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La creazione ed il riciclaggio del denaro-fantasma invisibile ai bilanci bancari

sabato 4 giugno 2016

BPVI: Magistratura, Fiamme Gialle, Bankitalia...tutti assunti !


Ispettori, magistrati e Gdf ecco la rete di protezione della Popolare Vicenza

Ispettori, magistrati e Gdf ecco la rete di protezione della Popolare Vicenza
Gianni Zonin 
Tutti i segnali del crac ignorati da Bankitalia e pm con l'aiuto anche di diplomatici e prefetti. Gli esposti sono rimasti inascoltati e oggi 118 mila risparmiatori chiedono giustizia



VICENZA - Li chiamavano "i pretoriani". E anche se nessuno lo ha mai esplicitato, nei corridoio della Popolare di Vicenza tutti intuivano quale fosse la loro missione: controllare i controllori. Adesso dicono che questa è sempre stata l'idea fissa di Gianni Zonin, presidente della banca dal 1996 allo scorso 23 novembre. E' stato lui, già celebre come re dei vini, a segnare l'ascesa e la caduta di questo istituto, che dal Veneto si è esteso in tutta Italia con 5 mila dipendenti e 482 filiali. Un castello di carte ridotto in cenere, bruciando in pochi mesi 6,2 miliardi di euro e lasciando sul lastrico 118 mila soci che avevano investito i loro risparmi in azioni passate dal valore di 62,5 euro a dieci centesimi. Il 2 giugno le vittime del crac hanno manifestato davanti alla villa di Zonin, chiedendo alla magistratura di sequestrarla. Ma ufficialmente non è più sua, perché si è liberato di ogni proprietà, forse pronto a trascorrere la vecchiaia nei suoi possedimenti esteri. Il crollo è stato rapidissimo mentre le indagini dei pm che lo hanno scalzato dal vertice dell'istituto sono lente, tanto da non prevedere sviluppi prima dell'autunno. Eppure nel corso degli anni i campanelli di allarme sulla solidità della banca, che sponsorizzava squadre sportive e finanziava film da Oscar come la "Grande Bellezza", non sono mancati: dal 2001 al 2014 ci sono stati esposti, ispezioni di Bankitalia e due inchieste della procura che avrebbero dovuto approfondire proprio gli elementi poi rivelatisi determinanti nello sgretolamento del forziere vicentino.

Ad esempio, secondo quanto accertato dalla Bce negli anni passati, la crescita di BpVi che nel ventennio di Zonin ha portato all'acquisizione di Banca Nuova e Cari Prato è stata sostenuta imponendo ai soci l'acquisto di azioni della stessa banca come condizione necessaria per la concessione di prestiti. Una pratica denunciata da gruppi di piccoli risparmiatori già agli esordi della presidenza di Gianni Zonin. "Sin dall'inizio il suo intento era mettere al riparo la Popolare di Vicenza da verifiche e guai giudiziari - dice Renato Bertelle, avvocato di Malo, presidente dell'associazione nazionale azionisti BpVi -. Come lo ha fatto? Con nomine e assunzioni. Ha creato una rete di protezione, per evitare che franasse tutto. Ha cercato di mettere a libro paga quelli che potevano dargli fastidio, o i loro capi. E in molti casi ce l'ha fatta". Non è un caso che fra le prime iniziative del nuovo amministratore delegato Francesco Iorio ci sia stata la sostituzione dei "pretoriani", arruolati ai vertici delle istituzioni che avrebbero dovuto tenere sotto controllo la banca. Porte girevoli che hanno permesso di passare dai ranghi della magistratura, delle Fiamme Gialle, di Bankitalia a quelli della Popolare.

