signoraggio bancario.more ima


Romano Prodi è il nuovo candidato del PD per il Quirinale-DIRETTA
Alessandro Carluccio e Francesco Amodeo di nuovo insieme all’attacco contro i media tradizionali, le due anti-Iene  realizzano il loro secondo video contro lo show televisivo Le Iene, in onda su Italia Uno, insoddisfatti della mancata risposta del programma al loro primo servizio, visualizzato in rete da oltre un milione e mezzo di utenti (clicca qui per vedere il primo video). I due questa volta non si limitano soltanto a criticare il finto giornalismo di Italia Uno, ma vestono loro stessi i panni dei giornalisti d’inchiesta e realizzano un servizio scottante sulle relazioni del nostro paese e  il gruppo Bilderberg, il MES e il signoraggio bancario. Il video contiene l’intervista all'autore del best-seller “Il Club Bilderberg”, Daniel Estulin. Il gruppo Bilderberg è una riunione annuale, su invito, di circa 130 partecipanti tra politici, giornalisti, economisti e banchieri in cui vengono trattati temi di rilevanza globale in campo militare, economico e politico. Nessuna dichiarazione viene rilasciata al termine della conferenza e l'incontro è chiuso ai media, l'unica cosa che si conosce sono i nomi dei partecipanti. Lo scopo del Bilderberg, secondo Daniel Estulin e molti altri, è di togliere il potere ai Governi Sovrani e di creare un ente sovranazionale che funzioni come un SPA. Durante l'intervista emerge che sia il nostro attuale presidente del consiglio, Enrico Letta, sia il primo ministro uscente Mario Monti fanno parte del Bilderberg, Monti è addirittura un membro del comitato direttivo ed entrambi sono stati presidenti della Commissione Trilaterale,un gruppo di studio non governativo e non partitico, anch'esso al centro delle maggiori teorie del complotto.
Anche Emma Bonino, non a caso Ministro degli Esteri, e Romano Prodi ne fanno parte e quest’ultimo è stato anch’esso presidente della Commissione Trilaterare, in tutti e tre i casi (Letta, Monti, Prodi) questi fatti accadevano nell'anno precedente alla loro elezione come Presidenti del consiglio. Silvio Berlusconi invece non è stato mai invitato alle riunioni segrete poiché ritenuto del tutto inaffidabile e troppo focalizzato sui propri interessi ma comunque non ha mai avuto alcun interessamento a denunciare il fatto tramite le sue televisioni per paura di una ripercussione negativa in borsa del titoloMediaset. Tra i nomi dei membri compaiono non solo politici ma anche imprenditori come Franco Bernabè, attualmente Presidente Esecutivo di Telecom Italia. Nel video vengono mostrate le immagini di Mario Monti e del suo esecutivo che si recano a un incontro del Bilderberg avvenuto a Roma lo scorso Novembre, tra gli invitati compare anche Gianni Alemanno, sindaco di Roma.
Altri temi scottanti vengono poi trattati come il Meccanismo Europeo di Stabilità(MES) e il signoraggio bancario. Il MES, detto fondo salva stati, non è altro che un organo intergovernativo formato dai 17 ministri delle finanze dei paesi che aderiscono al fondo, dal presidente della BCE e di quello dell' Eurogruppo, i quali gestiscono 700 miliardi di euro (l’Italia si è fatta garante per 125 miliardi) senza controllo alcuno, con regole perverse e pericolose per l'economia globale (clicca qui per approfondire: Cos'è il MES? I 125 mld di cui politici e media non parlano). Il video conclude con l'intervento in parlamento dell'onorevole Carlo Sibilla (M5S), che denuncia per la prima volta alla camera il signoraggio bancario e il Gruppo Bilderberg.
La rete è in rivolta, vuole la verità e Carluccio e Amodeo hanno tutte le intenzioni di continuare a informare liberamente.

Movimento 5 Stelle - Ognuno vale uno

Alta Vendita di terreni, invece dello sviluppo


Svendere gli immobili con risparmi dei cittadini

di Marco Bersani

Pubblicato sabato 18 Maggio 2013
Nel dicembre 2011 Deutsche Bank presentò direttamente alla Troika il rapporto “Guadagni, concorrenza e crescita”, con cui proponeva per una serie di paesi europei un gigantesco piano di dismissioni, proporzionale a quello che coinvolse la ex Germania Est dopo la riunificazione del 1990. Alcuni passaggi relativi al nostro Paese sono senz’altro significativi: “ (..) I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. Attualmente, si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL); ma una particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici, il cui valore totale corrente arriva a 421 miliardi di euro, con un 10% attualmente non in uso, che potrebbe essere messo in vendita con relativamente poco sforzo o spesa”.
Deutsche Bank, nel rapporto rimasto a lungo segreto, si richiama direttamente al Treuhandanstalt tedesco, l’Istituto di Gestione Fiduciaria che, tra il 1990 e il 1994, garantì la dismissione di circa 8.000 aziende dell’ex DDR a vantaggio delle imprese dell’ovest, per un valore patrimoniale di 600 miliardi di marchi tedeschi (307 miliardi di euro attuali). “La situazione difficile sui mercati finanziari non è un ostacolo – afferma il rapporto – Una modalità consisterebbe nel trasferire gli attivi ad un’agenzia incaricata esplicitamente di privatizzazione. Questa potrebbe in seguito, a seconda della congiuntura dei mercati, scaglionare la vendita nel tempo”.
Sembra esattamente il ruolo che Cassa Depositi e Prestiti si sta ritagliando verso gli enti locali con il nuovo Fondo Investimenti per la Valorizzazione degli immobili comunali (Fiv), che ormai da mesi propaganda attraverso un tour nelle maggiori città italiane.
Tra patto di stabilità, fiscal compact, spending review e drastica riduzione dei trasferimenti erariali, gli enti locali sono prossimi al collasso e impossibilitati ad assolvere alla propria funzione sociale : quale miglior occasione per tirare un po’ il fiato di una bella svendita del patrimonio pubblico? E quale miglior beffa del realizzarla utilizzando il risparmio postale dei cittadini?
Cassa Depositi e Prestiti si propone all’ente locale come consulente per la definizione del valore degli immobili, assegnandogli un prezzo. Da quel momento, l’ente locale potrà metterli in vendita e, se riuscirà a farlo ad un prezzo superiore, avrà fatto un buon affare; in caso contrario, gli immobili verranno acquistati da Cdp al prezzo fissato e messi successivamente sul mercato.
In pratica, si utilizza la drammatica situazione di difficoltà finanziaria nella quale sono stati scientemente condotti gli enti locali dopo anni di politiche liberiste, per permettere loro di “fare cassa” una tantum, deprivando i cittadini di beni pubblici che potrebbero a ben altri scopi essere riutilizzati. Con il paradosso di un’espropriazione di beni collettivi fatta utilizzando i risparmi postali dei cittadini stessi.
Se tutto ciò non bastasse, ci sono sempre i servizi pubblici locali da mettere in vendita, e anche in questo settore Cassa Depositi e Prestiti si sta velocemente attrezzando con Volano Utilities, proponendosi come partner ideale per accompagnare gli enti locali nella privatizzazione dei servizi a rete, nella fusione tra sociètà partecipate, nella messa sul mercato dei beni comuni.
Se questo è il quadro, diviene evidente come la riappropriazione della democrazia locale e di prossimità passi necessariamente per la socializzazione di Cdp e la restituzione alla stessa di un ruolo pubblico, sociale e partecipato dalle comunità territoriali. Pubblicato su Il Manifesto del 17 Maggio 2013