Le crepe e i guadagni. Le inchieste avviate dalla procura di Vicenza sulla gestione di BpVi fino a oggi sonostate affossate da archiviazioni, prescrizione dei reati e sentenze di non luogo a procedere, arrivate dopo anni dall'apertura dei fascicoli. Un ventennio di occasioni sprecate. "La cosa che fa più male, vedendo i soci che hanno perso tutto, è che già nel 2001 le crepe erano visibili - sottolinea Antonio Tanza, avvocato e vice presidente dell'associazione Adusbef, che prima del 2008 aveva presentato 19 esposti contro gli amministratori vicentini - . E sono quelle stesse crepe che si sono allargate fino a provocare il crac". L'epilogo è stato il salvataggio da parte di Fondo Atlante, costretto a rastrellare per 1,5 miliardi tutte le azioni della banca, dopo il flop della sottoscrizione di capitale. "È assurdo che si sia arrivati a tanto. Le premesse del disastro erano chiare quindici anni fa", conclude Tanza.

L'ispezione di Bankitalia. Nel 2001 Bankitalia dispone un'ispezione sulla Popolare di Vicenza, la prima da quando Zonin è presidente. Al centro degli accertamenti, i criteri con cui la Popolare ha valutato le azioni. Gli ispettori, al lavoro da febbraio a luglio, concludono che il valore di 85.196 lire (44 euro) era "poco oggettivo". E che la banca, nonostante si fosse all'inizio della presidenza Zonin, era già caratterizzata da un "modello gestionale verticistico che limita l'attività del cda". Unico oppositore di Zonin in consiglio di amministrazione è l'avvocato Gianfranco Rigon, che nel 1999 lascia la vicepresidenza. A suo dire, "il ruolo presupponeva sudditanza alla autoritaria e autocratica gestione di Zonin ". Già allora c'è un episodio illuminante, sottolineato dall'avvocato Bertelle: "La storia sembra incredibile, ma è agli atti dell'inchiesta milanese su Antonveneta. Nicola Stabile, che nel 2001 era nel team ispettivo di Bankitalia, riferì di avere ricevuto un invito da Zonin a trascorrere le vacanze in una sua tenuta nel Chianti". Non solo. Luigi Amore, funzionario della Vigilanza di via Nazionale che ha firmato quella verifica, sarà poi chiamato alla Popolare come responsabile dell'Audit. Allo stesso modo Andrea Monorchio, dopo tredici anni come Ragioniere generale dello Stato, sarà nominato nel cda di BpVi fino a divenirne vicepresidente nel 2014. L'uomo che ha arbitrato i bilanci del Paese diventa una sorta di ambasciatore di Zonin nei palazzi romani del potere.

Affari di famiglia. Le segnalazioni che hanno dato il via all'ispezione della Banca d'Italia finiscono sui tavoli della procura di Vicenza, che nello stesso 2001 apre un'inchiesta. Zonin viene indagato per falso in bilancio. Secondo gli esposti, gli amministratori avrebbero fatto sparire dal rendiconto del 1998 quasi 58 miliardi di lire di minusvalenze, frutto dell'acquisto di derivati. All'attenzione dei pm vicentini vengono portate anche alcune operazioni immobiliari intraprese dalla banca nel 1999 con la società Querciola Srl diretta da Silvano Zonin, fratello di Gianni. L'istituto avrebbe pagato affitti per un valore eccessivo, con danno per i soci. L'allora procuratore capo, Antonio Fojadelli, avoca a sé il fascicolo. Esperto in criminalità organizzata - aveva guidato le inchieste sulla mala del Brenta - chiede l'archiviazione. Il gip Cecilia Carreri respinge la richiesta e ordina l'imputazione coatta per Zonin. Ma nel 2005 la giudice viene travolta da uno scandalo dai contorni oscuri, nato dalla pubblicazione di una sua foto sul giornale locale. Per Zonin la vicenda si chiude con una sentenza di non luogo a procedere. Fojadelli nel 2011 lascia la magistratura e tre anni dopo Zonin lo chiama nel cda della Nord Est Merchant, detenuta da BpVi. Direttamente dalla guardia di finanza arriva invece Giuseppe Ferrante, ex capo del nucleo di polizia Tributaria di Vicenza, già dal 2006 responsabile della direzione Antiriciclaggio della banca. Anche l'avvocato Massimo Pecori, figlio di uno dei pm di punta della procura cittadina, ottiene incarichi per l'istituto. Ma, come spiega lui stesso, la Popolare "ha centinaia di legali sotto contratto". L'istituto di Zonin infatti è il simbolo stesso della ricchezza in un NordEst che all'epoca non conosce crisi.

Gli esposti del 2008. Adusbef il 18 marzo 2008 segnala a Bankitalia e alla procura di Vicenza "il ricorso illegittimo da parte della Popolare al prestito obbligazionario subordinato per reperire 220 milioni dei complessivi 950 di rafforzamento patrimoniale" e denuncia "il valore inverosimile della quotazione azionaria". Per la prima volta, si fa riferimento a "metodi estorsivi per diventare azionisti, pena la mancata concessione di prestiti, mutui, fidi", ipotesi alla base delle attuali inchieste aperte dopo il crollo. Nel 2008 il procuratore di Vicenza è Ivano Nelson Salvarani. L'inchiesta viene affidata al pm Angela Barbaglio, che il 15 aprile 2009 chiede archiviazione, "non ravvisando credibili ipotesi di reato". Il 21 aprile l'ufficio del gip di Vicenza chiude il fascicolo senza nemmeno comunicarlo ad Adusbef. Intanto, Zonin rafforza la fortezza attorno alla banca, continuando ad arruolare magistrati e uomini di vertice delle istituzioni bancarie. Già alla fine del 2008 arriva Mario Sommella, assunto come addetto della Segreteria generale dell'istituto, lo stesso ruolo che aveva ricoperto in Banca d'Italia.

Le porte girevoli. Luigi Amore e Mario Sommella non sono gli unici uomini di vertice di Bankitalia ad approdare a Vicenza. Nel 2013 Zonin ingaggia alle relazioni istituzionali di BpVi Gianandrea Falchi. Già membro della segreteria quando governatore era Mario Draghi, aveva condotto una seconda ispezione sulla Popolare di Vicenza, i cui risultati costituiscono la spina dorsale dell'attuale inchiesta della procura di Vicenza sulla gestione Zonin. Nel dicembre 2012 la verifica si conclude con un verdetto "parzialmente sfavorevole" e senza sanzioni. Come "ambiti di sofferenza" viene indicata la valutazione dei cespiti ricevuti a garanzia dei crediti. Quello che la verifica non mette in luce fino in fondo è il cuore del problema: il meccanismo della concessione di finanziamenti in cambio dell'acquisto di azioni della banca, che sarà reso esplicito solo quindici mesi dopo dall'intervento della Bce, con i conti ormai irrimediabilmente compromessi.

Nel 2012 Zonin appare ancora forte, come il gruppo che guida. Da un anno il prezzo delle azioni è fissato a 62,5 euro e il numero dei soci (che nel 2008 erano 60mila) lievita. È in quei mesi che il cda di Banca Nuova istituto con 100 sportelli in Sicilia, creato nel 2000 a Palermo da BpVi - nomina come consigliere indipendente Manuela Romei Pasetti, già presidente della Corte d'Appello di Venezia, competente sul territorio di Vicenza. "Zonin, come sempre nella sua vita, ha fatto le cose in grande anche quando si è trattato di comporre i cda di fondazioni e controllate - dice l'avvocato Bertelle - verso la fine della sua avventura in banca, aveva così tanto potere da portarsi in casa prefetti e diplomatici". Il prefetto è Sergio Porena, rappresentante degli Interni a Vicenza fra il 1989 e il 1991, e già probiviro di BpVi. Zonin gli apre le porte del cda della Fondazione Roi, di cui lui stesso è presidente. Il diplomatico è Sergio Vento, già ambasciatore a Parigi, ingaggiato da Zonin come vice presidente di Nord Est Merchant Due, società di risparmio gestito di BpVi. Nulla di straordinario. In centri di provincia come Vicenza, Arezzo, Treviso, Chieti, Ancona, Ferrara gli istituti locali erano il cuore della ricchezza e del potere, elargivano finanziamenti, incarichi e offrivano prestigiose poltrone. In ogni città si è ripetuto un copione simile, con controllori incapaci di riconoscere i segnali del crollo.

E adesso il prezzo di quella grande illusione lo pagano migliaia di risparmiatori. Senza che nessuno si ponga il problema di cambiare le regole e creare meccanismi più efficaci di vigilanza. Una settimana fa, durante la visita di Sergio Mattarella ad Asiago, un gruppo di azionisti della Popolare di Vicenza, una rappresentanza dei tanti che hanno visto il valore dei loro investimenti passare da 62,5 euro ad azione a soli dieci centesimi, gli ha consegnato un appello: "Siamo stati educati a rimboccarci le maniche e lavorare ancora di più per ricostruire quanto abbiamo perduto, ma non vogliamo sentire denigrare o irridere la nostra operosità. Vogliamo giustizia, vogliamo che i responsabili di questo tracollo siano messi di fronte alle proprie responsabilità ".
f.vanni@repubblica.it

Eurogruppo e Grecia: dal saccheggio alla devastazione

vocidallestero

Il capitalismo è arrivato al saccheggio: la Germania all’assalto del FMI

di Paul Craig Roberts

http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/7320-paul-craig-roberts-il-capitalismo-e-arrivato-al-saccheggio-la-germania-all-assalto-del-fmi.html

Paul Craig Roberts, ex assistente segretario del tesoro USA e Associate Editor del Wall Street Journal, scrive un articolo di denuncia sul trattamento riservato alla Grecia dalla Germania e dalle istituzioni europee. Con la complicità del governo-fantoccio di Syriza, la Grecia viene saccheggiata e la sua popolazione depredata dei propri diritti e conquiste sociali per poter garantire i profitti dei “creditori”. L’UE e il FMI sono ormai diventati dei semplici strumenti di saccheggio nelle mani dei ricchissimi del pianeta, mentre la loro azione viene Orwellianamente propagandata come “salvataggio”

Essendo riusciti ad usare l’UE per conquistare il popolo Greco, trasformando il governo “di sinistra” di Syriza in un fantoccio delle banche tedesche, la Germania si ritrova ora il FMI a intralciare il suo piano per saccheggiare la Grecia fino alla sua scomparsa.
Le regole del FMI impediscono a questa organizzazione di prestare soldi a paesi che non siano in grado di restituirli. IL FMI ha quindi concluso, sulla base di dati e analisi, che la Grecia non è in grado di restituire i soldi presi in prestito. Quindi, il FMI non è disposto a prestare alla Grecia i soldi che le servono per ripagare le banche private creditrici.
Il FMI sostiene che i creditori della Grecia, molti dei quali non sono nemmeno i creditori originali ma semplicemente avvoltoi che hanno acquistato il debito greco a prezzo di saldo nella speranza di specularci, devono tagliare parte del debito in modo da riportarlo a un ammontare che sia sostenibile da parte dell’economia greca.
Le banche non vogliono che la Grecia sia in grado di ripagare il suo debito, perché intendono invece usare l’incapacità della Grecia di ripagare per saccheggiarla dei suoi asset e delle sue risorse e per distruggere la rete di protezione sociale costruita durante il ventesimo secolo. Il neoliberismo intende ristabilire il feudalesimo – pochi baroni e molti servi della gleba: l’1 per cento contro il 99 per cento.
Per come la vede la Germania, il FMI dovrebbe prestare alla Grecia i soldi con cui ripagare le banche tedesche. Poi il FMI verrà ripagato forzando la Grecia a ridurre o abolire le pensioni di anzianità, ridurre i servizi pubblici e i dipendenti pubblici, e utilizzare le somme risparmiate per ripagare il FMI.
Poiché le somme risparmiate saranno insufficienti, nuove misure di austerità vengono imposte così che la Grecia sia costretta a vendere gli asset nazionali, come le società pubbliche di gestione dell’acqua, i posti e le isole greche protette, agli investitori stranieri, principalmente le stesse banche o i loro migliori clienti.
Finora i cosiddetti “creditori” si sono impegnati solo in qualche forma di sgravio del debito, ancora indefinito, tra 2 anni. Per allora i giovani greci saranno emigrati e saranno stati sostituiti da immigrati che scappano dalle guerre di Washington in Medio Oriente e in Africa, che avranno appesantito il sistema di welfare greco già privo di fondi.
In altre parole, la Grecia viene distrutta dalla UE, un’istituzione così follemente sostenuta e apprezzata. La stessa cosa sta accadendo in Portogallo e si prepara ad avvenire in Spagna e in Italia. Il saccheggio ha già divorato l’Irlanda e la Lettonia (e un buon numero di paesi dell’America Latina) ed è in corso in Ucraina.
Gli attuali titoli dei giornali che riportano l’accordo raggiunto tra il FMI e la Germania riguardo il tagli del debito greco a un livello sostenibile, sono falsi. Nessun “creditore” ha dato il suo assenso al tagli di nemmeno un centesimo del debito. Tutto quello che il FMI ha ottenuto dai cosiddetti “creditori” è un vago “impegno” per un ammontare sconosciuto di tagli del debito che avverrà tra 2 anni.
I titoli dei giornali non sono altro che una vernice esterna, per coprire il fatto che il FMI ha ceduto alle pressioni e violato le sue stesse regole. La copertura consente al FMI di dire che un tagli (futuro e indefinito) del debito consentirà alla Grecia di renderlo sostenibile e, pertanto, il FMI può prestare alla Grecia i soldi per ripagare le banche private.
In altre parole, il FMI è ormai diventato l’ennesima istituzione Occidentale senza regole e il cui regolamento conta meno della Costituzione degli Stati Uniti o della parola del governo di Washington.
I media continuano a chiamare il saccheggio della Grecia un “salvataggio”.
Chiamare il saccheggio di un paese e del suo popolo “salvataggio” è proprio Orwelliano. Il lavaggio del cervello è talmente riuscito che perfino i media e i politici della saccheggiata Grecia chiamano l’imperialismo finanziario che la Grecia sta subendo un “salvataggio”.
Da ogni parte del mondo Occidentale un gran numero di interventi, sia delle società che dei governi, stanno portando alla stagnazione della crescita dei profitti. Per poter continuare a fare profitti, le mega-banche e le società multinazionali si sono dedicate al saccheggio. I sistemi di sicurezza sociale e i servizi pubblici vengono messi nel mirino per essere privatizzati, e l’indebitamento così ben descritto da John Perkins nel suo libro, Confessioni di un sicario economico, viene utilizzato per preparare il terreno al saccheggio di interi Paesi.
Il capitalismo è entrato nella fase del saccheggio . Il risultato sarà la devastazione.

Manipolazione statistica al FMI: il caso Rogoff


Debito: i conti non tornano


Debito: i conti non tornanohttps://it.wikipedia.org/wiki/Illusionismo#/media/File:Hieronymus_Bosch_051.jpg

La scoperta di un giovane ricercatore distrugge un tabù sul debito pubblico basato su uno studio farlocco. Ma non sarà certo la ragione a fermare i mandarini del capitale. Un forte conflitto sociale in Europa è sempre più urgente.

di Ascanio Bernardeschi

Ha fatto clamore la notizia che un giovane ricercatore, allievo dell'economista Robert Pollin, ha scoperto degli errori di calcolo nel lavoro, pubblicato nel 2010 sulla prestigiosissima American Economic Review, di Ken Rogoff, capo economista del Fondo monetario internazionale dal 1971 al 1973 e Carmen Reinhart [1]. Tale studio ha utilizzato i dati statistici sulla crescita economica, l'inflazione, la spesa pubblica e il debito pubblico di 44 paesi in un arco temporale di circa 200 anni, per un totale di 3.700 osservazioni, da ritenere statisticamente significative. I risultati, assai citati nella letteratura economica e dai sostenitori delle politiche europee di austerità, erano che un debito pubblico superiore al 90 per cento del Pil fa diminuire di almeno un punto percentuale la crescita del Pil. Altri risultati riguardavano l'inflazione e il debito estero, di cui sembrerebbero fortemente risentire in maniera negativa le economie dei paesi emergenti.

L'eccesso di austerità di Merkel e compagnia, è stato più volte giustificato dai tecnocrati proprio da queste elaborazioni. Per esempio il commissario UE per l’Economia, Olli Rehn, ha affermato che “È ampiamente riconosciuto, sulla base di una seria ricerca scientifica, che quando i livelli del debito pubblico salgono oltre il 90% tendono a presentare una dinamica economica negativa, la quale si trasforma in bassa crescita per molti anni”.

La “seria ricerca scientifica” si è dimostrata errata in fatto di metodologia, in quanto ha manipolato in maniera non corretta i dati da analizzare e ha presentato la correlazione esistente fra le due grandezze del debito e del PIL come un rapporto causa-effetto non dimostrato. Inoltre è stato rilevato anche un grossolano – “originale” dicono i ricercatori – errore di impostazione del foglio elettronico utilizzato per i calcoli. Tutti questi errori, guarda caso hanno contribuito a produrre il risultato voluto dai “prestigiosi scienziati” [2].
Quanti tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni e quanta disoccupazione sono stati giustificati in Europa da questa “seria ricerca scientifica”! Quanta gioventù è stata espropriata di futuro!

Da questa scoperta scaturirà certamente un dibattito in sede scientifica sulla validità delle politiche di austerity. Non sono pochi infatti gli economisti di ispirazione keynesiana che stanno mettendo in discussione il tabù che un forte debito pubblico contribuisca a rallentare la crescita. Infatti la correlazione esistente fra bassi livelli di crescita e alti rapporti debito/Pil, potrebbe essere spiegata secondo un rapporto causale invertito rispetto a quello ipotizzato dai due grandi scienziati. In parole più semplici, è legittimo sostenere sia la bassa crescita a far lievitare il rapporto debito/Pil e non il contrario. Una bassa crescita infatti tende a diminuire gli introiti fiscali e con essi ad accrescere il debito pubblico. Aumenterebbe perciò anche il rapporto debito/Pil, vista la stagnazione del prodotto lordo. Anche l'evidenza empirica dovrebbe essere un buon insegnamento. In nessuna parte del mondo occidentale la crescita è così bassa come in Europa, in cui vengono imposte le politiche di austerità senza eguali.

Per questo consideriamo la scoperta del gruppo di ricercatori diretto da Pollin una buona notizia, ma senza farci troppe illusioni sulla sua ricaduta pratica nelle politiche economiche europee. Lo scetticismo si giustifica con il fatto che anche prima di questa scoperta erano evidenti i guasti di tali politiche e ciò nonostante esse sono state imposte inflessibilmente ai paesi dell'area Euro.

Come abbiamo avuto modo di sostenere ripetutamente in questo giornale, la cosa non si spiega con la sciocchezza o l'impreparazione dei nostri tecnocrati e politici, ma con il sostegno che essi debbono assicurare agli interessi del capitale il quale sta cercando di recuperare la perdita dei margini di profitto che inevitabilmente accompagna le economia evolute, come Marx aveva previsto, con la riduzione del costo diretto, indiretto e differito della forza-lavoro.
Soltanto una ripresa del protagonismo dei lavoratori e il rilancio dei conflitti sociali potrà imporre cambiamenti di prospettiva. Ma l'obiettivo non dovrà essere solo una più equa distribuzione del reddito. A questa sacrosanta rivendicazione dovrà accompagnarsi un ripresa del ruolo pubblico nel governo dell'economia.

Un ulteriore elemento di pessimismo della ragione si riferisce alla possibilità che simili lotte possano essere intraprese con la dovuta forza ed efficacia nel quadro di questa Europa in cui vengono sempre più ridotti gli spazi di partecipazione dei lavoratori e le politiche economiche sembrano condotte da un “pilota automatico”, programmato però dal capitale. Anche per questo la battaglia per affossare la controriforma della Costituzione, voluta da chi detiene il potere economico, deve essere in questa fase un impegno prioritario.

Note:

[1] È possibile scaricare il paper al seguente url http://www.nber.org/papers/w15639.pdf

[2] Thomas Herndon, Michael Ash and Robert Pollin, Does High Public Debt Consistently Stifle Economic Growth? A Critique of Reinhart and Rogoff, reperibile all'indirizzo http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/working_papers/working_papers_301-350/WP322.pdf